Rosalia è esistita o è frutto di devozione: come "nasce" la santa patrona di Palermo
La Santuzza unisce al di là e al di sopra delle varie divisioni interne; è capace di tenere assieme tessere di frammenti mitici, cultuali e rituali. Ecco la sua storia
Una statua di Santa Rosalia a Palermo
Lo studioso analizza il culto non solo come fatto puramente religioso, ma come un fenomeno sociologico e di identità urbana; non mette in discussione alcune certezze agiografiche, ma evidenzia come la Chiesa e il Senato palermitano del Seicento abbiano fortemente promosso il culto di Rosalia per dare speranza e un simbolo di rinascita a una città allo stremo. Di fatto la città fino al 1624/25 non aveva un culto identitario forte e una sua Santa identificativa. Catania aveva Sant’Agata, Siracusa aveva Santa Lucia, Messina aveva la Madonna della Lettera. E Palermo? Cristina per altro non era neppure una Santa siciliana, ma di Bolsena…
Anche Palermo sembrava aver bisogno di una Santa capace di rappresentarla, ecco come nacque dunque la devozione della città a Rosalia. Estate 1624 Palermo era una città in ginocchio, ogni giorno i morti aumentavano. Le quattro patrone Santa Ninfa, Sant’Agata, Sant’Oliva e Santa Cristina, venivano invocate senza sosta, ma il morbo continuava a mietere vittime nei giorni della terribile epidemia di peste. Non si contavano le processioni cittadine: se Dio aveva mandato il flagello era ai suoi Santi che Palermo si rivolgeva per esserne liberata. Vane risultavano però le accorate preghiere, accompagnate spesso da sgomento e disperazione collettiva.
La promiscuità e gli affollamenti per altro, come ben sappiamo, favorivano ancora di più il contagio… Proprio nel giorno in cui si portavano in processione le reliquie di Santa Cristina e Santa Ninfa, si diffondeva la voce che nel Monte Pellegrino erano state ritrovate alcune ossa, incastrate nella pietra dura. L’invenzione ossia il ritrovamento avveniva a seguito della visione di una bella fanciulla apparsa all’appestata Girolama La Gattuta e al saponaro Vincenzo Bonello.
Le ossa venivano esaminate dal Gesuita Giordano Cascini, che affermava con certezza fossero umane e appartenessero a un corpo femminile. Da quel momento il popolo e le gerarchie di Palermo associarono quelle ossa all’andamento risolutivo della fine dell’epidemia di peste. I modi e i tempi di questa associazione sono rintracciabili nel volume Di Santa Rosalia, vergine palermitana, testo chiave per lo studio e l’interpretazione del culto della Santuzza scritto dal Cascini.
Afferma la tradizione che le ossa, furono portate in processione e miracolosamente il morbo letale finalmente si arrestò. In realtà trascorse quasi un anno (10-11 terribili mesi) dalla data della scoperta delle reliquie fino alla fine dell’epidemia, durante i quali va ricordato i palermitani continuano a invocare anche altri santi.
Il problema di una tale distanza cronologica tra i due eventi (ritrovamento delle reliquie e fine dell’epidemia) non era sfuggito al Cascini, che per mantenere ben salda l’associazione santa Rosalia- liberazione dalla peste, collegò la protezione della Santa e il decrescere dell’epidemia, al riconoscimento pubblico dell’autenticità delle sue reliquie avvenuta il 22 febbraio 1625. Inoltre il Cascini nel libro collega volutamente l’inizio del "contagioso male", con l’inizio delle ricerche del corpo di santa Rosalia.
La storia del culto di santa Rosalia sarà accompagnata nei secoli successivi da una lunga e accesa polemica che può essere così sintetizzata: alcuni hanno visto nell’intero culto di santa Rosalia un’invenzione delle gerarchie ecclesiastiche e civili del XVII secolo; altri, invece, ammettendo il dubbio su verità per altro non di fede e sugli aspetti più esteriori della tradizione e del culto (come per esempio l’autenticità delle reliquie su cui non c’è mai stato uno studio scientifico), ne hanno comunque salvaguardato la sostanza (la storicità della Santa, la veridicità dei suoi miracoli, ecc.).
