CINEMA E TV

Li chiami eroi ma erano "Cinque vite": il libro sulla scorta di Borsellino diventa un film

Il libro di Mari Albanese mette al centro e fa conoscere le vite di Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Eddie "Walter" Max Cosina, Agostino Catalano e Claudio Traina

Tancredi Bua
Giornalista
  • 19 luglio 2026

Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Eddie "Walter" Max Cosina e Claudio Traina (illustrazione di Luigi Fiore)

C’è un verso di Bertolt Brecht che recita «Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? Ci sono i nomi dei re, dentro i libri. Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?». La poesia è “Domande di un lettore operaio”, e qualche strofa più in là chiede al lettore «Il giovane Alessandro conquistò l’India. Da solo?». È da quel punto di domanda che sembra prendere le mosse "Cinque vite" di Mari Albanese, il libro che la scrittrice palermitana ha pubblicato con Navarra Editore un paio d’anni fa e che mette al centro della sua storia – anzi, delle sue storie – i ragazzi della scorta di Paolo Borsellino, che insieme a lui persero la vita il 19 luglio del ’92, nell’attentato in cui il giudice palermitano venne ucciso in via Mariano D’Amelio.

Adesso quel libro diventerà un film, per la regia di Francesco Miccichè (“Paolo Borsellino – Adesso tocca a me”, il docufilm distribuito da Rai in cui Borsellino veniva interpretato da Cesare Bocci, portava la sua firma), prodotto da World Video Production, che ha girato a Palermo nelle scorse settimane. Non è stato ancora annunciato il cast, i cui nomi per il momento restano blindati sotto chiave.

Quello del libro della Albanese, e di rimando il film di Miccichè, è il racconto delle vite di Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Eddie "Walter" Max Cosina, Agostino Catalano e Claudio Traina, dei loro incastri, della serie di coincidenze e di momenti-chiave personali che si sono messi in movimento per portarli a far parte di quella scorta, di quel pomeriggio, di quegli attimi, mentre il timone delle loro vite era puntato in direzioni molto diverse.

«Più una storia è dimenticata e più mi affascina - dice Mari Albanese-. Nel caso di queste cinque vite, mi ero resa conto che molto spesso durante le commemorazioni noi sentiamo i loro nomi, però non conosciamo i loro volti e le loro storie di vita. Tendiamo a dimenticarle, nella nostra dimenticanza, per darci quasi una giustificazione li chiamiamo “Angeli", “Eroi”. Il libro nasce dall’esigenza di far conoscere queste vite e togliere loro l’aureola di santità, che molto spesso relega questi “Eroi” a una sorta di anonimato, mostrando invece il loro lato più umano. A parte Emanuela Loi, che era fra le prime donne in polizia, degli altri non si conosceva quasi nulla, distrattamente persino i nomi, a volte, erano stati dimenticati».

L’interesse da parte della produzione è nato da un articolo del giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo, e a Mari Albanese all’inizio sembrava «una presa in giro stratosferica». Quando ha scoperto che era tutto vero, è stato per lei «l’inizio di un’esperienza straordinaria che ha avuto la lentezza tipica di queste cose, ma mi ha portato a lavorare sul soggetto e sulla sceneggiatura insieme al regista, Francesco, e a Salvatore De Mola, uno degli sceneggiatori di “Màkari”. Il risultato è stato molto fedele a quanto avevo raccontato nel libro, e gli attori scelti sono molto simili alle loro controparti reali».

Il docufilm, che vedrà la luce nel 2027, alternerà riprese con gli attori a immagini di repertorio. Ripescare le vite dei cinque agenti di scorta morti quel pomeriggio di metà estate è stato per Mari Albanese un addentrarsi continuo nelle parti più inaspettate delle loro storie personali. «Per ciascuno di loro c’è qualcosa che mi ha colpito di più – racconta la scrittrice, che adesso firma anche il soggetto e la sceneggiatura del film – emerso o nei rapporti con i familiari o nelle conversazioni avute con loro.

Sia chiaro, io non sono andata a casa di queste persone, colpite da un dolore immenso, a chiedere cosa fosse per loro il 19 luglio. Per me è stata quasi una seduta di psicoterapia fatta con loro. Sono andata a trovarli per molto tempo, per molti mesi. Ho scoperto amori, sogni infranti, progetti di futuro rimasti fermi a quel 19 luglio. Per ciascuno di loro ho scoperto delle cose bellissime».

Ad esempio, che Vincenzo Li Muli «era chiamato Fabio. Era un ragazzo di ventidue anni, con la testa sulle spalle, aveva già progettato il proprio matrimonio e metteva i soldi da parte per sposarsi e mettere su famiglia. Ho conosciuto Vittoria, la sua fidanzata dell’epoca, che ha deciso di aprirsi e di raccontarmi tutta la loro storia d’amore. Lei non si è più rifatta una vita. Ho scoperto la tenerezza di questa storia d’amore che dura oltre il tempo ed è stato meraviglioso, ma anche molto forte. Per me Vittoria è diventata una cara amica. Parlare di lei e di Fabio sotto il profilo dell’amore è anche un modo per avvicinare queste figure alle nuove generazioni».

