Senza posti al fresco e pochi alberi: come Palermo (non) affronta l'emergenza caldo
Se Bologna ha 28 rifugi climatici, il capoluogo siciliano non ha spazi pubblici pensati per stare al fresco e in alcune zone le aree verdi sono quasi assenti
Si cammina vicino ai muri, si attraversa la strada per raggiungere la parte meno esposta, si aspetta sotto una pensilina capace di offrire un po’ di sollievo. Poi il sole cambia posizione e bisogna ricominciare.
Da tre giorni consecutivi - compreso oggi, mercoledì 5 agosto - in città si registra il livello 3 (bollino rosso), il più alto del sistema di allerta per le ondate di calore, con una temperatura massima percepita di 37 gradi. Non sono soltanto giornate molto calde: il livello rosso indica condizioni di rischio che persistono da almeno tre giorni e possono avere conseguenze sulla salute dell’intera popolazione, non soltanto delle persone considerate fragili.
Come accade ogni volta che le temperature aumentano, dalle istituzioni sono arrivati consigli ormai noti: bere molto, evitare di uscire nelle ore centrali, non svolgere attività fisica all’aperto, proteggere anziani, bambini e persone con patologie croniche. Indicazioni necessarie, ma che danno per scontata una possibilità non uguale per tutti: avere un luogo fresco in cui rimanere.
Non tutti, infatti, possiedono un condizionatore e non tutti possono permettersi di tenerlo acceso per molte ore: c’è chi vive in case piccole, all’ultimo piano, poco ventilate; chi è senza dimora; chi, semplicemente, abita in un quartiere in cui raggiungere un parco ombreggiato o un edificio climatizzato non è affatto scontato.
La domanda, allora, non è soltanto come proteggersi dal caldo. È dove sia possibile farlo.
In diverse città esistono già i cosiddetti rifugi climatici: biblioteche, musei, case di quartiere, centri civici, giardini e parchi riconosciuti come luoghi nei quali trovare gratuitamente ombra o aria condizionata, acqua potabile, sedute e servizi igienici. Non sono strutture sanitarie né luoghi destinati a chi sta male: sono spazi pubblici che continuano a svolgere la propria funzione ordinaria e che, durante l’estate, diventano anche punti di riparo facilmente identificabili.
Bologna, ad esempio, ne ha individuati ventotto. Una mappa permette di trovare quello più vicino, conoscerne gli orari, controllare i servizi disponibili e visualizzare anche fontanelle e bagni pubblici. A Palermo una rete analoga non risulta pubblicamente disponibile. Non c’è una mappa cittadina dei luoghi in cui trovare riparo, né un elenco che ne specifichi posizione, orari e servizi.
Esiste, invece, un Piano operativo per la prevenzione e la gestione delle ondate di calore, aggiornato a maggio 2026. Il documento comunale concentra gli interventi sull’informazione, sull’individuazione delle persone fragili, sull’assistenza sociosanitaria e sulla gestione delle emergenze.
In caso di livello 3 prolungato, il responsabile della Protezione civile può valutare l’attivazione del Centro operativo comunale. Vengono quindi presidiate due linee telefoniche e le persone considerate a rischio che chiedono aiuto possono essere raggiunte dai volontari oppure condotte in «aree di accoglienza appositamente allestite e munite di condizionatori».
Il piano, però, non dice dove si trovino queste aree, quante siano, quale capienza abbiano e se siano già operative durante l’allerta di questi giorni. Soprattutto, si tratta di un meccanismo emergenziale rivolto a persone segnalate o che abbiano fatto una richiesta di assistenza, non di una rete di luoghi pubblici liberamente raggiungibili da chiunque abbia bisogno di trascorrere alcune ore al fresco.
La differenza non è soltanto terminologica. Un rifugio climatico, infatti, non dovrebbe essere cercato quando una persona ha già accusato un malore: dovrebbe essere conosciuto prima, raggiungibile a piedi e riconoscibile quanto una fermata dell’autobus o una farmacia.
Alcuni degli edifici pubblici che potrebbero svolgere questa funzione hanno mostrato, invece, la propria vulnerabilità proprio durante le settimane più calde. Il 24 luglio, ad esempio, a causa del perdurare delle elevate temperature e dell’inefficienza degli impianti di climatizzazione, tutte le biblioteche del sistema comunale e l’Archivio storico hanno sospeso i servizi al pubblico a partire dalle 10. Dal 31 luglio la Biblioteca Leonardo Sciascia e lo stesso Archivio osservano, fino a nuova comunicazione, soltanto l’orario dalle 8.30 alle 13.30.
