Da Palermo la rivoluzione di Vivian Bellina: "Essere attrice prima di ogni etichetta"
Da Ciurè a Quir, l’attrice trans palermitana racconta il suo debutto, i sacrifici e la sfida di un cinema che sappia guardare oltre gli stereotipi. L'intervista
Vivian Bellina
C'è un'ironia contagiosa nel modo in cui Vivian Bellina racconta la propria vita. È la stessa leggerezza con cui scherza sul fatto di fare la cameriera tra un set e l'altro, smontando uno dei luoghi comuni più diffusi sul mestiere dell'attore. «Quando dico che lavoro come cameriera, c'è chi mi risponde: "Ma come? Non ne fai più film?". Come se un'attrice aspettasse Hollywood seduta sul divano. In realtà fai laboratori, studi, cerchi provini, incassi tanti no e cerchi di non perdere la motivazione. L'attrice non fa solo film: fa soprattuto malavita».
Palermitana, attrice, protagonista del lungometraggio "Ciurè", di Gianpiero Pupo, e membro dei cast del documentario Quir, di Nicola Bellucci, Vivian è una di quelle persone che al cinema non pensava nemmeno di appartenere. Eppure è stato proprio il cinema a bussare alla sua porta. «Non ho mai avuto davvero il desiderio di recitare. Studiavo musica, avevo la mia band. Poi a un certo punto il cinema ha iniziato a girarmi intorno ed è venuto a cercarmi. Mi ha chiamata in un momento molto particolare della mia vita e ho capito che quello poteva essere uno spazio tutto mio. Da lì non mi sono più voltata indietro».
Essere una donna trans nel cinema, per Vivian Bellina, significa prima di tutto rivendicare il diritto a non essere rinchiusa in un’etichetta: «Il fatto stesso di essere una donna trans sullo schermo è già rivoluzionario. Ma io non ho bisogno di interpretare solo personaggi legati alla mia identità. Prima di tutto sono un'artista. Non sono uno slogan LGBT e non voglio esserlo».
Una posizione netta, che non rinnega l'importanza della rappresentazione, ma la spinge oltre. «Voglio raccontare anche storie trans, perché ce ne sono milioni che aspettano ancora di essere raccontate. Ma non voglio essere sempre educativa. Voglio anche poter confondere il mio pubblico, voglio turbarlo. Voglio prendere le emozioni più scomode dell'essere umano e portarle sul grande schermo».
Con queste premesse, l’esordio di Vivian Bellina non poteva di certo essere convenzionale. La prima scena l'ha girata nel luogo che conosce meglio: casa sua, nel cuore di Ballarò: «La casa del film era casa mia. Mi sono ritrovata il quartiere affollato dalla troupe e tutti si chiedevano per chi fosse. La cosa che mi ha stupita è che, pur circondata da decine di persone, riuscivo a entrare completamente nella scena. Sentivo anche un certo scetticismo nell’aria. Io non avevo mai recitato un giorno della mia vita prima di allora e non c’erano garanzie che io riuscissi davvero a sopportare un ruolo da protagonista in un film. Eppure, dopo una o due scene sono venuti da me a dirmi: "Non è possibile che tu non abbia mai fatto questo mestiere. Devi continuare". È stata una sorpresa anche per me che, ai tempi della scuola, scappavo quando arrivava il momento della recita scolastica».
Un incoraggiamento speciale arrivò anche da Maurizio Bologna, che le scrisse un messaggio poche settimane prima di morire. «Mi disse: "Vivian, io ti osservo molto e ti devo dire che sei veramente brava. Fidati che un pochino me ne intendo". Sono parole che porto ancora con me».
Dopo Ciurè è arrivato Quir, un'esperienza completamente diversa. Se nel film di Giampiero Pumo c'era un personaggio a proteggerla, nel documentario si Nicola Bellucci la macchina da presa diventa uno specchio. «Lì non c'era nessun copione, nessuna trama. Dovevi mostrarti con tutte le tue contraddizioni, i silenzi, la vulnerabilità. È stato bello portare questo film in giro, vedere il pubblico uscire dalla sala con il cuore pieno. Il film porta con sé un messaggio importante: quello di prendersi cura di sé e degli altri, qualcosa che oggi stiamo perdendo».
Per Vivian Bellina, il cinema ha il potere di raccontare la complessità delle persone queer: «Per anni le persone trans sono state raccontate sempre allo stesso modo. Quei modelli sono rimasti nella testa della gente e continuano a condizionarne lo sguardo, a volte anche generando un rifiuto automatico. Il cinema può fare la differenza, mostrando persone vere e non caricature». Nel frattempo Vivian continua a vivere il suo mestiere con i piedi per terra. «Non c'è mai stato un momento in cui ho detto: "Adesso sono un'attrice". Lo vivo come un percorso in continuo movimento. Mi sento attrice ogni volta che entro su un set e, appena finisco, ricomincio da capo».
