FOOD & WINE

Non lo diresti ma è deliziosa e si fa in Sicilia: la pasta col pesto (e l'ingrediente segreto)

La storia di come si può scoprire nell'Isola una ricetta squisita all'apparenza improbabile ma che racconta un passato di contaminazioni e tradizioni contadine

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 18 agosto 2026

Un piatto di busiate col pesto alla trapanese e patate fritte

Sono in Costa Azzurra, a Saint Tropez. Non so perché, ma è così. Seduto al mio solito bar (dove “solito” significa da due giorni) guardo il mare mentre aspetto il mio caffè espresso… espresso è un parolone. Con il mio inglese B2 C.P.F. (Cià Po Fari) dico “dirty water”; loro capiscono. Accanto a me, un turista sta mangiando una tagliata di manzo mentre sorseggia un cappuccino. Mi immagino immediatamente accovacciato sul tetto dell’Hôtel de Paris mentre, con un fucile da cecchino, lo freddo prima che possa portarsi la tazza alle labbra. Centro.

Mi impongo di distrarmi; penso ad altro, penso a cose. Penso a chi possa essere venuto in mente di chiamare un whisky Wild Turkey, Tacchino Selvaggio; penso al seno e al coseno di una turista che passa; penso all’intangibile verità che, su una distesa di 30.000 km², sono la persona più povera in circolazione. Il cameriere porta a un tavolo un cestello di cozze scoppiate accompagnate da un vassoio di patatine fritte. La famiglia di barbari che le ha ordinate le mangia accoppiate. Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.

Prendo il telefono. Parte il video di un agente immobiliare vestito come il commissario Maigret che mi chiama “curiosone”. Stavolta la casa è in vendita perché in affitto a Trapani non si trova un buco. Poso il telefono; meglio i turisti che mangiano le cozze con le patatine. Improvvisamente le sinapsi si accendono come le luci di Natale: quell’improbabile binomio Trapani-patatine fritte mi solletica qualcosa dal passato. Boom, è un attimo: sono negli anni ’90. Precisamente dentro la Fiat 127 di nonno.

Sul portapacchi ci sono le valigie, ma nonno vorrebbe metterci nonna, che da quando siamo partiti da Palermo sta sparlando tutta la settima generazione di parenti. Stiamo andando dai cugini di Triscina. È la terza volta che proviamo: le prime due siamo rimasti, come al solito, in autostrada in avaria. Ma solitamente, dopo i primi due tentativi falliti, la macchina di nonno ci porta sempre a destinazione. Nonna mi dà la splendida notizia che stavolta non sarà la solita réunion sponsorizzata dal reparto di geriatria, ma ci sarà anche il figlio di zio Massimo. Nonna non lo sa, ma se c’è una cosa che odio più di zio Massimo è il figlio di zio Massimo. Arriviamo. Ci aspettano tutti fuori come i ristoratori che attendono l’arrivo di Alessandro Borghese per scoprire il vincitore di 4 Ristoranti.

Zio Massimo non perde tempo e mi chiede se ho la fidanzata, ricordandomi che lui alla mia età ne aveva addirittura due. Vorrei puntualizzargli che anche ora, se conta l’amante, ne ha due, ma ricordo che nonna non l’aveva presa troppo bene. Poi, mortificato, mi dice che suo figlio non è potuto venire perché ha preso il morbillo.

Agito soddisfatto il calice di succo di frutta ACE, contemplando con una certa serenità il modo in cui il karma, quando ne ha voglia, si incarichi personalmente di rimettere ogni cosa al proprio posto. A quel punto mi insaccano il costume e mi costringono a fare un bagno nelle gelide acque di Triscina che trafiggono la carne come una pioggia di aghi. Quando inizio a presentare i primi sintomi di ipotermia, finalmente si convincono a farmi uscire dall’acqua e asciugarmi. Sono provato, ho fame, siamo ad ora di pranzo. “Chissà cosa mangiano i triscinesi?” penso, sentendo suonare le sirene ad allarme dell’Accademia della Crusca, per aver coniato quel termine. “E se mangiano crusca?”. Di nuovo le maledette sirene.

