STORIA E TRADIZIONI

Nessuno a Palermo lo conosce come lui: le curiosità sul Festino (raccontate da Basile)

Il giornalista e scrittore ha dedicato tanta parte della sua vita a ricostruire, con la memoria e con la ricerca, ai significati profondi di questo rito collettivo

Silvia De Luca
Giornalista
  • 12 luglio 2026

Santa Rosalia ai Quattro Canti

Nessuno a Palermo conosce il Festino di Santa Rosalia come Gaetano Basile. Il giornalista e «scrittore a tempo perso», come si definisce lui stesso, racconta una tradizione secolare che ogni 14 luglio blocca l’intera città che si riversa per le strade per prendere parte al grande corteo che attraversa il cuore di Palermo in onore della sua patrona.

Un rito che si consuma lungo il Corso Vittorio Emanuele e che per secoli ha scandito la vita cittadina con bancarelle, fuochi, cortei e un carro trionfale, fino al momento culminante di omaggio alla Santa. Non è un ricordo che nasce con lui: «Il Festino della mia infanzia non me lo ricordo proprio, perché era talmente modesto. Ci fu la guerra, ci fu il dopoguerra e praticamente del Festino di quegli anni non c'è traccia».

È forse anche per questo che Basile ha dedicato tanta parte della sua vita a ricostruire, con la memoria e con la ricerca, tutto ciò che quella festa era stata prima, e tutto ciò che sarebbe potuta tornare a essere. «Il Festino di Santa Rosalia - spiega Basile - è un ex voto popolare, ed è anche un corteo che segue una logica classista ben precisa: parte dal sommo potere dello Stato, il Palazzo Reale, costeggia l’Arcivescovado, e arrivare al potere cittadino, il Palazzo Comunale».

È qui che il corteo si ferma, in uno dei momenti più attesi di tutta la festa: «Il pretore, cioè il sindaco della città, offre a nome di Palermo un omaggio floreale alla Santa. In quel momento si leva il grido "Viva Palermo e Santa Rusulia", e il sindaco conferisce simbolicamente la cittadinanza palermitana a Santa Rosalia, che come ricorda Gaetano Basile «era nata alla Quisquina».

Ma quel grido rivolto alla Santa non nasce da solo. Ad accompagnare o seguire questo momento, c’è da sempre la tradizione delle “giaculatorie”, invocazioni recitate alla Santa dalla folla. Per Gaetano Basile, il giaculatore per eccellenza era solo uno: Tano Zazzà, suo amico ed ex operaio dei cantieri navali. «Tano era alto un metro e novanta con una voce incredibile e mani gradi come pale di fico d’india. I suoi canti potevano andare avanti per un pezzo e coinvolgeva tutti i devoti che lo circondavano».

Eppure, prima di giungere a quel momento corale, il Festino di Santa Rosalia ha un suo svolgimento fatto di riti, oggetti e curiosità che Gaetano Basile conosce a memoria. «Sin dalle prime edizioni, il primo giorno del Festino è quello del “passio”. Ai lati del Cassaro si allineavano le bancarelle, dove si vendeva di tutto, dal cibo ai gioielli. Era tradizione che i fidanzati o i neo-sposi offrissero alla propria donna doni preziosi, e il regalo più diffuso - ci rivela Basile - era la “Manuzza”: un anellino in corallo con due mani che si stringono». Nonostante il materiale, oggi considerato prezioso, Basile ci tiene a sottolineare che fosse il regalo più a buon mercato di tutti. «Lo si poteva trovare in corallo e in argento. Mai in oro. Per cui era proprio per poveracci».

Nel corso dei secoli, lungo quella strada che percorriamo ancora oggi, si sono vendute le cose più bizzarre, molte delle quali Basile conserva ancora oggi: orecchini da lutto in tartaruga scura, spille per cravatta, forcine intarsiate d’oro e orologi da taschino, sia per uomo che per donna. Il momento clou del Festino, però, secondo Gaetano Basile resta quello dei fuochi d’artificio o «fuochi di gioia», come si chiamavano anticamente, che nulla avevano a che vedere con l'attuale sequenza di botti: «I primi fuochi di gioia erano delle costruzioni in legno e cartone che rappresentavano una città, una fortezza, una nave. All'interno delle strutture veniva nascosta la polvere da sparo che esplodeva al contatto con la fiamma distruggendo l’intera struttura».

Anche il carro è cambiato nel corso dei secoli. «Anticamente il carro aveva la forma di una nave perché era la cosa più grande che esistesse all'epoca. Seguendo quella logica - spiega il giornalista - oggi il carro del Festino dovrebbe avere la forma di un quadrireattore». Il carro era sempre lo stesso, riutilizzato per ogni occasione, che si trattasse di Santa Rosalia, del parto della regina, dell'insediamento di un nuovo re o della nascita di un principino, e su di esso spiccava sempre la bandiera rossa e gialla: quella di Spagna.

«Sul carro del 1700 realizzato da Paolo Amato era perfino presente un'orchestra di suonatori ed era talmente alto che, dopo l'installazione dell'illuminazione su Corso Vittorio Emanuele, bisognava smontare ogni anno l'intero impianto elettrico per farlo passare». Sono dettagli piccoli, spesso dimenticati, ma è proprio in questi frammenti che Gaetano Basile ritrova il senso più autentico del Festino di Santa Rosalia: una festa fatta di gesti, oggetti e voci che si tramandano nel tempo.
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