CULTURA

Un simbolo in Sicilia fa discutere (e rischia di sparire): il caso della Madonna sullo scoglio

Un territorio che porta addosso i segni di millenni di storia e delle trasformazioni più recenti. L'intervista a Leandro Janni, vicepresidente di Italia Nostra Sicilia

Federica Dolce
Giornalista, avvocato e scrittrice
  • 2 settembre 2026

La Madonna sullo scoglio

Una statua bianca affacciata sul Mediterraneo, uno scoglio, un piccolo pannello solare e una domanda che da giorni attraversa Gela: chi decide che cosa può essere collocato in un luogo pubblico? La risposta, almeno secondo Italia Nostra Sicilia, non può dipendere dal significato religioso di un’opera, ma deve passare dalle regole che tutelano il paesaggio, l’ambiente e la sicurezza.

La vicenda della cosiddetta “Madonna dello scoglio” di Manfria ha acceso un confronto che va ben oltre la presenza della statua. Da una parte il sentimento di chi vede in quell’immagine un simbolo di fede e devozione, dall’altra la necessità di proteggere un tratto di costa sottoposto a vincoli paesaggistici e ambientali.

Nel mezzo, il silenzio delle istituzioni chiamate a verificare autorizzazioni, legittimità e sicurezza dell’installazione. Italia Nostra Sicilia, attraverso il vicepresidente regionale Leandro Janni, ha chiesto la rimozione della statua, sostenendo che la collocazione sarebbe avvenuta senza le necessarie autorizzazioni e che l’intervento altererebbe la naturalità e l’identità paesaggistica del luogo, rappresentando inoltre un possibile pericolo per i bagnanti.

Ma la questione non è soltanto quella di una statua su uno scoglio. Manfria appartiene a un paesaggio che negli anni ha conosciuto trasformazioni profonde e che già nel 2005 fu oggetto di una proposta di dichiarazione di notevole interesse pubblico per il tratto costiero compreso tra Falconara, nel territorio di Butera, e Manfria, nel territorio di Gela.

Un paesaggio segnato dalle dune, dai corsi d’acqua e dalla fascia costiera, ma anche dalla crescente pressione antropica, dall’espansione edilizia e dall’abusivismo. È proprio da qui che parte la riflessione di Janni: davanti a un luogo sottoposto a tutela, la libertà di esprimere la propria fede non può prescindere dalle regole quando il gesto modifica uno spazio pubblico e viene realizzato senza le autorizzazioni previste.

«A seguito dell’esposto-comunicato di Italia Nostra Sicilia si è scatenato un accesissimo confronto dialettico tra i cittadini di Gela», racconta il vicepresidente, sottolineando come tutto questo sia avvenuto «nel persistente, sconcertante silenzio delle istituzioni competenti».

Nel frattempo, però, anche la Chiesa ha preso posizione. Janni ricorda l’intervento del vicario foraneo don Luigi Petralia del 20 agosto 2026, che ha chiarito come una forma di devozione stabile e autonoma in un luogo pubblico non possa essere realizzata senza autorizzazioni.

La posizione espressa dal religioso è netta: una statua può essere collocata liberamente in uno spazio privato, ma non in un’area pubblica senza rispettare le regole dello Stato, compresi i vincoli paesaggistici, ambientali e di sicurezza. La Chiesa, inoltre, ha precisato di non essere stata coinvolta nell’iniziativa.

«La Chiesa si è pronunciata chiaramente», osserva Janni. Ora, secondo il vicepresidente di Italia Nostra Sicilia, dovrebbero arrivare le risposte delle istituzioni pubbliche competenti per la tutela dei beni culturali e ambientali e per la sicurezza dei cittadini.

L’associazione, spiega, ha deciso di intervenire proprio perché la vicenda rischiava di rimanere confinata alle discussioni informali, «alle solite chiacchiere da bar», mentre le istituzioni restavano in una «grigia indeterminazione». Il tema, dunque, si sposta dal terreno della contrapposizione tra credenti e ambientalisti a quello, molto più concreto, delle regole.

Perché il rischio, secondo Italia Nostra, è che la collocazione di un’opera in un luogo tutelato senza seguire l’iter previsto possa creare un precedente difficile da governare. Janni allarga così lo sguardo all’intero territorio di Gela, definendolo «un luogo straordinario dal punto di vista storico e paesaggistico» ma profondamente trasformato dall’insediamento del polo petrolchimico nei primi anni Sessanta e dalla successiva espansione edilizia, segnata da un diffuso abusivismo. Gela, osserva, è una città dalle fortissime contraddizioni.

Da una parte un patrimonio archeologico che restituisce testimonianze di una storia antichissima, dall’altra una crescita urbana che ha progressivamente modificato il paesaggio e reso meno leggibili alcune delle sue stratificazioni storiche. Il riferimento alla storia non è casuale.

