STORIA E TRADIZIONI

Erano cugini e hanno fatto la storia: il (vero) ritratto di famiglia del Gattopardo

Tutti furono guidati, fino all'ultimo, dalla stessa bussola: una romantica, aristocratica e struggente malinconia verso ciò che era e che non sarebbe stato più

Susanna La Valle
Storica, insegnante e ghostwriter
  • Pubblicato il
    12 agosto 2026

Giuseppe Tomasi e Lucio Piccolo (foto de Il Foglio)

Difficilmente, in un’unica genealogia si ritrova una concentrazione così straordinaria di ingegno, estro e fantasia. Mi riferisco a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, i Fratelli Piccolo di Calanovella, e a Fulco della Cerda, Duca di Verdura. Questa è una storia affascinante, ancora lasciata in ombra: un universo intellettuale e umano che rappresenta una vera miniera d’oro per uno storico della cultura. Partiamo da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l’autore del Gattopardo.

La sua solitudine, di cui si è tanto parlato, specie negli anni della giovinezza, non fu mai vuota, ma costantemente nutrita dal contatto con menti bizzarre e dotatissime: i cugini Lucio, Casimiro e Agata Piccolo (a cui si aggiungerà il figlio adottivo Gioacchino).

I Piccolo e Tomasi erano figli di due delle cinque celebri sorelle Tasca di Cutò, donne di tale ed eccezionale grazia ed eleganza che Matilde Serao ne rimase folgorata, arrivando a scrivere: "Ciascuna di esse merita una corona sovrana". La Villa di Capo d’Orlando, dove i Piccolo si ritirarono dopo aver abbandonato Palermo, divenne per Tomasi un autentico "centro di gravità permanente", luogo di spensieratezza e fecondo scambio culturale.

Fu la Villa delle menti geniali. Tra poesia, spettri e creature magiche i cugini, Lucio e Casimiro furono i primi a farsi notare. Lucio, poeta raffinatissimo e cultore di musica, divenne il primo caso letterario della famiglia, persino prima di Tomasi. Nel 1954 inviò le sue poesie a Eugenio Montale, che ne fu rapito e lo "lanciò" al convegno letterario di San Pellegrino Terme, dove Tomasi lo accompagnò assistendo in silenzio.

La poesia di Lucio — barocca e isolata rispetto al panorama del Novecento — è magicamente intessuta da simbolismi, immagini oniriche, crepuscolare, dove “i morti male non fanno, non hanno muscoli e sangue”, sono solo ombre. Casimiro fu invece pittore, fotografo e cultore di scienze occulte.

I suoi sono acquarelli dipinti “in punta di pennello” sono animistici popolati da elfi, gnomi, “spiriti elementali” come li chiamò lo scrittore e giornalista Bent Parodi, sono esseri del” Regno Fatato”, raccontato dal poeta Yeats. Creature che sosteneva di avvistare durante le passeggiate notturne nei giardini della villa.

Fece anche un ritratto al cugino Tomasi di Lampedusa, quadro che andò perduto durante la Seconda Guerra mondiale. Accanto alla pittura coltivò la fotografia, lasciando migliaia di scatti sui borghi dei Nebrodi, sulla vita di donne, contadini, pescatori, gente del popolo, oggi custoditi nel Museo della Fondazione Famiglia Piccolo.

Completa il quadro la sorella maggiore Agata, coltissima botanica che trasformò il parco di Capo d’Orlando in un giardino sperimentale introducendo la coltivazione di piante esotiche. Gioacchino, come abbiamo detto figlio adottivo, diventò un insigne ed esperto musicologo.

I Piccolo condivisero con Tomasi una cultura "vertiginosa" e poliglotta. Scelsero di voltare le spalle alla nuova mondanità palermitana per coltivare un’anarchia aristocratica e isolata. Un'altra figura fondamentale, seppur cugino di secondo grado da parte di madre, fu Fulco di Verdura.

Perfetto anello di congiunzione tra l'aristocrazia decadente del Gattopardo e il jet-set internazionale, Fulco condivise lo stesso Dna culturale dei cugini, ma scelse una via di fuga opposta: l’audacia della mondanità creativa. Il suo memoriale "Estati felici" (The Happy Summer Days) racconta con nostalgia una Sicilia d’infanzia fiabesca e opulenta, nella villa di Palermo, prima che i debiti e la gestione disastrosa del patrimonio di famiglia spazzassero via tutto.

La sua svolta avvenne a Venezia grazie al musicista Cole Porter, che gli presentò Coco Chanel. Mademoiselle intuì subito il genio in quel Duca Siciliano squattrinato ed elegantissimo, e gli affidò i propri gioielli (ricevuti dai vari amanti), da smontare e reinventare. Fulco così creò i celebri bracciali Maltese Cross Cuffs. Dai quali la stilista non si separò mai.

Da Parigi a New York a Londra, i suoi gioielli conquistarono ricchi magnati e attrici di Hollywood, la sua vita terminò in maniera singolare: fu travolto in strada da un taxi inglese. Nonostante Fulco descrivesse il cugino Giuseppe con amara ironia ("triste, grassoccio, totalmente dipendente dalla madre"), le loro traiettorie raccontano la medesima fine di un’epoca.

Di fronte al declino del loro mondo, ognuno di questi cugini, di questi “Gattopardi”, trovò una personale via di scampo. Fulco fu l’azione: reagì al crollo con audacia dionisiaca, trasformando quel mondo perduto in uno scrigno di gioielli da portare nel “nuovo mondo”.

Giuseppe fu la stasi apollinea: l'introversione e lo studio che Fulco scambiava per pigrizia furono in realtà l'attesa e la sedimentazione che avrebbero partorito il Gattopardo. I Piccolo furono l’esoterismo e la teosofia: scelsero il ritiro, la magia e l'immaginazione per sperimentare, lontani da una realtà che non li rappresentava più.

Tutti, tuttavia, condivisero un sottile senso dell'umorismo e una distanza critica dal mondo che impedì loro di scivolare nel patetico. Manterranno e condivideranno lo stesso cordone ombelicale con l’Isola: Tomasi analizzando la storia evidenziando come in un'autopsia il passaggio di un’epoca; i Piccolo ne evocarono gli spiriti conservando quell’atmosfera magica ed elitaria; Fulco invece da quel declino raccolse i tanti cocci, incastonandoli nei suoi preziosi gioielli.

Tutti furono guidati, fino all'ultimo, dalla stessa bussola: una romantica, aristocratica e struggente malinconia verso ciò che era e che non sarebbe stato più.
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