Poi c’è il caso di Emanuela Loi, 24 anni, vincitrice del concorso in polizia nonostante l’ambizione iniziale fosse quella di insegnare: «Ho parlato molto con la sorella, Claudia. Sono stata a casa da lei in Sardegna, dove vive ancora, dove ci sono tante foto di Emanuela e un diario segreto che la sorella non ha mai aperto. Di Emanuela mi ha colpito il suo essere solare. Ho avuto anche fortuna, nella ricerca nel repertorio, di vedere tante riprese della sua “vita normale”, e posso dire che il 14 luglio, cinque giorni prima dell’attentato a Borsellino, lei era in Sardegna, felice, al mare, con i suoi amici. Sono immagini stupende. C’è una cosa che in molti non sanno: Emanuela Loi non sarebbe nemmeno dovuta partire perché aveva la febbre».

A Walter Cosina la ricerca di Mari Albanese ha ridato un nome: «Nelle lapidi – dice la scrittrice – lui è sempre nominato "Walter Cosina", 31 anni. Ma il suo nome completo è Eddie Walter Max Cosina, sento di aver ridato un nome a questo essere umano, cosa che può sembrare banale ma non lo è. Era un ragazzo bellissimo, solare, aveva fondato una radio libera a Trieste, e da lì aveva deciso di venire a Palermo a scortare il giudice Borsellino, sapendo quale rischio si correva a farlo. C’è da sottolineare un aspetto un po’ controverso: dopo l’attentato a Falcone del 23 maggio, c’era molta paura a scortare il collega Borsellino. C’era anche chi cambiava reparto. Così la questura di Palermo diramò un avviso rivolto a tutte le altre questure d’Italia, inclusa Trieste, che era la questura di appartenenza di Eddie Cosina. Lui era secondo, però si accorge che al primo posto c’era un suo collega che era diventato padre da pochi mesi. Eddie andò dal suo superiore e gli chiese di partire al posto del collega. Altro caso incredibile: Eddie Cosina non sarebbe dovuto essere lì. Al suo posto c’era un collega che era arrivato come sostituto da Trieste, ma aveva passato la notte in treno, era molto stanco, ed Eddie decise di prendere il suo posto. La generosità e la semplicità di questi poliziotti è il valore più alto che ha affollato le pagine delle loro vite».

Agostino Catalano, 43 anni, il caposcorta quel pomeriggio di trentaquattro anni fa, è «una figura leggendaria – dice Mari Albanese – . Lascerà, purtroppo, tre figli adolescenti. Amava dipingere, lo faceva tantissimo e ha trasmesso questa passione alla figlia Rosalinda, la più piccola. E poi era un poliziotto che veniva dallo Zen, dalla strada, e aveva un atteggiamento molto pedagogico nei confronti dei ragazzi che gli capitava di arrestare. Discuteva con loro, cercava di riportarli alla retta via perché conosceva la realtà dura della strada. Due anni prima, nel ’90, era morto l’amore della sua vita, sua moglie, e questi tre figli con la morte di Agostino rimangono senza madre e senza padre. Un dramma nel dramma, che non conoscono in molti». E poi la quinta vita. Claudio Traina, 26 anni, con una compagna e un bambino di undici mesi.

«Un ragazzo solare, divertentissimo – aggiunge la scrittrice – . Aveva un fratello, Luciano, nella squadra mobile di Palermo. Scelse di fare il poliziotto per seguire il mito del fratello maggiore. I due fratelli amavano ritagliarsi uno spazio tutto loro per andare a pesca, e la mattina del 19 luglio non fu diversa. Claudio era con Luciano e gli chiese di radunare la famiglia, quella sera, col pescato, per mangiare tutti insieme. La cosa struggente della storia della famiglia Traina è che Luciano non sapeva che Claudio scortasse Borsellino. Quando Luciano, quel pomeriggio, seppe della strage, corse in via D’Amelio ma non volevano farlo entrare. Riconobbe il fratello da un’unica gamba rimasta, perché al piede aveva un paio di scarpe che gli aveva regalato lui».

Vedere le storie di Claudio, Agostino, Emanuela, Vincenzo ed Eddie trasformarsi prima in un libro e adesso in un film è stata un’emozione enorme per la scrittrice, da anni impegnata in politica e nell’insegnamento. «Sono stata sul set tutti i giorni – dice – e mi sono goduta quel momento perché il cinema è un mondo magico. Sono arrivata alle lacrime, alcune volte, non mi vergogno a dirlo, perché vedere queste storie che prendevano forma di nuovo è stato un po’ come rivedere questi ragazzi prendere vita, essere di nuovo, in qualche modo, tutti e cinque insieme.

Ci sono stati momenti molto emozionanti durante le riprese perché gli attori si sono innamorati di questa storia, l’hanno studiata molto profondamente. Un momento particolarmente emozionante è stato quello in cui i familiari veri hanno conosciuto gli attori che avrebbero interpretato i figli. È meraviglioso vedere loro cinque prendere tutto lo spazio sullo schermo. Quando ho iniziato a raccontare queste storie non pensavo sarebbe successa questa cosa così bella, che in qualche modo li avrei visti rivivere».
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