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"Minica" scandiva la giornata del riposo in Sicilia: chi ricorda la filastrocca (splatter)

Si doveva cantare "a cantilena". I piccoli di casa si divertivano ad ascoltare e ripetere a oltranza, rimanendo così tranquilli e occupati. Il testo (e la traduzione)

Francesca Garofalo
Giornalista pubblicista e copywriter
  • 14 giugno 2026

Una nonna insegna ai nipoti la filastrocca "Minica" (foto realizzata con AI)

Domenica. Quel giorno carico di ben sei fardelli nato come svago dai ritmi frenetici del lavoro che, nel tempo, si è fatto conoscere come la terra di mezzo tra il relax del sabato e l’ansia del lunedì. Quanta responsabilità per un giorno solo! E mentre ci si chiede se anche questa domenica sarà fulminea, in Sicilia esisteva un tempo in cui il giorno del riposo per antonomasia era preso alla leggera e con comodo. Passava di bocca in bocca, da attesa ad attesa con la filastrocca "Minica".

Parte delle cantilene agresti, la filastrocca era traghettata il sabato dai parenti verso la favella fluente dei piccoli di casa che si divertivano ad ascoltare e ripetere a oltranza, rimanendo così tranquilli e occupati. Versi a rima baciata intrisi di un certo nonsense e con personaggi che fanno quasi pensare a un periodo medievale o cavalleresco.


Il testo (e la traduzione)

"Minica"
Dumani è duminica
Domani è Domenica

ci tagghiamu a testa a Minica
tagliamo la testa a Menica

Minica non c’è
Menica non c’è

ci tagghiamu a testa o re
Tagliamo la testa al re

u re è malatu
il re è malato

ci tagghiamu a testa o surdatu
tagliamo la testa al soldato

u surdatu è a fari a guerra
il soldato è andato in guerra

ci ‘ntappamu u culu ‘n terra.
sbatte il sedere e cade a terra.

Da leggere rigorosamente a cantilena, fra una pausa e l’altra del nonsense quel che si palesa oltre alla giocosità è anche un effetto domino dei protagonisti citati. Tutto parte da un “taglio” che interessa la sillaba (Du) di Minica e che in un brevissimo lasso di tempo liquida le teste del Re e del soldato. Una scena splatter, in senso figurato simil Regno del Terrore francese…

Digressione rivoluzionaria a parte, quella sopra citata è solo una delle versioni di Minica che varia da una parte all’altra della Sicilia, specie nell’ultima strofa. In una, dopo la guerra il didietro del soldato fa così male che preferisce andare al mare “Nterra ci fa mali e va duna lu culu a mari - a terra gli fa male e va a dare il sedere al mare (si sacrifica al mare)”.

In un’altra versione ancora il soldato non ci rimette nessun posteriore ma “Mangia, vivi e dormi ‘nterra - mangia, beve e dorme a terra”. Un destino, in entrambi i casi, non proprio appagante.

Come la si vuole leggere, Minica rientra in un patrimonio popolare ormai sfuggente - come le stesse rime pronunciate in un soffio - ma dallo scopo formativo riconosciuto persino dallo studioso palermitano Giuseppe Pitrè. Sulle filastrocche siciliane dirà infatti: “Queste formule misurate, cadenzate che così mirabilmente rispondono ad un bisogno dello spirito infantile, sono efficacissime nello svolgere nei suoi primi momenti le facoltà e funzioni di esso, nello sviluppare le sue idee, nello snodare la lingua del piccolo essere. (G. Pitrè, Giuochi fanciulleschi siliciliani, Palermo, 1883.)”.

Se ai piccoli non rimane che sciorinare "Minica" per apprendere e allenarsi, ai grandi toccherà ripeterla per autoconvincersi e scongiurare un lunedì impietoso.
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