I set tra Foro Italico, Sant'Erasmo e Ballarò: "La vita segreta dei giocattoli" a Palermo
Grazie alla città, ai pupi siciliani e il riutilizzo di alcuni oggetti comuni trasformati in ludici, l'opera s'interroga sulla funzione intramontabile del giocattolo
Una scena da "La vita segreta dei giocattoli" girato anche a Palermo
Questa è la storia che racconta “La vita segreta dei giocattoli”, il documentario firmato dalle registe Alexandra D’Onofrio e Sara Zavarise, presentato prima al Biografilm e adesso alla ventunesima edizione del Sole Luna Doc Film Festival di Palermo. Il film, girato anche nel capoluogo siciliano a cavallo tra il Foro Italico, Sant’Erasmo, Ballarò e il museo delle marionette “Antonio Pasqualino”, è incentrato su un gruppo di bambini che – conoscendo uno degli ultimi (e dei più autorevoli) artisti del giocattolo in Italia, Roberto Papetti – imparano a vedere il mondo da un punto di vista completamente nuovo.
L’ispirazione, che è arrivata da due registe con due storie complementari ma differenti, per Alexandra D’Onofrio – la metà del duo che vive a Palermo già da cinque anni – è cresciuta, rigogliosa, proprio camminando per le strade della città e vedendo quello che succedeva sotto il sole. Che a differenza di altri posti nel mondo, mantiene viva una “tradizione” quasi scontata per chi vive la città ogni giorno, ma di fatto ormai rara: quella del giocare per strada, negli spazi aperti, per conoscere il mondo e gli altri.
«Con i miei bambini e il mio compagno mi sono trasferita a Palermo nel 2021 – racconta la regista – dopo essere stati per diverso tempo in Grecia. Ci è sembrata la città più accogliente venendo da un altro luogo mediterraneo e ospitale, oltre che una città accessibile a una famiglia grande. Mi ha influenzato tanto, nella realizzazione del documentario, il fatto di essere mamma e di avere visto, durante la pandemia da Covid, che i miei bambini avevano un’inventiva tutta loro, nata dall’incontro con la natura, con l’ambiente, dal riutilizzo di utensili vecchi che vengono trasformati in elementi da gioco».
Si pensi al bastone che diventa una spada, o all’immaginare che il pavimento sia acqua, o lava, e a quei giochi che lavorano proprio sull’evitare qualcosa o lasciarsi «inglobare» da qualcosa che c’è nell’ambiente in cui ci si muove. «Palermo – dice la D’Onofrio – è una città che permette ancora ai bambini di fare una cosa bellissima, cioè scorrazzare, i miei figli giocano ancora a piazza Magione, ed è un’abitudine diffusa qui, negli spazi pubblici e non soltanto in campetti predisposti o luoghi adibiti in maniera specifica allo svago ludico. E poi ho pensato a questo riutilizzo delle cassette del mercato di Ballarò per creare queste figure mezze mitologiche, mezze fantastiche, che nel film in alcune scene abbiamo animato in stop motion, come se avessero una vita loro, il sogno di essere “qualcosa in più”».
Una sorta di «Lego dei poveri», cioè dei pezzi che messi insieme acquistano un significato nuovo e più ampio del singolo, scarno mattoncino. Così piace definirle al giocattolaio Roberto Papetti, figura centrale nel documentario, artista che sfrutta riciclo e immaginazione al contempo, per costruire non solo un giocattolo ma un mezzo nuovo d’interpretazione del mondo. «Giocare fuori, giocare collettivamente e giocare con qualcosa d’autocostruito sono qualcosa – dice la D’Onofrio, che oltre a essere regista è anche un’antropologa visiva laureata alla Granada Center for Visual Anthropology di Manchester – che sta all’opposto del giocattolo tecnologico.
I miei bambini sono cresciuti nell’era digitale e maneggiano con più destrezza di noi tutta la tecnologia, ma riconoscono che è più difficile creare momenti di collettività e presenza e avventura con uno smartphone. Sono cose che richiamano lo stare dentro, al chiuso. Io, Sara e Roberto (Papetti, ndr.) non demonizziamo il giocattolo tecnologico, sia chiaro.
Sicuramente il giocattolo autocostruito, che si rompe e si può risistemare, il fatto che ci sia un’incognita sul come verrà fuori una volta terminata la costruzione, ha però una fascinazione e un’immediatezza, una magia che il giocattolo tecnologico, essendo prestabilito da altri apriori non può avere».
E in questo c’è un «giocattolo» siciliano che è esemplare per parlare di magia e d’incognite: il pupo. «Un giocattolo come il pupo – dice la regista – permette alle nuove storie d’essere inventate, e alle storie vecchie di riemergere. Ai bambini quello stimolo porta a muoversi con la fantasia, a immaginare trame, racconti, ed è uno stimolo che nasce proprio avendo a che fare con un giocattolo che ci si autocostruisce. Ai bambini piace poi vedere l’anima del giocattolo, piace smontarlo, alla ricerca di un funzionamento segreto, perché da quello imparano, forse, a capire un po’ come può funzionare la vita», e nello specifico, come «il destino di un oggetto non sia scritto dalla sua funzione originale».
“Questa, come avrebbe scritto Magritte, non è una cassetta della frutta”. Il documentario è stato prodotto da ZaLab Film, con il contributo del Ministero della cultura e il sostegno dell’Emilia Romagna Film Commission, e ha debuttato al Biografilm Festival di Bologna, sulla scia di un altro documentario, prodotto sempre da ZaLab Film e sempre girato a Palermo, cioè “Il castello indistruttibile”, interamente girato nel cuore di Danisinni, con protagonista il quartiere e lo sguardo dei suoi bambini.
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