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Quando il viceré di Sicilia osò sfidare Santa Rosalia: la rivolta del popolo di Palermo

La scelta di ridurre i giorni della festa, di abolire il carro e i giochi di fuoco indignò il popolo, che insorse al grido di “o festa o testa”. Vi raccontiamo cosa accadde

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 15 luglio 2026

Il Vicerè di Sicilia Domenico Caracciolo

“Al popolo di Palermo non si ha da toccare S. Rosalia!” scriveva Francesco Maria Emanuele Gaetani, Marchese di Villabianca. A rendersene conto, a sue spese, fu il Vicerè di Sicilia, Domenico Caracciolo, un “riformatore nella Sicilia del Settecento”. I siciliani soffrivano sotto questo viceré illuminista, perchè l’isola era ostinatamente chiusa nelle sue medievali istituzioni e refrattaria ad ogni tentativo di rinnovamento.

Il marchese Caracciolo nato in Spagna - dove suo padre era stato tenente colonnello al servizio del re Filippo V – ma educato a Napoli, aveva svolto stabilmente, e per decenni, la funzione di rappresentanza diplomatica del Regno di Napoli in varie capitali d'Europa, tra cui Parigi. Qui aveva vissuto per circa un decennio, a partire dal 1771, entrando in contatto con gli ambienti più avanzati dell'illuminismo francese. Tutti si erano contesi la sua amicizia: era un uomo brillante, abile conversatore e sapeva organizzare magnifiche feste, cosa che non guastava. Dopo la parentesi diplomatica, Domenico Caracciolo aveva assunto incarichi politici di vertice, come quello di Vicerè di Sicilia. Era sbarcato sull’isola il 17 ottobre 1781 e vi sarebbe rimasto fino al 1786.

Il suo ritratto si può ammirare ancora oggi nel Palazzo Reale di Palermo: alto, non particolarmente snello, ha baffi scuri e porta sul capo una parrucca incipriata, indossa una elegante giubba in velluto blu, arricchita con fini ricami in oro. Reduce dalle frequentazioni illuministiche parigine, il Caracciolo avrebbe voluto svecchiare l'isola, limitare lo strapotere baronale e riorganizzare l'amministrazione e le finanze pubbliche; ma le sue azioni riformiste finirono inevitabilmente per entrare in conflitto con i privilegi dell'aristocrazia e del clero.

Nel 1782 Caracciolo comunicava all’amico e filosofo D’Alembert di esser riuscito, dopo molte pressioni, a ottenere con reale decreto di Sua Maestà l’abolizione del tribunale dell’Inquisizione e il 27 Giugno 1783 venivano dati alle fiamme processi e scritture: il rogo cancellava per sempre ogni traccia del Santo Officio, persino i ritratti dei detenuti.

Nel luglio del medesimo anno il viceré per combattere la povertà e gli sprechi tentò di ridimensionare il Festino di Santa Rosalia: chiese di abolire il Carro, i fuochi d’artificio davanti al Palazzo Reale e di ridurre la durata della festa (che all'epoca si protraeva per cinque giornate) a soli tre giorni, adducendo anche come motivazione le spese che il governo doveva sostenere per il terremoto che a febbraio aveva quasi raso al suolo Messina, causando la morte di oltre 600 persone.

Il provvedimento suscitò ovviamente l'ira del popolo palermitano, che non avrebbe mai rinunciato ai festeggiamenti tradizionali in onore della sua Santuzza. Nei suoi celebri “Diari” del 1783, il Marchese di Villabianca documentò l'aspra disputa tra Caracciolo e gli abitanti di Palermo. Il nobile diarista difese strenuamente la tradizione del Festino e la devozione a Santa Rosalia e iniziò così a raccontare i fatti: “Per nostra disgrazia l’umore di questo principe è di mettere il manico alle umane e divine cose (…) trova egli il suo maggior gusto in farsi avanti colle novità su quanto gli torna a verso”. Non mancò anche nelle pagine successive del volume di attaccare il marchese. In merito al ballo in maschera del 24 Agosto che si tenne al Palazzo Reale in onore della Regina Carolina, scrisse: “(La festa) fu di felice riuscita, nonostante che si temeva che si sarebbe fatta andare a male per l’universal dispiacere, che si ha dell’attuale governante”; oppure il vicerè Caracciolo è “l’autore delle novità e delle opere imperfette” e ancora il “Vuol fare dritte le cose torte e poi riesce a farle rompere”.

