STORIE

L'ultima promessa prima di "via D'Amelio": due fratelli in divisa e un tragico destino

Il viaggio intimo e doloroso di Luciano Traina, fratello di Claudio, uno degli agenti della scorta di Paolo Borsellino che ha perso la vita nella strage di Via d'Amelio

Zaira Conigliaro
Giornalista
  • 19 luglio 2026

Luciano e Claudio Traina

La memoria non è un esercizio di stile, né un semplice dovere impresso sul calendario: è una forza viva, un atto di ribellione quotidiano contro la polvere del tempo e il silenzio dell’oblio. Ci sono date che smettono di essere semplici numeri e si trasformano in ferite aperte, spartiacque brutali tra un "prima" e un "dopo" in cui la storia ha preteso il tributo più alto in termini di sangue, giustizia e dignità.

Il 19 luglio 1992 è una di queste date, un giorno che a Palermo e in tutta Italia è intrisa ancora l'aria pesante della strage di via D’Amelio, del fumo acre del tritolo e di destini spezzati in un pomeriggio d'estate che doveva essere di riposo, di famiglia e di mare.

Pubblicare questa storia oggi, nel giorno esatto in cui quella ferita compie gli anni, significa strappare i protagonisti alla cronaca nera e consegnarli alla carne viva del racconto, perché la memoria ha senso solo se si fa voce, se si trasforma nel testimone di una staffetta ideale che passa di mano in mano, di scuola in scuola, di ricordo in ricordo.

Quella che segue non è la celebrazione fredda di un anniversario, ma il viaggio intimo e doloroso di Luciano Traina, il fratello di Claudio, uno degli "angeli" di Paolo Borsellino che quel giorno ha perso la vita. Da quel 19 luglio, Luciano non ha mai smesso di camminare, portando sulle spalle il peso di una scarpa trovata nella polvere e la responsabilità di una promessa sussurrata tra le onde di Aspra.

C’è un momento preciso in cui il destino decide di deviare per sempre il corso di una vita e, per Luciano Traina, quel momento ha i contorni sfocati e lividi di un’alba palermitana del 1971, l'odore dell'asfalto bagnato e una sagoma di gesso bianco tracciata sul marciapiede di piazza Leoni. Qui suo cugino di soli 18 anni è stato appena assassinato per aver tentato di divincolarsi da alcuni uomini incappucciati che volevano sequestrarlo a scopo di estorsione, tre mesi esatti dopo il secco rifiuto di una richiesta di pizzo da parte di suo padre e di suo zio.

Luciano, che allora aveva appena 17 anni ed era spinto dalla curiosità ingenua di chi non ha mai visto la Polizia Scientifica eseguire i rilievi su una scena del crimine, era rimasto giù in strada a osservare da lontano. Gli venne intimato di allontanarsi e così fece.

Poi però notò qualcosa che brillava vicino al bordo della strada e, spinto dall'intuizione, decise di tornare dal poliziotto per indicarglielo. Fu proprio dopo che l'agente raccolse una catena di ferro lunga quasi due metri, usata dai criminali per immobilizzare la vittima, che l'uomo lo guardò dritto negli occhi pronunciando la fatidica frase: “Sai che sei bravo? Potresti fare il poliziotto”.

Quelle parole colpirono profondamente il giovane e da quel momento nacque in lui una vocazione inarrestabile che lo portò a presentare domanda, superare il concorso e ed entrare nel 1972, non ancora maggiorenne, prima nella Scuola di Polizia di Alessandria e poi a Milano dove per 13 anni prestò servizio nella Squadra Volante, nella zona di San Siro.

Siamo nell'agosto del 1985 quando, durante le ferie in Sicilia, una telefonata improvvisa stravolge di nuovo tutto: "Lei è stato trasferito a Palermo". Luciano rimane pietrificato sia perché non aveva mai presentato alcuna domanda di trasferimento sia perchè non era affatto semplice spostare una famiglia intera, moglie e due figli, da un giorno all'altro.

