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Si chiamava Cecilia ed era una marchesa: storia della "Charlotte Bronte di Palermo"

Letterata siciliana, raffinata scrittrice di novelle e romanzi, è stata purtroppo dimenticata. Le notizie sulla marchesa Stazzone attualmente sono davvero poche

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 27 giugno 2026

La marchesa Stazzone De Gregorio

Si chiamava Cecilia Maria Anna Francesca Paola Stazzone: letterata siciliana, raffinata scrittrice di novelle e romanzi, è stata purtroppo dimenticata. Le notizie sulla marchesa Stazzone della nobile famiglia Bonfornello sono davvero poche: nata a Palermo nel 1806, figlia del marchese Paolo Stazzone e di Camilla Lioy, ebbe 14 fratelli e crebbe in un contesto in cui si dava molta importanza alla cultura e in particolare alle lettere; studiò infatti, oltre che il pianoforte, varie lingue straniere.

Visse in campagna – i marchesi risiedevano per una buona parte dell’anno in contrada Cruillas, nella settecentesca Villa Vagginelli, poi Stazzone – e ancora giovanissima, nel 1823, sposò il marchese Antonio De Gregorio Oneto. La coppia ebbe un solo figlio Camillo, nato nel 1833; futuro padre della pittrice Mariannina De Gregorio e di altri 22 figli.

Con il marito la marchesa Cecilia ebbe «agio di conoscere il mondo», per poi ritirarsi insieme a lui, nella bellissima Villa De Gregorio al Molo. I marchesi trascorrevano inoltre lunghi periodi in campagna, ai Pietrazzi, una contrada seminata di grossi macigni che si trovava fuori Porta d'Ossuna, dove i De Gregorio amavano villeggiare e dove Cecilia si dedicò agli studi e alla scrittura (i suoi lavori sono frutto di meditazioni dell'età matura), “disseminando” racconti in vari giornali.

È appunto nella prima maturità che Cecilia approda alla scrittura: l’esordio letterario avviene nel 1847 (altre fonti riportano 1834), con la pubblicazione delle “Rimembranze” di un viaggetto in Italia; il libro (oggi reperibile online) è uno dei pochi esempi di “viaggio in Italia” comparsi nella prima metà dell’Ottocento e il primo dovuto a penna di donna siciliana: risulta dunque prezioso, oltre che una piacevole lettura. Il contributo di Cecilia Stazzone appare significativo anche rispetto al quadro complessivo delle condizioni di vita nell’Italia pre-risorgimentale.

Cecilia sembra incarnare la nuova immagine femminile che viene delineandosi in quegli anni: una generazione di donne dotate di una certa cultura, sensibili alle problematiche politiche e pronte a dare il loro contributo all’esperienza risorgimentale. La stessa Stazzone fu socia della “Legione delle Pie Sorelle”, associazione composta da donne aristocratiche ed esponenti dell'alta borghesia che rivendicavano l’accesso all’istruzione.

La Legione fu fondata per iniziativa del cappellano Antonio Lombardo nell'agosto del '48 a Palermo, a seguito della rivoluzione che cacciò temporaneamente i Borbone, instaurando un governo indipendente. Si finanziava mediante l'autotassazione e contava oltre 1200 socie tra Palermo e la sua provincia.

Dall'ottobre al dicembre del '48 si occupò anche della pubblicazione dell’omonimo giornale. La marchesa Stazzone figurava nel Dizionario biografico degli scrittori contemporanei di Angelo De Gubernatis (1879), «tra le più feconde e valenti scrittrici» vantate dalla Sicilia del tempo. I suoi scritti avevano secondo i contemporanei “vivacità di colorito e di immaginazione” e tra le pagine di romanzi e racconti “traspariva l’anima virtuosa e gentile della nobildonna”.