Per fortuna mentre mi avvicino avverto un profumo invitante. Dentro, tutti sono in fermento. Zia Margherita ad un certo punto esce un vassoio con dei bicchieri di Cosmopolitan: la demenza senile l’ha fatta convincere di essere una famosa bartender di fama internazionale. Uno lo passa a Ray Charles, un non meglio identificato parente in carrozzina, sempre con gli occhiali scuri. Nessuno ne conosce il vero nome. Finalmente si mangia. Sul piatto, un formato di pasta, fino a quel momento a me sconosciuta. Lunga, forma elicoidale. Zio Massimo le chiama busiate. Ricorda a sua sorella, quando da piccoli le facevano a mano con le buse, gli steli di giunco attorno ai quali si arrotolava la pasta. Era una sorta di gioco, per loro. E sempre per la prima volta, scopro l’esistenza di un pesto “alla trapanese”.

Nel mio universo cittadino il pesto è quello verde, in barattolo, direttamente dalla fabbrica al consumatore, che si apre e si allavanca sulla pasta asciutta. Che i trapanesi avessero potuto inventare il trapano mi sembra logico, ma un pesto, addirittura, mi suona strano. Incuriosito chiedo a zia Speranza. Parla poco, perlopiù per dire cose intelligenti e per far spostare Ray Charles da sotto il sole a sotto la tettoia. Mi spiega che tale pesto alla trapanese è in realtà molto antico, tempi in cui gli scambi commerciali con i liguri erano all’ordine del giorno. Non potendo disporre di basilico a tinchité tutto l’anno, le massaie di Trapani si inventarono questa alternativa al pesto classico, utilizzando prodotti nostrani: pomodoro, ricotta, mandorle, aglio. Tutta roba di cui la Sicilia è ricca. (La ricetta completa la trovate qui).

Zia Speranza è sempre persuasiva. Quello che invece non mi convince per niente è zio Massimo, che se la ride sotto i baffi come un cretino. “Gliela facciamo tastare all’antica?” dice. E allora, mentre sta mantecando le busiate col pesto, prende un piatto di patate fritte che si era già preparato prima e le sdivaca dentro la pentola. L’ho detto che è cretino! Le patate fritte dentro la pasta? Neanche dalla più sfrenata notte di sesso tra il signor McDonald’s e la signora Burger King avrebbe potuto nascere un tale obbrobrio. La impiatta e me la porta a tavola con la stessa faccia soddisfatta di quando gli fa i toast a Ray Charles, senza togliere la carta alla sottiletta. Noto sgomento a tavola.

Sono in procinto di chiamare il Telefono Azzurro e denunciarlo per tentato avvelenamento, che zia Speranza si rimaterializza come la Madonna di Fatima e dice: «Fermi Tutti! Non è uno scherzo». Anche questa volta, con la sua verve da maestra in pensione con una corposa buona uscita, ci racconta che quello è veramente un piatto della tradizione. Più che altro, per la legge del “non si buttava via niente”, si tratta della versione contadina, dove i piatti non dovevano essere belli né sensati, ma nutrienti, soprattutto per chi lavorava in campagna o faceva mestieri fisici. E nel trapanese, da molti, quella era la versione preferita di busiate col pesto. Resto un attimo perplesso, ma se lo dice Speranza deve essere così.

Chiudo gli occhi, apro la bocca, e niente: quando li riapro il piatto è già finito. Divina, ne voglio ancora! Torno al presente, a Saint Tropez. Mi accorgo di stare salivando sul tavolo.

Alzo il dito: «François!» tanto se non si chiama così, si chiama Antoine. Viene sgambettando. «Entrée?» mi chiede, riferendosi all’antipasto. «No». Rispondo ignaro. «Preferisco mangiare fuori». Prendo una foto da internet per farmi capire meglio. Gliela mostro. «Busiate ci n’è?». «Ce plat ne fait pas partie de notre carte, je suis désolé». Afferro solo “désolé”, che di solito usano quando te la stai scippando in quel posto. François se ne va e torna con il caffè che avevo ordinato prima, e il conto da pagare. Poi se ne va tutto incazzato, manco gli avessi insultato la madre. Penso a zio Massimo, forse aveva ragione lui. “Lo sai perché i francesi hanno la puzza sotto il naso? Troppi formaggi. Fanno troppi formaggi”.
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