Il motivo di quel provvedimento d'urgenza era legato alla totale riorganizzazione della Squadra Mobile di Palermo dopo il barbaro assassinio del commissario Giuseppe Montana.

Inizia così una fase intensa ed estremamente pericolosa della sua vita, prima alla sezione Antirapina e poi nella sezione che si occupava della criminalità organizzata, dove tra imponenti sequestri di hashish ed eroina il suo volto diventò noto ai giornalisti dei quotidiani locali come L’Ora e il Giornale di Sicilia che lo fotografavano spesso durante i blitz. Un periodo totalizzante per il quale oggi la moglie gli ripete spesso che ha dedicato l'intera vita allo Stato togliendo inevitabilmente tempo prezioso ai suoi affetti.

Intanto, in quella stessa casa cresceva suo fratello Claudio, più piccolo di lui di 11 anni, che vedeva nel fratello maggiore un esempio assoluto da imitare e che nel 1986, subito dopo la tragica morte del padre, si presentò da Luciano dicendo fermamente: “Sai, Luciano, per me sei un eroe. Vorrei seguire le tue orme”.

Luciano provò in tutti i modi a fargli cambiare idea, ma Claudio era irremovibile nella sua determinazione e pochi giorni dopo, sconfiggendo ogni tentativo di dissuasione, si presentò da lui con un sorriso radioso esclamando: "Ciao, collega! Ho fatto il concorso e l'ho superato".

Se da una parte Luciano si sentiva orgoglioso, dall'altra era divorato dalla preoccupazione per i rischi enormi di quella professione nella Palermo insanguinata di quegli anni, e quando nel 1991 Claudio, dopo aver frequentato la stessa scuola di Alessandria ed essere stato assegnato a Milano, ottenne il trasferimento in Sicilia, Luciano si illuse di poterlo finalmente tenere vicino a sé per guidarlo in una città dove ogni giorno si usciva per omicidi e regolamenti di conti.

Nel 1992 la situazione precipitò ulteriormente e Claudio annuciò al fratello un altro importante cambiamento: "Sai, mi hanno trasferito all'Ufficio Scorte". Arriviamo così alla drammatica domenica del 23 maggio 1992 quando Luciano, seduto a casa, riceve una telefonata sul fisso che lo informava che avevano fatto saltare in aria il giudice Giovanni Falcone a Capaci.

Lungo l'autostrada sventrata, in mezzo a un frastuono assordante di sirene e comunicazioni radio caotiche e indecifrabili, Luciano scese dall'auto e da lontano, a circa trenta o quaranta metri di distanza, scorse suo fratello Claudio che si trovava insieme a un'altra autorità, il giudice Paolo Borsellino.

Claudio lo vide e gli rivolse un saluto silenzioso e triste con la mano, un gesto carico del peso insostenibile di ciò che aveva appena visto e che si sarebbe rivelato uno degli ultimi scambiati tra loro. Da quel giorno non ebbero più pace, soprattutto Claudio che lavorò senza riposo per i successivi cinquantasei giorni.

L'unico modo che i due fratelli avevano per staccare dalla violenza, dalla responsabilità e dalla paura era la loro grande passione comune per la pesca, e quando riuscivano ad avere qualche ora libera prendevano la piccola barca di Luciano ormeggiata ad Aspra e uscivano in mare aperto per tornare a essere semplicemente due fratelli.

Una tradizione che speravano di ripetere anche quel 19 luglio, soprattutto dopo che Claudio aveva telefonato felice la sera del venerdì dicendo: “Finalmente domenica 19 mi hanno dato un giorno di riposo”.

La mattina del 19 luglio 1992 Claudio arrivò puntuale al molo di Aspra intorno alle 6.30, solare e pieno di vita, con la sua cassettina degli attrezzi e la canna già pronta, e non appena la barca si allontanò di circa 500 metri dalla costa lanciò la lenza tirando fuori due pesci nel giro di pochi minuti, per poi girarsi verso Luciano con il suo sorriso beffardo e dire: “Hai visto? Io ho già preso. Tu sei sempre il solito, te la prendi con comodo".

