Josephine Tomarchio, dalla Sicilia ai comics Usa: «Disegnare significa prima guardare»
Se disegni ciò che ricordi, le forme non tornano; devi osservare, soffermarti sui dettagli, sulle imperfezioni. Questo è il modo in cui Josephine guarda il mondo
L'illustratrice catanese Josephine Tomarchio
«Tutti sanno disegnare. L’unica differenza è quanto tempo guardi una cosa». A dirglielo, quando era ancora bambina, è stato suo nonno, pittore e artista naif. Josephine Tomarchio non riusciva a disegnare la frutta: allora lui la mise davanti a un cesto e le spiegò che il problema non era la mano, ma lo sguardo. Se disegni ciò che ricordi, le forme non tornano; devi osservare ciò che hai davanti, soffermarti sui dettagli, sulle proporzioni, sulle imperfezioni.
È una lezione che, a distanza di anni, sembra racchiudere il modo in cui Josephine guarda ancora oggi il mondo. Catanese, autodidatta, con una laurea in lettere e una passione per il disegno che coltiva da quando era bambina, è riuscita a trasformare quella che per molto tempo è sembrata soltanto una passione, in un lavoro.
Oggi realizza illustrazioni e copertine per il mercato internazionale, collabora con editori statunitensi, tra cui “Dynamite Comics” ma il suo percorso professionale non è stato immediato e, soprattutto, non è stato lineare. Prima sono arrivati i quadri: Josephine ha iniziato realizzando opere su commissione. Intanto pubblicava i suoi lavori sui social.
Realizzare le blank cover le piace molto, ma quando lavora sulle tavole di una graphic novel entra in gioco un rapporto diverso con i personaggi. La differenza sta soprattutto nella continuità. Una cover deve condensare tutto in un'immagine. Una storia, invece, permette di seguire l'evoluzione dei personaggi sviluppando una certa familiarità.
«Secondo me è giusto che arrivi la bellezza anche dei corpi che non sono canonici». Non è soltanto una scelta estetica. È anche il tentativo di mostrare una pluralità di corpi e di sottrarre la figura femminile all'idea che debba essere perfetta, magra o costruita secondo un modello prestabilito. Josephine Tomarchio non ama definire il proprio stile attraverso un'etichetta. Preferisce distinguere tra due grandi approcci: da una parte chi ricerca la perfezione tecnica, dall'altra chi mette al centro l'emozione.
Lei si riconosce decisamente nel secondo. «Ci sono disegni perfetti nelle proporzioni, nelle ombre, però molto freddi.E poi ci sono quelli emozionali, dove magari c'è un difetto, la testa è un po' più grande o la torsione non è perfetta, ma quando li guardi ti trasmettono qualcosa».È questa forse la chiave per leggere il suo lavoro. Il disegno deve avere un'anima. Quando lavora su una commissione, cerca di entrare nella storia che deve raccontare.
Ma il rapporto con il disegno tradizionale non è finito. Quando disegna per sé alterna le tecniche. Anche il suo stile è cambiato nel tempo. Se un tempo giocava soprattutto con il colore, oggi sente maggiormente l'esigenza di costruire prima il disegno attraverso l'inchiostrazione e intervenire successivamente con il colore. È un'evoluzione che non considera conclusa. Per un'artista imparare significa anche continuare a cambiare.
C'è un tema che oggi attraversa inevitabilmente anche il mondo dell'illustrazione: l'intelligenza artificiale. Il vero problema, per lei, non è semplicemente l'esistenza di uno strumento capace di generare immagini, ma il modo in cui viene utilizzato e ciò che può accadere alla creatività quando le immagini iniziano a essere prodotte sulla base di lavori realizzati da altri artisti. Il punto, secondo Josephine, è la differenza tra generare un'immagine e creare un'opera. «Un’immagine può essere tecnicamente efficace, ma l'arte porta con sé un'intenzione, una sensibilità. Io spero perlomeno che i miei disegni riescano sempre a trasmettere qualcosa». Il rischio che vede è quello dell'omologazione.
«Se i sistemi vengono alimentati dalle immagini prodotte dagli artisti e poi utilizzati per riprodurre continuamente stili e soluzioni già esistenti, si rischia di perdere proprio quella differenza individuale che rende riconoscibile un artista.« Per Josephine la creatività umana rimane ciò che distingue davvero un'opera: è la capacità di trasformare ciò che si osserva in qualcosa che prima non esisteva. C'è poi un elemento che, per un'artista catanese, non può essere messo da parte: la Sicilia. Josephine vive ai piedi dell'Etna e racconta di avere bisogno, per lavorare, di una stanza da cui poter vedere il vulcano.
