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A Porticello non l'hai notata ma ha una bella storia: chi visse nella "casa degli archi"

C'è una casa vicino al mare che ancora oggi custodisce una storia straordinaria. A guardarla dall’esterno appare silenziosa, nascosta eppure affascinante. La storia

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 3 agosto 2026

La casa con gli archi di Porticello

C'è una casa vicino al mare che ancora oggi custodisce una storia straordinaria. Molti la ricordano come la "casa con gli archi" e, sebbene venga spesso associata ad Aspra, si trova in realtà a Porticello. A guardarla dall’esterno appare silenziosa, nascosta eppure affascinante: l’immobile – si dice – sia di proprietà di una famiglia palermitana che si preoccupa di far ripulire il giardino.

Tra il 1946 e il 1947 fu luogo amatissimo in cui visse la famiglia Maraini, ritrovando la serenità dopo uno dei periodi più drammatici della propria esistenza. Quando Fosco Maraini, la moglie Topazia Alliata e le loro tre figlie – Dacia, Toni e la piccola Luisa, chiamata affettuosamente Yuki – arrivarono in Sicilia nel settembre del 1946, portavano ancora addosso il peso della fame e della prigionia, dopo esser stati rinchiusi per 2 anni in un campo di concentramento in Giappone.

Fosco, antropologo e docente all'Università di Kyoto, e Topazia, aristocratica siciliana ribelle e talentuosa artista (amica di Guttuso) avevano rifiutato di giurare fedeltà alla Repubblica Sociale Italiana. Una scelta di coerenza che costò loro la deportazione nel campo di Nagoya, insieme alle bambine. La liberazione e il ritorno in patria non segnarono la fine delle difficoltà. La famiglia trovò inizialmente ospitalità nella storica Villa Valguarnera di Bagheria, dove vivevano i genitori di Topazia. Ad accoglierli: “un nonno morente, una nonna dai grandi occhi neri che viveva nel culto della bellezza passata, una villa del Settecento in rovina, dei parenti nobili, chiusi e sospettosi”, scrivera’ Dacia, da adulta.

I Maraini non possedevano più nulla, persino gli abiti che indossavano erano stati regalati loro dai militari americani. Villa Valguarnera ormai in rovina, senza infissi, con pezzi di muri sbrecciati, il giardino incolto… non rappresentava certo il luogo ideale per ricominciare. Dopo la morte del nonno Enrico, uomo di grande generosità e gentilezza d’animo, “noi” scriverà Dacia “siamo rimasti ancora lì (nella villa) qualche tempo a litigare con la nonna che non ci amava e non ci sopportava. Finchè ci siamo trasferiti a Porticello, in una casa un poco più grande, a dieci metri dal mare”.

Era proprio la casa degli archi, un edificio di semplice eleganza, caratterizzato da porte e finestre arcuate, tre piccole camere, un soggiorno, un terrazzo e un cortile interno ricco di vegetazione. Le sorelle Maraini conservano ricordi leggermente diversi sulla durata del soggiorno, ma Toni, considerata la memoria storica della famiglia, lo colloca tra l'autunno del 1946 e la fine del 1947. Furono mesi fondamentali, durante i quali la famiglia imparò lentamente a lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra.

All'epoca Porticello era una località molto diversa da come si presenta oggi: era un tranquillo borgo di pescatori, con poche case basse, circondata da una natura aspra e selvaggia. Come avrebbe ricordato anni dopo Dacia, per telefonare bisognava raggiungere Santa Flavia, dove si trovava l'unico centralino, mentre lei percorreva in bicicletta la strada senza quasi incontrare automobili. Nella casa degli archi Dacia e le sue sorelle svilupparono dunque quel profondo amore per il mare che avrebbe segnato la biografia e la sensibilità della scrittrice: “Ora facevo conoscenza con quel corpo materno e sfuggente, maligno e gentile che è il mare e me ne sarei innamorata per sempre”.

Le bambine in Giappone non avevano frequentato il mare, perché avevano vissuto nelle zone interne. A Porticello impararono a nuotare tra i cavalloni, a raccogliere ricci, ad acchiappare sulle rocce granchi e gamberetti. “Di quella casa ricordo il rumore continuo delle onde sulle rocce, a volte aspro, anche minaccioso; il freddo dell’inverno mitigato da una stufa che faceva sempre molto fumo; le mattinate perse fra le rocce a pescare quei gamberetti trasparenti e piccolissimi che si annidano nelle pozze di acqua salata".

Fosco aveva ripreso a lavorare e col primo guadagno si era comprato una piccola barca a vela: usciva con Dacia per andare a pescare. La bambina rimaneva al timone e lui si tuffava per catturare le cernie tra le rocce: “Tornava come un Tritone, tutto lustro e bagnato, con dei grossi pesci appesi alla cintura”. Anche la sorella di Dacia, Toni ricorda quel periodo come un momento di straordinaria rinascita. I genitori ritrovavano amici, ne conobbero di nuovi tra gli abitanti del borgo e, durante l'estate, la piccola casa si riempiva di ospiti. Dopo gli anni della prigionia, la vita sembrava finalmente ricominciare a fluire con gioia, entusiasmo e voglia di progettare il futuro.

Invece, il destino della famiglia prese una piega inaspettata, purtroppo. Nel 1948, Fosco sarebbe tornato per la seconda volta in Tibet, nella missione guidata dall’archeologo Giuseppe Tucci, partecipando come fotografo, etnologo e attento osservatore della cultura locale ma abbandonando moglie e figlie. “Tutto si è guastato, non so come, non so perché. Lui è sparito” scriverà Dacia “E mia madre da sola ha dovuto crescere le bimbe, in mezzo a cumuli di debiti e di cambiali, che regolarmente scadevano togliendoci il sonno e l’appetito”.

Topazia e le bambine, senza appoggi economici, furono costrette a lasciare la casa degli archi per trasferirsi nuovamente a Bagheria, in un appartamento ricavato nelle ex stalle di Villa Valguarnera, ma quel tratto di costa rimase per loro un luogo del cuore. Oggi la casa degli archi è ancora al suo posto. Il tempo e la salsedine ne hanno segnato le mura, ma non ne hanno cancellato il fascino. Circondata da abitazioni e attività commerciali, resta una presenza discreta sul lungomare.

Si può osservare soltanto attraverso un cancello, che lascia intravedere le caratteristiche arcate e parte del giardino, mentre gli interni, ormai da tempo disabitati, continuano a custodire dolcissimi ricordi per le sorelle Maraini. Sarebbe auspicabile apporre una targa, sul cancello della villetta, affinchè il tempo non cancelli ogni memoria.
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