Continuarono a pescare riempiendo un piccolo secchiello, ma improvvisamente quel sorriso solare sparì dal volto di Claudio che si fece cupo e silenzioso, spingendo Luciano a chiedergli con insistenza: “Claudio, stai male? È successo qualcosa”? Lui disse di non avere nulla, ma Luciano, conoscendolo profondamente, incalzò: “No, Claudio. Non sei tu. È successo qualcosa?".

Claudio scosse la testa e cercò di rassicurarlo, ma l'istinto del fratello maggiore non si lasciava ingannare. Solo a quel punto il ragazzo confessò: "Ieri sera mi hanno chiamato dall’ufficio. Devo sostituire un collega che sta male". Luciano rimase sorpreso e rammaricato: “Ma allora me lo potevi dire ieri sera. Non valeva nemmeno la pena uscire con la barca per due ore".

E Claudio replicò con dolcezza: "Lo sai che quando sono con te, quando sono in mezzo al mare, sto bene. Ci starei giorno e notte qui". Rientrati al molo, mentre raccoglieva le sue cose, Claudio disse al fratello: "Mi raccomando, stasera vai a prendere Maria e il bambino. Poi ci vediamo tutti a casa di mamma. Riunisci la famiglia".

Nel pomeriggio di quella domenica, mentre Luciano, la moglie e i figli erano già pronti vicino alla porta per andare a prendere la cognata e raggiungere la madre per la consueta cena domenicale, il telefono di casa squillò. Ancora prima di portare la cornetta all'orecchio, Luciano sentì la voce disperata e urlante di sua madre che stava stirando davanti alla televisione sintonizzata su Domenica In e che, faticando a formulare le parole, continuava a ripetere in preda al panico il nome di suo figlio minore, spingendo Luciano a risponderle: “Mamma, stai tranquilla. Ora mi informo e ti faccio sapere”.

Chiusa la comunicazione, l'ispettore telefonò immediatamente al 113 qualificandosi, e il collega dall'altra parte della linea, che lo conosceva bene e forse aveva già intuito la tragedia senza trovare il coraggio di dirglielo, gli rispose: "Ancora non si sa niente. C’è stata una deflagrazione, ma non abbiamo ancora notizie precise. Appena so qualcosa, la richiamo".

Pochi istanti dopo, un collega che abitava nelle vicinanze bussò alla sua porta dicendogli bruscamente: “Dobbiamo andare. Hanno bisogno di noi". I due salirono in auto e volarono verso la Questura di Palermo dove, davanti al portone d'ingresso, Luciano vide una scena irreale: decine di poliziotti immobili e seduti, tra cui una collega sconvolta che si teneva la testa tra le mani: "Ma si può sapere cosa è successo?" Qualcuno rispose nel silenzio generale: "Hanno fatto saltare in aria il dottor Paolo Borsellino".

E quando l'elenco dei nomi arrivò al nome di Claudio, Luciano lo udì chiaramente ma la sua mente si rifiutò di collegare quella parola a suo fratello, come se riguardasse un estraneo, finché il collega non lo scosse dicendo: "Dobbiamo andare".

Partiti a sirene spiegate verso via D’Amelio, i due arrivano sul posto intorno alle 17:15, appena venti minuti dopo l'esplosione delle 16:55. Lo scenario che si parò davanti ai suoi occhi era identico alle immagini di un bombardamento bellico visto in televisione: una fitta nuvola di fumo nero avvolgeva la strada, i palazzi erano sventrati, le auto distrutte, i vetri frantumati ovunque e l'aria resa irrespirabile da un odore acre e terribile di gomma bruciata.

