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A Palermo la sua cucina era diversa dalle altre: il ristorante "Pot" chiude dopo 9 anni

Dal 9 agosto Michela e Isabella Lareddola hanno chiuso la loro attività.:"Abbiamo cercato di dare una svolta a questa città ma non siamo state ricompensate"

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 11 agosto 2026

Il ristorante Pot (chiuso) in via Garibaldi a Palermo

Per quasi nove anni, in via Garibaldi, c’è stato un posto che ha provato a fare una cosa apparentemente semplice: cucinare. Dietro ogni piatto c’erano ricerca, studio, materie prime selezionate, tentativi, errori e ostinazione.

Michela e Isabella Lareddola avevano costruito Pot così, senza preoccuparsi troppo di somigliare a qualcosa, né di mettere Palermo nel piatto a tutti i costi. Una cucina poteva partire dalla Sicilia e arrivare molto lontano, oppure seguire il percorso inverso. Non c’era una formula da difendere, semmai un modo di lavorare.

Da domenica, 9 agosto, quella cucina non c’è più. La bandiera palestinese con la scritta “Free Palestine” è ancora appesa fuori dall’ingresso, ma Pot ha chiuso definitivamente. E la cosa più strana è che Isabella, non molto tempo fa, aveva scritto della chiusura di un altro ristorante. Parlava di qualità, di lavoro fatto con serietà, di locali capaci di riempirsi più per il racconto costruito intorno che per ciò che arriva a tavola. Scriveva della difficoltà di restare in piedi senza diventare il posto del momento, senza inseguire l’algoritmo, senza trasformare chi cucina in un personaggio. Allora riguardava qualcun altro. «Adesso tocca a noi abbassare la saracinesca», ha scritto in un messaggio affidato ai social.

Nelle sue parole non c’è soltanto la stanchezza di chi arriva alla fine di un’attività. C’è soprattutto una ferita: «Pot Cucina ha dato un punto di svolta a questa città, una ventata di aria fresca, un modo diverso di fare le cose. Eppure, alla fine, non siamo state ricompensate. Nessun plauso, nessun riconoscimento per quello che abbiamo cercato di costruire». Poi quasi si corregge, cercando una ragione. «Forse perché io e mia sorella non ci siamo mai riempite la bocca di parole. Forse siamo state fin troppo umili. Forse, in questo, abbiamo sbagliato. Non lo so».

Invece, nelle ore successive, le parole sono arrivate. E anche tante. Le storie del ristorante si sono riempite di messaggi, fotografie, ricordi di chi aveva mangiato lì e poi era tornato, spesso molte volte. Come succede con certi posti, a essere ricordati non sono soltanto i piatti: sono un tavolo, una serata, un compleanno festeggiato tra quelle quattro mura, la sensazione che, entrando, si sarebbe trovato qualcosa che altrove non c’era.

La risposta è stata così grande da spingere Michela e Isabella a immaginare che non tutto debba necessariamente finire insieme al locale. «Visto l’affetto che abbiamo ricevuto in questi giorni da tanti clienti, non vorremmo perdere il rapporto che si è creato in questi anni. Abbiamo pensato a una community su WhatsApp per rimanere in contatto con chi avrà piacere di continuare a seguirci e per comunicare eventuali cene, collaborazioni o altre attività che ci permettano, anche se in modo diverso, di continuare a far assaggiare la nostra cucina». Il desiderio è di non disperdere ciò che è rimasto dopo anni di tavoli, piatti e persone.

«Chiude il ristorante, ma non necessariamente tutto il bello che si è creato intorno», dicono. Pot proverà così a sopravvivere anche senza un indirizzo. Basta però allontanarsi di pochi metri da via Garibaldi per trovarsi in una città dove gli indirizzi in cui mangiare continuano a moltiplicarsi.

I tavolini avanzano lungo i marciapiedi, i menu si accatastano agli ingressi o direttamente nelle mani dei camerieri che provano a intercettare i passanti. «Prego, dovete pranzare?», «Cucina tipica siciliana». Da via Maqueda alla Vucciria, passando per i Quattro Canti e spingendosi verso la Kalsa, mangiare è diventato parte del paesaggio, una presenza quasi continua. In alcuni tratti è addirittura difficile capire dove finisca un locale e cominci quello successivo, come in un enorme villaggio enogastronomico.