Già nel 1900 Paolo Orsi iniziò scavi sistematici che ancora oggi continuano a riportare alla luce testimonianze della presenza dell’uomo sin dalla preistoria. Nel 669 a.C. i coloni rodio-cretesi fondarono la città sulla parte orientale dell’altura detta del Molino a Vento, controllando ben presto la costa e la pianura e creando, nel 580 a.C., la sub-colonia di Akragas, l’odierna Agrigento.

L’apogeo arrivò sotto il tiranno Gelone, che dopo essersi impadronito di Siracusa trasferì nel 482 a.C. gran parte dei geloi. Distrutta dai cartaginesi nel 405 a.C. e rifondata nel 338 a.C., Gela fu rasa al suolo nel 282 a.C. dai mamertini. Finzia, tiranno di Agrigento, accolse gli abitanti nella nuova città di Phintias, l’odierna Licata. Dopo più di 1500 anni di disaggregazione, Federico II di Svevia, nel 1230, fondò la nuova città sul sito di Gela arcaica, con il nome di Terranova.

L’impianto urbano medievale, probabilmente cinto da mura, si strutturò tra l’attuale piazza Umberto I e largo Calvario, sui due assi ortogonali di corso Vittorio Emanuele e via Marconi. Infeudata agli inizi del XV secolo, la città venne circondata da una nuova cinta di mura nel 1582, entro la quale l’abitato rimase sino all’Ottocento. Dal 1927 la città ha ripreso l’antica denominazione di Gela. La storia, dunque, diventa parte integrante della discussione.

Gela non è soltanto il luogo nel quale oggi si osserva una statua su uno scoglio: è un territorio che porta addosso i segni di millenni di storia e, insieme, quelli delle trasformazioni industriali e urbanistiche più recenti. Resta però il nodo più delicato: trovare un punto d’incontro tra il sentimento dei fedeli, che possono riconoscersi in quella Madonna come simbolo della propria identità, e il dovere di rispettare le norme che proteggono il territorio.

Su questo punto Janni non chiude la porta al dialogo. «Noi siamo sempre disponibili al confronto, al dialogo», afferma. Ma prima di qualsiasi soluzione, sottolinea, devono esprimersi le autorità competenti: «a partire dal Comune di Gela, dalla Guardia Costiera, dalla Soprintendenza e dall’Assessorato regionale Territorio e Ambiente».

E, naturalmente, anche la Chiesa. Il caso della Madonna di Manfria, intanto, ha prodotto un effetto inatteso: quello di accendere i riflettori su un tratto di costa che forse meritava attenzione già prima che una statua comparisse sul suo scoglio. La curiosità di turisti e cittadini ha trasformato quell’immagine in un nuovo elemento del paesaggio, capace di attirare sguardi e discussioni.

Ma la questione turistica si intreccia inevitabilmente con quella della tutela. La rimozione potrebbe impoverire l’attrattività di Gela oppure, al contrario, la protezione rigorosa del paesaggio potrebbe diventare una risorsa molto più preziosa nel tempo? Janni guarda ancora una volta al futuro della città. Il recente sviluppo di Gela, spiega, è stato segnato dal polo petrolchimico, oggi trasformato in moderna bioraffineria, e dalla «mancanza quasi assoluta di politiche di gestione e di tutela del territorio».

Eppure proprio dal suo passato la città potrebbe «trarre forza, ispirazione e idee» per un progetto di rinascita sociale, culturale ed economica e per una riconversione industriale e urbana. Secondo il vicepresidente di Italia Nostra, qualcosa di nuovo può accadere se i cittadini continuano a partecipare, proporre, vigilare e pretendere il rispetto dei propri diritti e dei propri doveri.

Gela, sottolinea, possiede «risorse straordinarie, umane e ambientali», ma questo da solo non basta: servono consapevolezza e una nuova idea di città e di territorio. «Di certo il nuovo, oggi, nasce come desiderio, progetto, processo collettivo. E il nuovo può e deve nascere dal rispetto delle regole, delle leggi».

La statua della Madonna resta così al centro di una discussione che racconta molto più di un’installazione contestata. Racconta il rapporto, ancora fragile e spesso conflittuale, tra una comunità e il proprio paesaggio. Racconta la necessità di non confondere la libertà con l’assenza di regole, ma anche di non liquidare il sentimento religioso come un ostacolo alla tutela dell’ambiente.

Uno scoglio, in fondo, non è soltanto uno spazio vuoto sul quale qualcuno può decidere di lasciare un segno. È parte di un paesaggio, di una storia, di un bene condiviso. E proprio per questo la vicenda di Manfria consegna a Gela una riflessione che va oltre la Madonna: se il territorio appartiene a tutti, anche la responsabilità di proteggerlo deve appartenere a tutti.

La fede può indicare una strada, la memoria può darle un significato, ma sono le regole e il rispetto del bene comune a stabilire fin dove possiamo lasciare la nostra impronta.
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