POLITICA

Pd siciliano, un direttorio a 5 per il dopo Barbagallo: i nomi sul tavolo (chi resta fuori)

Le dimissioni di Anthony Barbagallo dalla segreteria regionale hanno aperto una nuova fase. L'obiettivo è ricostruire un equilibrio tra le diverse anime del partito

Annalisa Ciprì
Giornalista
  • Pubblicato il
    30 ottobre 2026

Da sinistra: Teresa Piccione, Giuseppe Lupo, Elly Shlein e Antonello Cracolici in una manifestazione (foto da Facebook)

Il Partito Democratico siciliano prova a voltare pagina dopo una lunga stagione di tensioni e contrapposizioni interne. Le dimissioni di Anthony Barbagallo dalla segreteria regionale hanno aperto una nuova fase, nella quale il principale obiettivo sembra essere quello di ricostruire un equilibrio tra le diverse anime del partito, evitando che le divisioni degli ultimi anni continuino a condizionare l'attività politica in Sicilia.

Sul tavolo prende sempre più consistenza l'ipotesi di un direttorio composto da cinque esponenti, chiamato a gestire il periodo di transizione e a ricondurre le diverse componenti del PD verso una linea comune. Una soluzione che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe mettere fine alla contrapposizione che per oltre due anni ha contrapposto il gruppo parlamentare regionale alla segreteria.

I nomi sul tavolo e gli equilibri tra le correnti

La composizione dell'organismo sarebbe già in fase avanzata di definizione. Tra i nomi che circolano con maggiore insistenza ci sono quelli di Teresa Piccione, vicina all'eurodeputato Giuseppe Lupo, Michele Catanzaro, capogruppo del PD all'Assemblea regionale siciliana e riferimento dell'area che fa capo a Stefano Bonaccini, Valentina Chinnici, espressione dell'area della segretaria nazionale Elly Schlein, e lo stesso Anthony Barbagallo.

La distribuzione dei posti rappresenterebbe un tentativo di trovare una mediazione tra le principali componenti del partito. L'area Schlein potrebbe contare su tre rappresentanti, mantenendo così una posizione di prevalenza, mentre all'area Bonaccini andrebbero due posti.
A svolgere una funzione di garanzia per conto della segreteria nazionale potrebbe essere Beppe Provenzano, già ministro e attuale esponente di primo piano del Partito Democratico.

Il suo eventuale coinvolgimento avrebbe il significato politico di accompagnare il percorso siciliano, favorendo un'intesa tra le diverse sensibilità e mantenendo un collegamento diretto con i vertici nazionali.

Si tratterebbe, dunque, di una soluzione costruita per distribuire le responsabilità e impedire che la successione a Barbagallo si trasformi in un nuovo terreno di scontro.

L'area Orfini rimane fuori dall'intesa?

Non tutte le componenti, però, sembrano destinate a trovare spazio nella nuova architettura organizzativa. Dalla possibile composizione del direttorio resterebbe esclusa l'area riconducibile a Matteo Orfini, in Sicilia rappresentata da Antonio Rubino e Fausto Raciti.

Un'esclusione che rischia di alimentare ulteriormente il confronto interno, soprattutto perché arriva in una fase nella quale il partito dichiara di voler recuperare unità e partecipazione.

È proprio Antonio Rubino a mettere in evidenza le criticità del percorso. La sua posizione non si concentra tanto sui singoli nomi quanto sulle modalità attraverso cui si starebbe costruendo il nuovo organismo dirigente. Secondo Rubino, l'uscita di scena del segretario regionale impone una particolare attenzione alle procedure e alla partecipazione degli organismi del partito. Le scelte sul futuro del PD siciliano, sostiene, dovrebbero essere il risultato di un confronto trasparente, nel rispetto delle regole democratiche interne.

La richiesta riguarda soprattutto la necessità di chiarire come verrà costituito il direttorio, quali saranno i suoi effettivi poteri e attraverso quale percorso verranno coinvolti i rappresentanti e gli iscritti del partito.

Il nodo dello statuto: chi può decidere la nuova guida?

Dietro la discussione sui cinque componenti si nasconde una questione tutt'altro che secondaria: la legittimazione dell'organismo che dovrebbe assumere la guida politica del PD siciliano.

Il direttorio, infatti, non sarebbe una struttura ordinaria prevista dalle procedure statutarie regionali. Da qui nascono gli interrogativi sulla possibilità di affidare a un organismo costruito attraverso un'intesa politica tra le correnti funzioni che normalmente spettano agli organismi dirigenti eletti.

La questione non è soltanto formale. Stabilire chi debba guidare il partito, con quali competenze e attraverso quali procedure significa anche definire il rapporto tra la volontà delle diverse componenti e il ruolo degli organismi democraticamente costituiti.

La sfida dell'unità e le elezioni

La partita si gioca in un momento particolarmente delicato per il centrosinistra siciliano. Le divisioni interne hanno indebolito la capacità del PD di presentarsi come un soggetto politico compatto e riconoscibile, proprio mentre la Sicilia si avvicina a nuovi appuntamenti elettorali e a una fase nella quale sarà necessario costruire alleanze e proposte credibili.

Il superamento della contrapposizione tra segreteria regionale e gruppo parlamentare rappresenta quindi una priorità. Senza una guida condivisa, il rischio è che le discussioni sugli assetti interni continuino a prevalere sul confronto con il governo regionale e sulle questioni che riguardano concretamente i cittadini.

Il direttorio a cinque potrebbe rappresentare un primo tentativo di uscire dall'impasse, ma la sua efficacia dipenderà soprattutto dalla capacità di coinvolgere le diverse sensibilità e di trovare un punto di equilibrio che non lasci irrisolte le ragioni del dissenso.

Resta da capire se l'intesa in costruzione riuscirà a diventare una soluzione realmente condivisa oppure se si limiterà a ridisegnare i rapporti di forza tra le correnti, lasciando aperte le stesse fratture che hanno accompagnato gli ultimi anni del partito.

Per il PD siciliano, insomma, la fase del dopo Barbagallo non riguarda soltanto la scelta di chi dovrà assumere le responsabilità della guida regionale. La vera sfida sarà dimostrare che l'unità invocata può tradursi in un metodo di lavoro riconosciuto da tutte le componenti, senza sacrificare il confronto democratico sull'altare di un accordo tra pochi.
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