I numeri restituiscono la stessa immagine. In cinque anni, dicono i dati aggiornati a giugno 2024, nel centro storico la macroarea che comprende alberghi, bar e ristoranti è passata da 486 a 636 attività: centocinquanta in più, un aumento di circa il 31 per cento. Nello stesso periodo i negozi al dettaglio sono passati da 888 a 817. Tanto che Confcommercio Palermo da tempo parla apertamente di un centro «sbilanciato sul settore food».

È successo mentre aumentavano, rapidamente, anche le persone alle quali quell’offerta si rivolge. Nel 2025 Palermo ha registrato circa 2 milioni e 100 mila presenze turistiche nelle strutture rilevate dalle statistiche ufficiali, il 31,2 per cento in più rispetto al 2019. Quasi due su tre sono straniere. Se si aggiungono gli alloggi privati in affitto non compresi in quel conteggio, si superano i 3,1 milioni di pernottamenti.

Sono persone che arrivano, dormono, camminano e naturalmente mangiano. E il centro si è attrezzato per accoglierle. Il cambiamento, però, non si misura soltanto nel numero delle insegne: lo si riconosce anche in ciò che compare sui menu, nella velocità con cui certi piatti si moltiplicano, nella stessa idea di Palermo proposta a chi resta due o tre giorni.

Arancine, panelle, pane con la milza, pasta alla norma, sfincione, cannoli. Cibi che appartengono davvero alla storia della città, ma che oggi sono anche fotografie, food tour, reel, assaggi da infilare tra una chiesa e un mercato.

A forza di offrire a chi arriva ciò che si aspetta di trovare, però, il rischio è che l'aspettativa finisca per dettare il menu. Ed è qui che Pot era fuori asse. Non faceva cucina tradizionale, ma neppure cercava l'originalità come posa. Michela e Isabella cucinavano ciò che interessava loro cucinare, con una cura e un'attenzione che ormai pochi possiedono.

Una sarda poteva stare accanto a una cotoletta, la trippa incontrare sapori asiatici, un ramen comparire senza bisogno di giustificare la propria presenza in via Garibaldi. Nel 2025 Gambero Rosso aveva definito il loro bistrot «controcorrente», proprio per quella distanza da un'offerta sempre più costruita intorno ai flussi turistici.

Ma dietro quella libertà, com'è normale che sia, c'erano conti molto meno romantici da far quadrare. Materie prime, personale, contributi, utenze, fornitori. «Ci sono stati momenti - raccontano a Balarm - in cui per noi non rimaneva praticamente nulla, ma gli stipendi dovevano essere pagati. I dipendenti sono sempre venuti prima. Abbiamo cercato di non risparmiare sul lavoro degli altri e neppure sulle materie prime. A un certo punto, però, è diventato troppo difficile continuare».

Pot era un piccolo ristorante e, come ogni impresa, doveva riuscire a sostenersi. La sua storia si interrompe proprio mentre, tutt’intorno, la ristorazione continua a crescere. È qui che la sua chiusura smette di essere soltanto la storia di un locale che non ce l’ha fatta e diventa una domanda più larga: quali attività riescono davvero a reggere dentro la trasformazione che sta investendo il centro storico?
Per Michela e Isabella il limite è arrivato quando continuare avrebbe significato cambiare il modo stesso di lavorare. Ridurre i costi, semplificare, rinunciare a qualcosa: a quel punto, Pot avrebbe rischiato di diventare un’altra cosa. Da questa scelta resta il dubbio più personale di Isabella: avere fatto tanto senza sapere fino in fondo se la città se ne fosse accorta. «Ci sarebbe piaciuto sentirci dire, almeno una volta, che quello che stavamo facendo aveva lasciato qualcosa a questa città».

Da giorni ormai glielo stanno dicendo, con quella puntualità crudele che hanno a volte gli addii. Uno dopo l'altro, quando ormai non c'è più niente da convincere, nessun altro servizio da preparare, nessuna prenotazione da prendere per la sera. Fuori da Pot, intanto, i tavoli restano pieni. E forse è proprio questa l'immagine che rimane: una Palermo con sempre più posti dove mangiare e un posto in meno nel quale tornare.
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