MISTERI E LEGGENDE

HomeNewsCulturaMisteri e leggende

La curiosa scoperta alle porte di Palermo: il miracolo nato nei sotterranei di una chiesa

Il "Trittico di Gibilrossa" è ad oggi una delle più importanti testimonianze artistiche del Quattrocento in Sicilia, orgogliosamente proventi dal territorio di Misilmeri

Marco Giammona
Docente, ricercatore e saggista
  • 19 luglio 2023

Trittico di Gibilrossa

Proviene da uno dei luoghi più ricchi di storia e carichi di fede del territorio di Misilmeri, ovvero Gibilrossa, e da qui prende il nome.

Il "Trittico di Gibilrossa" deriva infatti dall’etimo con cui i musulmani vollero tradurre il precedente appellativo del luogo, che dal latino «Mons Magnum» divenne in arabo «jabal raʾs» ossia "prima montagna" con l'accezione di "principale montagna" o "grande montagna".

Infatti dal punto di vista geografico questo monte rappresenta la prima montagna alle porte della città di Palermo.

I primi insediamenti della località di Gibilrossa sono probabilmente ascrivibili al VI secolo d.C, e cioè quando un gruppo di padri basiliani di rito Greco-Bizantino, si insediarono in loco e vi costruirono un centro di culto, successivamente divenuto il santuario della Madonna di Gibilrossa, consacrato sin da allora alla Madonna Assunta, raffigurata su un’icona posta sull’altare maggiore.
Adv
Questa devozione, importata per la prima volta, dall’Oriente a Misilmeri dai religiosi, aumentò sempre più di giorno in giorno, tanto da rendere questo santuario mariano tra i più rinomati in tutta la Sicilia.

Fino agli inizi del Novecento, infatti, si potevano ancora osservare sulle pareti laterali della chiesa alcune croci greche di colore rosso, poste a ricordo della consacrazione del sacro edificio secondo il rito orientale.

I padri basiliani vi rimasero sino all'anno 827 quando, con lo sbarco degli arabi in Sicilia, vennero costretti ad abbandonare il convento e rifugiarsi in Calabria.

Durante i successivi 250 anni il santuario rimase abbandonato e venne più volte saccheggiato, sino alla riconquista della Sicilia da parte dei Normanni nel 1068, con la vittoria nella pianura di Misilmeri, quando chiesa e convento di Gibilrossa, furono restaurati e restituiti al culto Cristiano.

Alla furia musulmana era però sfuggita l’antica icona della Madonna Assunta che, temendone un sicuro oltraggio, era stata nascosta dai monaci nei sotterranei della chiesa.

Come riferito da alcune antiche memorie e tradizioni popolari, riportate anche dal Mongitore nel libro "Palermo divoto di Maria", ciò che destò maggior scalpore fu il rinvenimento "quasi" miracoloso dell’antica icona bizantina.

Si narra, infatti, che uno schiavo musulmano, addetto al pascolo nei pressi di Gibilrossa, da svariati giorni notava l’allontanamento di uno dei suoi buoi in direzione di una grotta nascosta sotto la chiesa, abbandonata dai monaci basiliani.

Un giorno seguendolo, scoprì l’animale in atto di venerazione dinanzi all’immagine Sacra della Vergine nascosta da un groviglio di cespugli e rovi. Diffusa velocemente la notizia dell’avvenimento, tra lo stupore generale, si risvegliò, dopo quasi tre secoli, la devozione dei fedeli che accorsero in pellegrinaggio da Misilmeri e da tutta la Sicilia per venerare la Sacra Immagine, dispensatrice di tantissime grazie e miracoli, testimoniate nel tempo.

Con le offerte raccolte venne riedificata l’antica chiesa e la Sacra Immagine ritrovata nella grotta fu esposta nuovamente alla pubblica venerazione sull’altare maggiore.

La devozione dei fedeli continuò così nel tempo, festeggiando la Vergine Assunta ogni anno con grande solennità il 15 di agosto, con celebrazioni liturgiche e manifestazioni di carattere ludico (corse di cavalli, spettacoli musicali e giochi pirotecnici).

Numerosi infatti, erano i pellegrini che nei giorni precedenti alla festa giungevano soprattutto da Misilmeri, ma anche dai paesi vicini e dal capoluogo, trascorrendo sul posto alcuni giorni all’insegna della preghiera e della convivialità.

Celebre rimase negli annali del santuario la festa del 1442, quando nel panegirico della messa cantata, il beato Pietro Geremia, in una visione svelò il luogo dov’erano seppelliti i corpi di alcune Sante vergini, trucidate anni prima, per amore alla Madonna di Gibilrossa e per la difesa della loro verginità, spostandole onorevolmente ai piedi della Vergine.

Già dal 1423 l’antica icona che ritraeva il Transito della Vergine era stata sostituita da un più pregevole trittico su tavola, questa volta raffigurante una Madonna che allatta il Bambino con a fianco le Sante Agata e Barbara rappresentate nel loro martirio.

Ad oggi l’attribuzione dell’opera risulta ancora incerta, alcuni storici dell’arte ravvedendone una marcata influenza della pittura marchigiana-umbro-toscana, ipotizzano la mano di un artista attivo in ambito locale come Gaspare da Pesaro, data la sua permanenza a Palermo.

Di sicuro sappiamo che venne commissionata da un devoto, così come attestato dalla scritta nella fascia inferiore della tavola: "HOC OPUS FIERI FECERU AMORE BEATE VIRGINIS MARIA DE GIBILARUSA ANNO DOMINI MILLE C.C.C.C.XXIII

(Quest’opera fu fatta eseguire per amore della Beata Vergine Maria di Gibilrossa, nell’anno del Signore 1423) e successivamente restaurata la prima volta da Gian Paolo Veronese nel 1549, e una seconda volta nel 1637.

Per più di due secoli la custodia e i beni del Santuario di Gibilrossa rimasero appannaggio prima dei padri francescani su commissione del Signore di Misilmeri D. Francesco II Del Bosco, e dal 1626 ai padri Carmelitani che vi restarono fino alla soppressione dei religiosi, il 7 luglio 1866, quando il convento e la chiesa, con le annesse terre, furono incamerati dallo Stato e successivamente messi in vendita.

Fu così che il sacerdote Valentino Baudo poté acquistarli nel 1916 con l’intento di rinvigorire il culto alla Madonna di Gibilrossa.

Ma già dal 1874, il Sacro Trittico, era stato prelevato dalla Commissione delle belle arti e antichità di Palermo, che aveva avuto notizie della pregevole opera lasciata in stato di abbandono, e quindi esposto presso le sale della pinacoteca del Museo Nazionale di Palermo.

Con l’apertura della nuova Galleria Regionale di Sicilia di Palazzo Abatellis, nel 1954, anche il Trittico di Gibilrossa venne inserito nella collezione museale, non prima del restauro ad opera di Ottemi della Rotta, il quale aggiunse degli archi a tutto sesto su capitelli ai lati delle due sante ed un tendaggio alle spalle della Vergine.

Soltanto il recente restauro del 2008 ha riportato la tavola al suo originario splendore.

Ad oggi l’opera, insieme al ciclo di affreschi della cappella teutonica di Risalaimi, risulta tra le più importanti testimonianze artistiche del Quattrocento in Sicilia, orgogliosamente proventi dal territorio di Misilmeri.
Se ti è piaciuto questo articolo, continua a seguirci...
Iscriviti alla newsletter
Cliccando su "Iscriviti" confermo di aver preso visione dell'informativa sul trattamento dei dati.

GLI ARTICOLI PIÙ LETTI