Una difficoltà simile ha riguardato la Galleria d’Arte Moderna, rimasta chiusa per un mese durante i lavori sull’impianto di climatizzazione, dopo che le temperature interne erano state giudicate non tollerabili. Ha riaperto integralmente proprio ieri (martedì 4 agosto), ma la vicenda resta significativa: proprio mentre cresceva il bisogno di spazi pubblici freschi e accessibili, alcuni di quelli che avrebbero potuto offrire riparo sono diventati inutilizzabili.
Fuori dagli edifici, la questione diventa ancora più strutturale. Perché l’emergenza non comincia il giorno in cui il bollettino diventa rosso. Si costruisce negli anni attraverso le strade asfaltate senza alberi, le piazze minerali, i marciapiedi esposti e i quartieri in cui uno spazio verde è troppo lontano per essere raggiunto facilmente da un bambino, da un anziano o da una persona con difficoltà motorie.
A misurare questa distanza è il progetto indipendente "Palermo 3-30-300", realizzato da Domenico Schillaci, incrociando dati aperti di OpenStreetMap e Copernicus con quelli demografici dell’Istat e del Comune di Palermo (e consultabile cliccando qui per chi volesse approfondire l'argomento).
Il nome deriva da una regola utilizzata nella pianificazione urbana: ogni persona dovrebbe poter vedere almeno tre alberi dalla propria abitazione, vivere in un quartiere coperto per almeno il 30 per cento dalle chiome e avere uno spazio verde pubblico a non più di 300 metri da casa.
Il primo risultato restituisce una città nella quale la possibilità di raggiungere il verde è distribuita in maniera profondamente diseguale. Utilizzando i dati di OpenStreetMap, il progetto individua 118 spazi verdi pubblici e stima che soltanto il 38,76 per cento dei palermitani viva entro un raggio di 300 metri da uno di essi. Significa che circa 389 mila persone si trovano oltre quella distanza.
Cambiano molto anche le condizioni tra i quartieri. Secondo lo stesso dataset, la popolazione raggiunta supera il 70 per cento a Politeama, Libertà e Resuttana-San Lorenzo, mentre scende al 16,4 per cento a Cruillas-San Giovanni Apostolo, al 10,7 ad Altarello, al 7,6 a Settecannoli e al 2,6 per cento a Brancaccio-Ciaculli.
A Villagrazia-Falsomiele e Arenella-Vergine Maria, nel dataset OpenStreetMap utilizzato dal progetto, la quota di popolazione stimata entro trecento metri da uno degli spazi mappati risulta pari a zero.
La vicinanza a un parco, però, è soltanto una parte del problema. Il progetto calcola anche la superficie coperta dalle chiome degli alberi: a Palermo sarebbe mediamente il 16,4 per cento, meno della metà dell’obiettivo del 30 per cento. Nessuno dei venticinque quartieri raggiunge la soglia indicata dalla regola.
In alcune delle zone più costruite la percentuale diventa minima: l’1,1 per cento a Malaspina-Palagonia, l’1,5 a Tribunali-Castellammare, l’1,8 a Palazzo Reale-Monte di Pietà, il 2,4 a Politeama e il 2,6 alla Zisa.
Il dato misura il cosiddetto tree canopy, cioè la porzione di territorio coperta dalla proiezione verticale delle chiome degli alberi, rilevata attraverso immagini satellitari. Non coincide con l’ombra disponibile in ogni momento della giornata, che cambia con la posizione del sole, ma permette di capire quanto della superficie urbana sia protetto dalla vegetazione arborea.
Non si tratta soltanto di una questione paesaggistica. Attraverso l’ombra e l’evapotraspirazione, gli alberi contribuiscono a ridurre le temperature nelle città. Uno studio condotto su 93 centri europei, tra i quali Palermo, ha stimato che portare la copertura arborea al 30 per cento ridurrebbe la temperatura urbana in media di 0,4 gradi e potrebbe evitare circa 2.600 morti premature ogni estate legate all’effetto isola di calore.
Da qualunque prospettiva la si osservi, dunque, Palermo deve ancora percorrere molta strada per avvicinarsi al modello di una città capace di usare il verde non soltanto come elemento decorativo, ma come parte della propria risposta al caldo.
Ecco perché il problema non si esaurisce nei giorni in cui scatta l’allerta. Se il Piano interviene durante le ondate di calore, ciò che ancora non appare chiaro è il passaggio successivo: trasformare la città stessa in uno strumento di prevenzione, aumentando l’ombra, rendendo il verde più vicino e accessibile e garantendo luoghi pubblici in cui trovare riparo.
Perché dire alle persone di non uscire durante le ore più calde può proteggere chi possiede una casa fresca. Per tutti gli altri, senza un luogo nel quale andare, rischia di essere soltanto un consiglio impossibile da seguire. E quando la possibilità di stare al sicuro dipende dalla casa in cui si vive, dal quartiere in cui si abita e dal denaro necessario per raffrescarla, il caldo smette di essere soltanto una questione meteorologica: diventa una nuova misura delle disuguaglianze della città.
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