La scelta di ridurre i giorni della festa, di abolire il carro e i giochi di fuoco indignò il popolo, che insorse al grido di “o festa o testa” (del Caracciolo ovviamente), ma il Vicerè non indietreggiò. Persino lo studioso Giuseppe Pitè, oltre cent’anni dopo, agli inizi del ‘900, avrebbe riportato l’avvenimento, nel secondo tomo del suo volume La vita in Palermo cento e più anni fa. Il “focoso Viceré Caracciolo” non doveva essergli di certo simpatico, egli scriveva infatti: “ci vuol poco ad indovinare chi fosse il Viceré: non il pacifico Fogliani, non il festaiolo Marcantonio Colonna di Stigliano, non il mellifuo Caramanico, ma il Caracciolo, che, Marchese, era un mangianobili”.

E ancora: “Il Caracciolo non potè mai persuadersi che per festeggiare S. Rosalia si dovessero impiegare cinque giorni; e se ne arrabbiava sempre, e all’appressarsi di Luglio più che mai. Una volta, non potendola mandar giù, decretò che i cinque giorni si riducessero a tre. Fu una scintilla scoccata sulla polveriera: la polvere, asciutta da un pezzo, scoppiò; Senato e cittadinanza conturbati, protestarono gridando, ed uno dei tanti cartelli attaccati per le strade minacciava: O festa o testa! ma il Caracciolo rimase impassibile”.

Il Senato fu costretto a inviare un memoriale del Cancelliere del magistrato della città Don Emanuele La Placa a Re Ferdinando IV a Napoli, per difendere il valore religioso ed economico del Festino: “Le feste, diceva il memoriale, si son sempre fatte per cinque giorni; esse rispondono al sentimento religioso della città; danno lavoro agli artisti ed agli artigiani, guadagno ai commercianti, lustro alla Capitale, allietata da numero considerevole di regnicoli e di forestieri; errore il ridurle; necessario, invece, il mantenerle come pel passato”.

Intanto la trepidazione dei Palermitani cresceva ogni giorno più, la data dei festeggiamenti per la Santuzza si avvicinava e tutti erano in febbrile attesa delle decisioni di Sua Maestà. Caracciolo sembrava sicuro del fatto suo, ma Il 6 luglio giunse finalmente il dispaccio reale. Ferdinando IV annullava il decreto del viceré. Palermo aveva vinto. Egli andò su tutte le furie e giurò che si sarebbe vendicato, l’avrebbe fatta pagare cara al Pretore, ai Senatori, ai nobili, al Clero, ai commercianti, a tutte le classi di Palermo...e persino a Sua Maesta!

Le minacce del Vicerè cadevano però nel vuoto. Una volta ottenuto dal Re di Napoli l'annullamento del decreto di Caracciolo, la preoccupazione dei palermitani era un’altra: il tempo di costruire il carro trionfale adesso non c’era più. La Festa era rovinata! Il Vicerè gongolava, pensando che per quell’anno non se ne sarebbe fatto più nulla….invece i palermitani accelerarono i preparativi, lavorando per 4 giorni alacremente, notte e giorno. La sera dell’11 Luglio 1783 il Carro Trionfale sfilò per il Cassaro dove i balconi e le finestre erano illuminate a festa, tra canti di gioia (e scherno) contro il Caracciolo.

La festa si volle e si fece” scriveva Pitrè: “si centuplicarono le braccia, si lavorò di giorno e di notte e nelle prime ore pomeridiane dell’11 luglio il carro saliva glorioso; e più glorioso ancora tornava la sera del 14 a Porta Felice; e giammai grida di popolo festante echeggiarono più alte, e l’autorità venne più arditamente bravata”. Il tono adoperato da Pitrè è palesemente ironico. il Viceré illuminista fu costretto ad accettare la tenacia e l’attaccamento dei Palermitani alla propria Festa.

Questo scontro è ricordato ancora oggi come una delle grandi battaglie dei palermitani per difendere la propria tradizione. Il Caracciolo dovette arrendersi davanti a ciò che nessun decreto poteva cancellare: la devozione dei palermitani per la Santuzza.

Da allora quello scontro è rimasto nella memoria cittadina come una delle più significative battaglie combattute in difesa del Festino, simbolo di un'identità collettiva che, ancora oggi, ogni anno, torna a manifestarsi al grido di "Viva Palermo e Santa Rosalia!".
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