Palermo (che cambia) vista dagli architetti: 100 anni dell'Ordine, alla guida una donna
Un secolo raccontato dalla prima presidente donna dell’Ordine palermitano, simbolo di un cambiamento che riguarda la professione e la visione della città
Al centro la Presidente Giuseppina Leone con il consiglio dell'Ordine degli Architetti di Palermo
Cento anni dopo la nascita dell’Ordine degli Architetti PPC di Palermo, il traguardo assume il valore di una riflessione collettiva sul rapporto tra città e identità. Non soltanto una celebrazione istituzionale, ma una domanda aperta sul futuro urbano e culturale della Sicilia.
A raccontarlo è Giuseppina Leone, prima presidente donna nella storia dell’Ordine palermitano, simbolo di un cambiamento che non riguarda solo la professione, ma anche il modo di guardare le città e immaginarne il domani. L’architettura, in fondo, non è mai stata soltanto costruzione. È un racconto civile. È il modo in cui una comunità decide di abitare il mondo.
Palermo lo sa bene: le sue piazze, i mercati, i quartieri popolari e le periferie parlano continuamente del rapporto tra spazio e vita quotidiana. Nel ripercorrere il secolo dell’Ordine, Giuseppina Leone parte proprio da questa responsabilità culturale che gli architetti hanno avuto nei confronti della città e dell’intera Sicilia: «Il centenario del nostro Ordine non è solo un traguardo temporale, ma un’occasione di riflessione sul ruolo dell’architettura nella trasformazione della società. Guardando a questi cento anni, credo che la più grande responsabilità culturale degli architetti sia stata quella di essere, insieme, custodi e interpreti dell’identità del territorio».
Parole che evocano una funzione quasi delicata e politica dell’architetto: proteggere la memoria senza congelarla. «La nostra professione non si è mai limitata alla costruzione di edifici, ma ha riguardato la capacità di leggere i luoghi nelle loro stratificazioni storiche, sociali e urbane, cercando un equilibrio spesso complesso tra conservazione e trasformazione». In una città come Palermo, dove ogni strada sembra custodire più epoche contemporaneamente, il rischio è sempre stato quello di perdere il filo tra passato e presente. L’architetto Leone lo definisce con precisione: «La sfida, ieri come oggi, è mediare tra memoria e modernità, evitando sia la cristallizzazione nostalgica sia una trasformazione indifferente al contesto».
Ma il centenario dell’Ordine coincide anche con un altro passaggio storico: per la prima volta alla guida degli Architetti PPC di Palermo c’è una donna. Un dato simbolico che racconta il cambiamento delle professioni e delle nuove generazioni. «Essere la prima presidente donna dell’Ordine degli Architetti di Palermo è un onore che porta con sé anche una responsabilità simbolica: inserirsi in una professione che per lungo tempo è stata raccontata prevalentemente al maschile».
Dunque, il fatto simbolico più forte del centenario, non è soltanto festeggiare i cento anni di storia, ma è anche farlo con una donna alla guida dell’Ordine e per la prima volta. Questo non dovrebbe essere interpretato come un primato ma come un segnale forte di trasformazione culturale che riguarda lo sguardo stesso della città di Palermo.
Uno sguardo nuovo che è più aperto al dialogo con la collettività, più attento nelle relazioni umane, più consapevole del legame tra architettura, comunità e qualità della vita. Infatti, oggi qualcosa sta cambiando profondamente nel modo di vivere il progetto architettonico. «Si esprime una sensibilità più ampia, capace di coniugare rigore tecnico, attenzione al contesto sociale e ambientale e una forte propensione al lavoro collaborativo. Non si tratta di una questione di genere in senso stretto, ma di uno sguardo più integrato e consapevole sul progetto».
Nelle sue parole emerge l’idea di un Ordine più aperto, più partecipativo e umano: «Sento di aver portato alla guida dell’Ordine un approccio fondato sull’ascolto e sulla concretezza, con l’obiettivo di rafforzare il ruolo dell’istituzione come spazio di dialogo: una “casa comune” più accessibile e vicina agli iscritti».
Ed è proprio il rapporto con la città il cuore delle iniziative del centenario. Non celebrazioni chiuse agli addetti ai lavori, ma appuntamenti ideati per riportare l’architettura tra le persone. «Le celebrazioni del centenario sono state pensate fin dall’inizio con un obiettivo preciso: uscire dagli uffici e incontrare i cittadini, portando l’architettura fuori dai confini della professione e rendendola un tema condiviso». Perché l’architettura riguarda tutti, anche quando non ce ne accorgiamo.
«L’obiettivo è far comprendere quanto la buona architettura incida concretamente sulla qualità della vita quotidiana: dalla vivibilità degli spazi pubblici al benessere sociale, fino alla costruzione dell’identità dei quartieri». E qui il discorso inevitabilmente torna a Palermo, città di meraviglie e contraddizioni permanenti. Dai centri storici che rischiano di diventare scenografie senz’anima, fino alle periferie che chiedono ascolto e possibilità. «Le periferie rappresentano la sfida più complessa, perché hanno bisogno non solo di interventi fisici, ma di veri processi di rigenerazione urbana e sociale, capaci di restituire qualità e opportunità». Per la Presidente Leone, però, la questione più urgente è soprattutto culturale: «La vera emergenza, tuttavia, è culturale: riguarda la capacità di considerare la città come un organismo unitario, da leggere e curare nella sua interezza».
E forse è proprio questa l’immagine più potente che lascia il centenario dell’Ordine degli Architetti PPC di Palermo: la città come organismo vivo. Un corpo fragile da custodire, ma anche da assistere continuamente, per immaginarlo migliore. Guardando al futuro, la presidente immagina un Ordine che sappia essere molto più di un ente professionale: «L’eredità che vorrei contribuire a costruire si fonda su tre direttrici tra loro profondamente connesse: i giovani, anzitutto: nel sensi di offrire strumenti concreti, occasioni di crescita e spazi di visibilità in un mercato sempre più complesso. Poi la sostenibilità, intesa come responsabilità culturale oltre che progettuale. Infine l’identità siciliana, vista non come nostalgia, ma come linguaggio contemporaneo capace di dialogare con il paesaggio e la memoria».
Ecco, infatti, che nelle parole di Giuseppina Leone si percepisce proprio questo: l’idea che l’architettura oggi non debba essere vissuta come disciplina distante o elitaria, ma come strumento civile, capace di incidere concretamente sulla vita quotidiana delle persone. Questa è senza dubbio una visione che restituisce speranza alla città di Palermo. Città che merita di stare sotto i riflettori, non soltanto per la sua bellezza monumentale, per i tramonti sui tetti arabi o per i suoi palazzi nobiliari consumati dal tempo. Merita attenzione e cura per le idee che continua a produrre, per la cultura che riesce ancora a generare, per la capacità di guardare avanti anche quando tutto sembra fermo.
Perché la città di Palermo, in fondo, continua a chiedere solo che qualcuno sappia apprezzare le sue pietre, ascoltandone la storia, senza smettere di immaginare il suo futuro. Allora, forse, il vero e profondo significato di celebrare i Cento anni dell’Ordine degli Architetti PPC è proprio questo: capire che le città non vivono soltanto di pietra, ma delle visioni di coloro che (come gli architetti!) continuano ostinatamente a immaginarle migliori.
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