Le Latomie di Niccolini, agli antipodi della Sicilia: 19 ipogei, tra curiosità e misteri
Solo due sono visitabili. L’intervento degli archeologi ha salvato anche alcuni dipinti. Tocca ai visitatori coltivare nuove prospettive e vivere al meglio il sito
La Latomia di Niccolini in Sicilia
“Nella splendidissima civitas, lontana da sguardi indiscreti, siti nobili e affascinanti pezzi di storia colorano Lilibeo. E questa, dai tempi di Cicerone, si erge maestosa e imponente”. Incuriositi dalle antiche gesta “romane” e la gloria d’un tempo, la visita odierna ci porta dritti a Marsala. Tra ferite aperte e ri-conquiste antiche profuma di mistero il sito archeologico delle “Latomie di Niccolini”.
Il caos del centro storico è un lontano ricordo. Passano i minuti - sembrano ore - silenzio e curiosità ci accompagnano sino all’entrata sita in Piazza Sant’Agostino. La Chiesa di Santa Maria dell’Itria e il Convento dei Padri Agostiniani arricchiscono lo spirito d’osservazione. È tempo di andare, l’archeologo Marco Currera ci attende. Entriamo in punta di piedi e… lasciamoci avvolgere dalla bellezza.
Sin da subito l’occhio cade… a Santa Maria della Grotta (a uno schiocco di dita, o meglio ancora di gambe!). Se l’occhio vuole e cerca la sua parte, l’udito reclama udienza. Le fonti storiche e le “riflessioni archeologiche” prevalgono sul resto. Inizia una nuova storia. E che storia! L’introduzione spetta all’ordine dei Niccolini. La loro presenza in terra siciliana e nello specifico a Marsala, fu evento di straordinaria importanza. Vicini alla comunità di Toledo, furono chiamati in causa dai Basiliani.
L’opera sociale e religiosa durò circa 200 anni. Attività in contrasto con gli obiettivi dichiarati (e mirati) dallo Stato Pontificio. Per quanto riguarda le spedizioni, i primi riferimenti archeologici furono organizzati e seguiti dalla dottoressa Rossella Giglio.
Correva l’anno 1996 quando Marsala aprì (appunto) la campagna di scavi dell’attuale sito (anche se, a partire dal secolo scorso, gli archeologi Joseph Fuhrer e Victor Schultze - dopo alcuni sopralluoghi - avevano identificato nell’intera area delle latomie alcuni monumenti ricadenti nella stessa).
Le successive mappe misero in evidenza opere architettoniche integre e quelle ormai irrecuperabili. Nicchie, arcosoli, spazi ingrottati e dipinti sono affiorati lentamente dall’incuria e l’erosione post-costruzione del cimitero moderno. Quella che, tendenzialmente era considerata una cava per l’estrazione di tufo - nella massima espansione edilizia romana (fine II - inizi III sec. d.C.) fu riutilizzata come cimitero nei secoli successivi.
I primi interventi hanno portato alla luce una scala con gradini interamente scavati nella roccia tufacea. L’intero complesso di arcosoli (A,B,C,D,E) è testimone di numerose presenze, sebbene alcune siano andate perdute. Vanno letti con molta attenzione. È impossibile descriverne la loro bellezza. Seppur nei decenni scorsi l’area era stata adibita (anche) a stalla, l’intervento degli archeologi ha salvato (nel vero senso della parola) alcuni dipinti. Questi rappresentano la bellezza della vita, l’importanza della stessa nell’adilà, con decorazioni varie (ghirlande, nastri e fiori). Il campo centrale della lunetta reca la tabella, delineata in rosso.
La scoperta di 19 ipogei (di cui due visitabili, mentre uno lo sarà a breve) ha permesso d’identificare - con esattezza - l’importanza socio-storica dell’area. E riflette, non poco, lo splendore delle pitture del sottarco. Sono costituite (su fondo bianco) da 64 riquadri quadrangolari rossi. Composte in file di 4 su 16 fasce e delimitate da grosse linee rosse che si intersecano con tre fascioni di ghirlande a treccia in ocra scuro, corrono per il lungo.
Gli elementi decorativi fanno la differenza, emergono caratteristiche non indifferenti. In una cornice ambientale ricca di vegetazione, la differenza è scolpita dagli uliveti che giocano un ruolo determinante. Spicca il verde naturale, protagonista indiscusso, accompagnato dai rintocchi perfetti dell’acqua. Trovano rifugio in un’area spesso maltrattata, usata (fino a un paio di anni orsono - purtroppo) come discarica a cielo aperto. La visita continua, solo gli scatti interrompono momentaneamente l’eccitazione visiva.