Luciano, che era in borghese, scese di scatto dall'auto per raccogliere elementi utili alle indagini, ma non appena provò a superare il cordone formato da polizia e carabinieri, un collega lo bloccò afferrandolo saldamente per un braccio ripetendogli: "Lei non può passare". Luciano ribattè: "Sono Traina, sono un collega".

Ciò che lo ferì profondamente in quel momento fu notare che l'agente evitava ostinatamente il suo sguardo. Probabilmente non aveva il coraggio di rivelargli l'orrore che si nascondeva dietro quel blocco.

Fu solo grazie al collega che lo aveva accompagnato che Luciano riuscì a passare e vedere l'orrore. Alzando gli occhi verso il primo balcone, scorse sotto la ringhiera un frammento umano che gocciolava sangue sulla strada, un seno di donna completamente annerito che solo in seguito avrebbe saputo appartenere a Emanuela Loi; davanti il portone un altro altro busto annerito e un viso con i baffi che sembrava sorridere: era il corpo del magistrato Paolo Borsellino.

Continuando ad avanzare si diresse verso la prima Croma della scorta, una carcassa di lamiera completamente distrutta e fumante, avvolta da un'acqua rosa mista a polvere che scorreva sul terreno somigliando a sangue liquido. Proprio davanti al cerchione anteriore vicino allo sportello, Luciano fu attratto da qualcosa, entrò e vide una gamba recisa: avvicinandosi ancora di più, riconobbe inequivocabilmente la scarpa di suo fratello Claudio.

Mentre il collega cercava disperatamente di tirarlo via urlandogli, la mente di Luciano fu attraversata come da uno scatto fulmineo dal ricordo delle parole che Claudio gli aveva detto quella mattina stessa sul molo: «Luciano, mi raccomando. Stasera raduna la famiglia». Capendo che non poteva crollare in quel momento e che doveva proteggere la cognata Maria e la madre prima che i telegiornali diffondessero i nomi, ordinò al collega: "Accompagnami subito da mia cognata".

Quella stessa notte Luciano si recò nel reparto di medicina legale per completare le procedure ufficiali e firmare i documenti per il riconoscimento della salma ma, quando espresse la volontà di entrare dicendo: “Vorrei entrare. Potete chiamare il dottor Mulone?".

Gli addetti gli risposero duramente che non poteva entrare nessuno, spingendolo a insistere con orgoglio: "Sono Traina. L’ispettore Traina". Sentendo quel cognome, un uomo anziano che si trovava appoggiato in un angolo della stanza con gli occhiali posati sulla testa si ricompose, si avvicinò e Luciano riconobbe il dottor Antonino Caponnetto che lo strinse in un abbraccio fortissimo, simile a quello di un padre, sussurrandogli all'orecchio: "È finito tutto. È finito tutto".

Oggi Luciano Traina, che da vent'anni spende la sua vita visitando le scuole di tutta Italia per raccontare la storia di Claudio, di Paolo Borsellino e di tutti i ragazzi caduti, sente il dovere di smentire con profondo rispetto quel grande magistrato, perché non è finito affatto tutto finché ci sarà qualcuno disposto ad ascoltare e a mantenere viva la loro memoria affinché continuino a vivere nel presente.

Questo faticoso cammino della memoria ci costringe, soprattutto in un giorno come il 19 luglio, a una riflessione profonda che va oltre le cerimonie istituzionali e i grandi nomi scritti sui libri di storia: gli eroi di questa terra, i giganti da celebrare, non sono stati soltanto i grandissimi e purissimi magistrati che hanno guidato la trincea della giustizia.

Sono stati anche e soprattutto tutti quegli uomini e quelle donne delle scorte, ragazzi semplici, figli, padri, fratelli come Claudio Traina, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano, anime silenziose che non hanno esitato un solo istante a mettere in gioco la propria giovinezza e la propria vita per tentare, fino all'ultimo secondo e a scudo del proprio corpo, di proteggere quegli uomini e quegli ideali in cui credevano.
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