È dalla consapevolezza delle difficoltà incontrate che Josephine, insieme a Francesca Torre e Dee Sastrous, decide di creare uno spazio di lavoro e confronto comune dando vita al collettivo “de.fra.jo”: un progetto nato dalla necessità di fare rete tra donne e di non aspettare che siano altri ad aprire una porta, ma di provare a costruirla insieme. È nell'ambito di questo collettivo che nasce “Storie per superare la notte”, un libro illustrato che riunisce quattro racconti: due scritti da Francesca Torre e due da Dee Sastrous, tutti illustrati da Josephine, che ha realizzato anche la copertina. A unirli è soprattutto il punto di vista: tutte le protagoniste sono donne e lo sguardo attraverso cui le storie vengono raccontate è esclusivamente femminile.
Al centro ci sono quattro temi legati alla violenza patriarcale sulle donne: manipolazione, narcisismo, violenza psicologica e violenza emotiva. Sono storie di donne che si ritrovano in relazioni tossiche e che, in modi diversi, riescono a riconoscere ciò che stanno vivendo e a uscirne. Non è soltanto un progetto editoriale. È un modo per trasformare una difficoltà individuale in una possibilità collettiva.
È una lezione che, a distanza di anni, sembra racchiudere il modo in cui Josephine guarda ancora oggi il mondo. Catanese, autodidatta, con una laurea in lettere e una passione per il disegno che coltiva da quando era bambina, è riuscita a trasformare quella che per molto tempo è sembrata soltanto una passione, in un lavoro.
Oggi realizza illustrazioni e copertine per il mercato internazionale, collabora con editori statunitensi, tra cui “Dynamite Comics” ma il suo percorso professionale non è stato immediato e, soprattutto, non è stato lineare. Prima sono arrivati i quadri: Josephine ha iniziato realizzando opere su commissione. Intanto pubblicava i suoi lavori sui social.
Le prime collaborazioni
Ed è proprio da lì che è iniziato tutto. Le prime collaborazioni arrivano con riviste e progetti che affrontano temi sociali, mettendo gratuitamente a disposizione ciò che sa fare per progetti nei quali riconosce i propri valori. Tra le esperienze raccontate ci sono anche quelle con Antifa!nzine e Donna Woman Femme. Poi arrivano le fiere, gli incontri, le collaborazioni e una rete professionale sempre più ampia. Finché un giorno qualcuno dall'altra parte dell'oceano nota i suoi lavori. È così che Josephine entra nel mondo delle blank cover, le copertine bianche dei fumetti che gli editori mettono a disposizione dei collezionisti e che vengono personalizzate dagli artisti. Per Josephine una copertina e una storia a fumetti non sono la stessa cosa.Realizzare le blank cover le piace molto, ma quando lavora sulle tavole di una graphic novel entra in gioco un rapporto diverso con i personaggi. La differenza sta soprattutto nella continuità. Una cover deve condensare tutto in un'immagine. Una storia, invece, permette di seguire l'evoluzione dei personaggi sviluppando una certa familiarità.
Le donne "imperfette"
Nei suoi lavori c’è un elemento che torna spesso: il corpo femminile. Le sue donne sono sensuali, erotiche, muscolose, formose, imperfette. Non sembrano costruite per rispondere a un modello canonico di bellezza ma al contrario, sembrano volerlo mettere in discussione. «Ho iniziato a disegnare le donne perché mi piaceva Frank Frazetta. Nelle sue figure femminili ha trovato qualcosa di diverso: corpi potenti, sensuali, lontani dall'idea di un'unica forma possibile della bellezza», racconta. «Poi mi sono fermata a guardare, a studiare l'anatomia. Cerco sempre di fare delle donne formose», spiega.«Secondo me è giusto che arrivi la bellezza anche dei corpi che non sono canonici». Non è soltanto una scelta estetica. È anche il tentativo di mostrare una pluralità di corpi e di sottrarre la figura femminile all'idea che debba essere perfetta, magra o costruita secondo un modello prestabilito. Josephine Tomarchio non ama definire il proprio stile attraverso un'etichetta. Preferisce distinguere tra due grandi approcci: da una parte chi ricerca la perfezione tecnica, dall'altra chi mette al centro l'emozione.
Lei si riconosce decisamente nel secondo. «Ci sono disegni perfetti nelle proporzioni, nelle ombre, però molto freddi.E poi ci sono quelli emozionali, dove magari c'è un difetto, la testa è un po' più grande o la torsione non è perfetta, ma quando li guardi ti trasmettono qualcosa».È questa forse la chiave per leggere il suo lavoro. Il disegno deve avere un'anima. Quando lavora su una commissione, cerca di entrare nella storia che deve raccontare.