Senza dimenticare l’importanza della cultura figurativa ellenistico-alessandrina e l’impronta nord-africana, il racconto termina tra curiosità, intrighi e misteri. Tocca ai visitatori coltivare nuove prospettive e vivere in prima persona il sito. Nell’ultimo anno e mezzo sono stati fatti passi importanti. Grazie all’ArcheOfficina tutto questo è diventato realtà. Descrivere tutte le caratteristiche è impresa ardua, servirebbero intere pagine e verrebbe a mancare la suspense. Perché alle Latomie dei Niccolini è impossibile rimanere delusi.
Il caos del centro storico è un lontano ricordo. Passano i minuti - sembrano ore - silenzio e curiosità ci accompagnano sino all’entrata sita in Piazza Sant’Agostino. La Chiesa di Santa Maria dell’Itria e il Convento dei Padri Agostiniani arricchiscono lo spirito d’osservazione. È tempo di andare, l’archeologo Marco Currera ci attende. Entriamo in punta di piedi e… lasciamoci avvolgere dalla bellezza.
Sin da subito l’occhio cade… a Santa Maria della Grotta (a uno schiocco di dita, o meglio ancora di gambe!). Se l’occhio vuole e cerca la sua parte, l’udito reclama udienza. Le fonti storiche e le “riflessioni archeologiche” prevalgono sul resto. Inizia una nuova storia. E che storia! L’introduzione spetta all’ordine dei Niccolini. La loro presenza in terra siciliana e nello specifico a Marsala, fu evento di straordinaria importanza. Vicini alla comunità di Toledo, furono chiamati in causa dai Basiliani.
L’opera sociale e religiosa durò circa 200 anni. Attività in contrasto con gli obiettivi dichiarati (e mirati) dallo Stato Pontificio. Per quanto riguarda le spedizioni, i primi riferimenti archeologici furono organizzati e seguiti dalla dottoressa Rossella Giglio.
Correva l’anno 1996 quando Marsala aprì (appunto) la campagna di scavi dell’attuale sito (anche se, a partire dal secolo scorso, gli archeologi Joseph Fuhrer e Victor Schultze - dopo alcuni sopralluoghi - avevano identificato nell’intera area delle latomie alcuni monumenti ricadenti nella stessa).
Le successive mappe misero in evidenza opere architettoniche integre e quelle ormai irrecuperabili. Nicchie, arcosoli, spazi ingrottati e dipinti sono affiorati lentamente dall’incuria e l’erosione post-costruzione del cimitero moderno. Quella che, tendenzialmente era considerata una cava per l’estrazione di tufo - nella massima espansione edilizia romana (fine II - inizi III sec. d.C.) fu riutilizzata come cimitero nei secoli successivi.
I primi interventi hanno portato alla luce una scala con gradini interamente scavati nella roccia tufacea. L’intero complesso di arcosoli (A,B,C,D,E) è testimone di numerose presenze, sebbene alcune siano andate perdute. Vanno letti con molta attenzione. È impossibile descriverne la loro bellezza. Seppur nei decenni scorsi l’area era stata adibita (anche) a stalla, l’intervento degli archeologi ha salvato (nel vero senso della parola) alcuni dipinti. Questi rappresentano la bellezza della vita, l’importanza della stessa nell’adilà, con decorazioni varie (ghirlande, nastri e fiori). Il campo centrale della lunetta reca la tabella, delineata in rosso.
La scoperta di 19 ipogei (di cui due visitabili, mentre uno lo sarà a breve) ha permesso d’identificare - con esattezza - l’importanza socio-storica dell’area. E riflette, non poco, lo splendore delle pitture del sottarco. Sono costituite (su fondo bianco) da 64 riquadri quadrangolari rossi. Composte in file di 4 su 16 fasce e delimitate da grosse linee rosse che si intersecano con tre fascioni di ghirlande a treccia in ocra scuro, corrono per il lungo.
Gli elementi decorativi fanno la differenza, emergono caratteristiche non indifferenti. In una cornice ambientale ricca di vegetazione, la differenza è scolpita dagli uliveti che giocano un ruolo determinante. Spicca il verde naturale, protagonista indiscusso, accompagnato dai rintocchi perfetti dell’acqua. Trovano rifugio in un’area spesso maltrattata, usata (fino a un paio di anni orsono - purtroppo) come discarica a cielo aperto. La visita continua, solo gli scatti interrompono momentaneamente l’eccitazione visiva.
Senza dimenticare l’importanza della cultura figurativa ellenistico-alessandrina e l’impronta nord-africana, il racconto termina tra curiosità, intrighi e misteri. Tocca ai visitatori coltivare nuove prospettive e vivere in prima persona il sito. Nell’ultimo anno e mezzo sono stati fatti passi importanti. Grazie all’ArcheOfficina tutto questo è diventato realtà. Descrivere tutte le caratteristiche è impresa ardua, servirebbero intere pagine e verrebbe a mancare la suspense. Perché alle Latomie dei Niccolini è impossibile rimanere delusi.
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