Dopo “Rimembranze di un viaggetto in Italia” pubblicò: "Arturo" romanzo del 1865 - di cui forniva scrupolosa descrizione Carlo Cattaneo -; "Carlina" romanzo stampato a Milano con i tipi della Perseveranza nel 1868; i racconti "Macrina e Costantino" e "Lindana e le due sorelle" pubblicato a Venezia presso Burato nel 1869; "Fra Scilla e Cariddi" racconto pubblicato a Firenze presso M. Cellini nel 1871; "Pietro Squarcialupo" racconto storico siciliano, edito da Luigi Pedone Lauriel a Palermo nel 1873; "Opere drammatiche" stampato da Montaina a Palermo nel 1879, “Chi male incomincia, male finisce”, novellina del 1894 pubblicata dalla tipografia del Boccone del Povero sempre a Palermo. Cecilia fece parte di alcune accademie di letterati e dedicò il suo racconto “Lindana” al nipote Paolo Lioy scrittore, naturalista, uomo politico vicentino, figlio della sorella Teresa Stazzone. (Anche la madre di Cecilia era una Lioy).

Nel ricordo del figlio Paolo, Teresa appare come la sorella Cecilia donna di grande cultura, intenta, ancora nella vita matrimoniale, alla lettura e pure alla traduzione, in particolare di testi tedeschi. Una famiglia di letterati dunque la famiglia Stazzone Lioy. Durante l’impresa dei Mille in Sicilia, Paolo Lioy era esule a Palermo (dove era arrivato nel Marzo 1860) e si trovava nella bella residenza al Molo della zia Marchesa. La moglie di Paolo, Giulia De Beaumont, tenne un diario di quei giorni in cui il capoluogo veniva messo a ferro e fuoco e la famiglia De Gregorio arrivò a temere per la propria incolumità.

Scriveva Giulia la sera del 27 Maggio 1860 ad esempio: "Era sera; i cannoni rumoreggiavano ancora, le bombe, come palloni di fuoco, cadevano a migliaia sulla povera città; incendi spaventosi s'innalzano al cielo. Palermo pareva l'inferno colle sue ardenti fornaci (…) Passarono diverse ore; erano quasi le tre dopo mezzanotte, eravamo a cena quando viene la nutrice e ci dice: i forzati (i detenuti dell’Ucciardone) si levarono i ferri: (…) terrore. Ottocento assassini che di nottetempo sortivano in un momento in cui la forza era nulla non era per noi uno dei casi indifferenti.

Chi diceva di nascondere qualche cosa di valore che ancora restava (perchè la maggior parte di queste erano sotterrate) …Attendemmo dunque al nostro posto l'esito di quella notte (…) sentimmo più distintamente lo scricchiolare delle catene; poi un fragore terribile segui il cader del cancello di ferro ed un'ondata terrìbile di forzati vestiti di rosso si precipitò fuori della prigione indicando ognuno il silenzio e noi, dietro le persiane, ci tenevamo il fiato spaventandoci che questi, ascoltando rumore, ci facessero qualche cattivo tiro. (…) Tutto ad un tratto (…) sentiamo suonar forte il campanello della sala ed entra Girolamo, il giardiniere, dicendo che i forzati sono nel nostro giardino e cortile; ma che non fanno nessun atto di violenza, che anzi tutta la nostra gente o parte di essa è andata a toglier loro le catene; essi li abbracciano chiamandoli loro fratelli e promettono loro di non ammazzare e non rubare più. Lo spavento dunque era finito: noi eravamo salvi”.

Il diario di Giulia di Beaumont” venne pubblicato nel 1942, su la Rassegna Storica del Risorgimento. E scrittrice fu pure un’altra sorella di Cecilia, Concetta (il cui nome è ancora più sconosciuto di quello di Cecilia): il suo romanzo Zelmira (1859) sembra essere introvabile. Il volume “rivelava un disordine selvaggio, pittoresco”; si inseriva nel filone del romanzo sentimentale e la protagonista Zelmira era dipinta dall’autrice «a tinte così cupe».

Le due sorelle siciliane vennero accostate da Carlo Cattaneo alle sorelle inglesi Charlotte ed Emily Brönte, per le atmosfere brumose, le avventurose escursioni, i passaggi cruenti. Cecilia Stazzone ebbe vita lunga e molte soddisfazioni; si spense nel 1894 alla veneranda età di 88 anni.
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