E se il cinema non fosse mai arrivato? La risposta la dà con il sorriso e l’ironia che la contraddistingue: «Probabilmente vivrei con il mio fidanzato - o fidanzati, sto ancora valutando - in una casa in campagna, arroccata su una montagna, circondata dagli animali. Mi farei crescere i capelli bianchi e sparirei dai social. Nel frattempo, però, la casa in campagna non c'è, i soldi nemmeno e il fidanzato è ancora da valutare. Quindi, per ora, continuo a fare interviste... e magari anche qualche film».
Palermitana, attrice, protagonista del lungometraggio "Ciurè", di Gianpiero Pupo, e membro dei cast del documentario Quir, di Nicola Bellucci, Vivian è una di quelle persone che al cinema non pensava nemmeno di appartenere. Eppure è stato proprio il cinema a bussare alla sua porta. «Non ho mai avuto davvero il desiderio di recitare. Studiavo musica, avevo la mia band. Poi a un certo punto il cinema ha iniziato a girarmi intorno ed è venuto a cercarmi. Mi ha chiamata in un momento molto particolare della mia vita e ho capito che quello poteva essere uno spazio tutto mio. Da lì non mi sono più voltata indietro».
Essere una donna trans nel cinema, per Vivian Bellina, significa prima di tutto rivendicare il diritto a non essere rinchiusa in un’etichetta: «Il fatto stesso di essere una donna trans sullo schermo è già rivoluzionario. Ma io non ho bisogno di interpretare solo personaggi legati alla mia identità. Prima di tutto sono un'artista. Non sono uno slogan LGBT e non voglio esserlo».
Una posizione netta, che non rinnega l'importanza della rappresentazione, ma la spinge oltre. «Voglio raccontare anche storie trans, perché ce ne sono milioni che aspettano ancora di essere raccontate. Ma non voglio essere sempre educativa. Voglio anche poter confondere il mio pubblico, voglio turbarlo. Voglio prendere le emozioni più scomode dell'essere umano e portarle sul grande schermo».
Con queste premesse, l’esordio di Vivian Bellina non poteva di certo essere convenzionale. La prima scena l'ha girata nel luogo che conosce meglio: casa sua, nel cuore di Ballarò: «La casa del film era casa mia. Mi sono ritrovata il quartiere affollato dalla troupe e tutti si chiedevano per chi fosse. La cosa che mi ha stupita è che, pur circondata da decine di persone, riuscivo a entrare completamente nella scena. Sentivo anche un certo scetticismo nell’aria. Io non avevo mai recitato un giorno della mia vita prima di allora e non c’erano garanzie che io riuscissi davvero a sopportare un ruolo da protagonista in un film. Eppure, dopo una o due scene sono venuti da me a dirmi: "Non è possibile che tu non abbia mai fatto questo mestiere. Devi continuare". È stata una sorpresa anche per me che, ai tempi della scuola, scappavo quando arrivava il momento della recita scolastica».
Un incoraggiamento speciale arrivò anche da Maurizio Bologna, che le scrisse un messaggio poche settimane prima di morire. «Mi disse: "Vivian, io ti osservo molto e ti devo dire che sei veramente brava. Fidati che un pochino me ne intendo". Sono parole che porto ancora con me».
Dopo Ciurè è arrivato Quir, un'esperienza completamente diversa. Se nel film di Giampiero Pumo c'era un personaggio a proteggerla, nel documentario si Nicola Bellucci la macchina da presa diventa uno specchio. «Lì non c'era nessun copione, nessuna trama. Dovevi mostrarti con tutte le tue contraddizioni, i silenzi, la vulnerabilità. È stato bello portare questo film in giro, vedere il pubblico uscire dalla sala con il cuore pieno. Il film porta con sé un messaggio importante: quello di prendersi cura di sé e degli altri, qualcosa che oggi stiamo perdendo».
Per Vivian Bellina, il cinema ha il potere di raccontare la complessità delle persone queer: «Per anni le persone trans sono state raccontate sempre allo stesso modo. Quei modelli sono rimasti nella testa della gente e continuano a condizionarne lo sguardo, a volte anche generando un rifiuto automatico. Il cinema può fare la differenza, mostrando persone vere e non caricature». Nel frattempo Vivian continua a vivere il suo mestiere con i piedi per terra. «Non c'è mai stato un momento in cui ho detto: "Adesso sono un'attrice". Lo vivo come un percorso in continuo movimento. Mi sento attrice ogni volta che entro su un set e, appena finisco, ricomincio da capo».
E se il cinema non fosse mai arrivato? La risposta la dà con il sorriso e l’ironia che la contraddistingue: «Probabilmente vivrei con il mio fidanzato - o fidanzati, sto ancora valutando - in una casa in campagna, arroccata su una montagna, circondata dagli animali. Mi farei crescere i capelli bianchi e sparirei dai social. Nel frattempo, però, la casa in campagna non c'è, i soldi nemmeno e il fidanzato è ancora da valutare. Quindi, per ora, continuo a fare interviste... e magari anche qualche film».
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