Il disegno come necessità
Quando invece disegna per sé, il processo è ancora più personale. Il disegno diventa una necessità, quasi una valvola di sfogo, il modo per incanalare tutto quello che assorbe. Una forma di elaborazione, ma anche un modo per restituire un significato a ciò che sente. Oggi il suo strumento di lavoro principale è il digitale. Il vantaggio è anche pratico: si può cancellare, correggere, sperimentare senza sprecare carta e soprattutto il digitale le permette di trasformare praticamente qualsiasi luogo in uno spazio di lavoro.Ma il rapporto con il disegno tradizionale non è finito. Quando disegna per sé alterna le tecniche. Anche il suo stile è cambiato nel tempo. Se un tempo giocava soprattutto con il colore, oggi sente maggiormente l'esigenza di costruire prima il disegno attraverso l'inchiostrazione e intervenire successivamente con il colore. È un'evoluzione che non considera conclusa. Per un'artista imparare significa anche continuare a cambiare.
C'è un tema che oggi attraversa inevitabilmente anche il mondo dell'illustrazione: l'intelligenza artificiale. Il vero problema, per lei, non è semplicemente l'esistenza di uno strumento capace di generare immagini, ma il modo in cui viene utilizzato e ciò che può accadere alla creatività quando le immagini iniziano a essere prodotte sulla base di lavori realizzati da altri artisti. Il punto, secondo Josephine, è la differenza tra generare un'immagine e creare un'opera. «Un’immagine può essere tecnicamente efficace, ma l'arte porta con sé un'intenzione, una sensibilità. Io spero perlomeno che i miei disegni riescano sempre a trasmettere qualcosa». Il rischio che vede è quello dell'omologazione.
«Se i sistemi vengono alimentati dalle immagini prodotte dagli artisti e poi utilizzati per riprodurre continuamente stili e soluzioni già esistenti, si rischia di perdere proprio quella differenza individuale che rende riconoscibile un artista.« Per Josephine la creatività umana rimane ciò che distingue davvero un'opera: è la capacità di trasformare ciò che si osserva in qualcosa che prima non esisteva. C'è poi un elemento che, per un'artista catanese, non può essere messo da parte: la Sicilia. Josephine vive ai piedi dell'Etna e racconta di avere bisogno, per lavorare, di una stanza da cui poter vedere il vulcano.
La Sicilia come ispirazione
La sua terra è una fonte inesauribile di ispirazione: il mare, i colori, la natura, le architetture barocche, i paesaggi. «È una terra piena di colori, di natura, di bellezza. Vivi e cresci in un posto dove l'arte e la bellezza ce l'hai ovunque». Dall'altra parte, però, c'è la consapevolezza che vivere in Sicilia possa rappresentare un limite professionale. «Spostarsi dall'isola significa affrontare costi e difficoltà che possono diventare un ostacolo alla partecipazione a fiere, eventi e occasioni professionali. E soprattutto, secondo Josephine, manca ancora un investimento forte nell'editoria e nell'industria del fumetto e dell'illustrazione. È anche per questo che fare rete diventa fondamentale».È dalla consapevolezza delle difficoltà incontrate che Josephine, insieme a Francesca Torre e Dee Sastrous, decide di creare uno spazio di lavoro e confronto comune dando vita al collettivo “de.fra.jo”: un progetto nato dalla necessità di fare rete tra donne e di non aspettare che siano altri ad aprire una porta, ma di provare a costruirla insieme. È nell'ambito di questo collettivo che nasce “Storie per superare la notte”, un libro illustrato che riunisce quattro racconti: due scritti da Francesca Torre e due da Dee Sastrous, tutti illustrati da Josephine, che ha realizzato anche la copertina. A unirli è soprattutto il punto di vista: tutte le protagoniste sono donne e lo sguardo attraverso cui le storie vengono raccontate è esclusivamente femminile.
Al centro ci sono quattro temi legati alla violenza patriarcale sulle donne: manipolazione, narcisismo, violenza psicologica e violenza emotiva. Sono storie di donne che si ritrovano in relazioni tossiche e che, in modi diversi, riescono a riconoscere ciò che stanno vivendo e a uscirne. Non è soltanto un progetto editoriale. È un modo per trasformare una difficoltà individuale in una possibilità collettiva.
Il sogno di Josephine
I sogni però non finiscono qui: Tomarchio non nasconde di voler lavorare, un giorno, per DC Comics. Il suo universo ideale è quello più oscuro e tormentato dei supereroi, e tra i personaggi che ama c’è Harley Quinn. Preferisce la DC proprio per quell'atmosfera più dark e complessa che sente vicina anche al proprio immaginario. C’è un consiglio che Josephine sente di voler dare a chi vuole trasformare una passione in un lavoro: guardare. Guardare continuamente quello che fanno gli altri artisti, studiare i loro procedimenti e poi prendere ciò che convince, rielaborarlo e trasformarlo in qualcosa di proprio. Perché il talento, da solo, non basta. Servono ostinazione, studio e capacità di ricominciare. Con una matita in mano, certo. Ma soprattutto con qualcosa da raccontare.|
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