Se nel XVII e XVIII secolo poteva essere considerato «scandaloso» dal punto di vista religioso mettere in dubbio la veridicità di un frammento o dell’intera storia del culto di santa Rosalia, a partire dal XIX secolo in poi, «scandaloso» per la ragione illuministica sarebbe diventato prestarvi fede. Si pensi che un erudito come Gioacchino Di Marzo, nel presentare una biografìa intellettuale di Vincenzo Auria, da lui stesso considerato tra i primissimi cronisti del Seicento siciliano, nota con ironia (e certamente valutandolo in modo non positivo), il fatto che questi si sia dedicato anche a studi su Santa Rosalia, compresi apparizioni e di miracoli.
Per quanto riguarda poi la saggistica più recente, va segnalato il fatto che per la maggior parte, i rarissimi lavori sistematici e scientifici, che abbiano come oggetto principale di analisi il culto di santa Rosalia, siano da collocarsi più nella tradizione di studi religiosa che in quella laica. Innanzitutto va detto che, come è stato ampiamente documentato, il culto di santa Rosalia è certamente anteriore alla inventione (nel senso di ritrovamento, come abbiamo detto) delle sue reliquie.
Prima del 1624 era sicuramente ancora marginale in città e legato pressoché esclusivamente alla sacralità del luogo, il Monte Pellegrino (che è stato anche sede di un culto punico, probabilmente dedicato a Tanit, dea della fertilità, come dimostra un’edicola poi trasformata in chiesa cristiana: i culti legati al Monte sono stati man mano assorbiti in àmbito religioso cristiano e in particolare eremitico. Secondo la tradizione orale santa Rosalia era vergine, romita e palermitana; era «una delle serve della regina Margherita», era già in qualche modo associata alla protezione contro la peste; su Monte Pellegrino erano vissuti gruppi eremitici degli ordini poveri; le ricerche del corpo della Santa avevano preso impulso dall’iniziativa di una donna travestita in abiti da monaco eremita, detta Angelo.
Il culto di santa Rosalia a Palermo, dunque, sembra innanzitutto configurarsi, durante il XVII secolo, come una rinascita urbana di un sentimento religioso fino ad allora di nicchia in città, vivo in ambienti marginali. Trasportare le reliquie dal Monte Pellegrino al Palazzo Arcivescovile prima, e in Cattedrale poi, fu il primo atto rituale ufficiale (ne fossero o meno consapevoli i protagonisti) indispensabile per la rinascita del culto almeno sul piano della religiosità popolare urbana.
In tal modo Palermo si appropriava non solo della sacralità di Rosalia, ma anche della sacralità del luogo; come si può leggere già nella trascrizione della prima testimonianza fornita (quella di Auria a proposito della processione del 15 luglio). La rappresentazione iconografica da quel momento ruoterà costantemente intorno a tre simboli principali: la Santa, Palermo e appunto Monte Pellegrino. All’inizio, la devozione fu certamente alimentata e favorita dal clima di prostrazione collettiva in cui la Città versava durante l’epidemia e si sviluppò spontaneamente, carica di attese salvifìche.
Il cardinale Giannettino Doria (a leggere le fonti coeve, il più «prudente» nel pronunciarsi pubblicamente sull’autenticità delle reliquie) si sarà visto costretto a dare in tempi molto brevi piena legittimità teologica al culto, nel rispetto di quelle norme e di quelle prudenze raccomandate proprio allora dalla Curia romana, per far sì che il culto e la devozione, diffusi immediatamente tra il popolo, non prendessero vie autonome, diffìcilmente controllabili dalle istituzioni religiose.
Sicuramente i gruppi dirigenti della Città e al Cardinale si rendevano conto che il nascente culto aveva l’effetto positivo di contenere o esorcizzare le ansie e lo smarrimento del popolo. Sarà solo a partire dal terzo decennio del Seicento, quando ormai si era lontani dal clima creato dall’epidemia, che si comincerà ad assistere a un vero e proprio lavoro (messo in opera soprattutto dai padri della Compagnia di Gesù), per codificare e controllare più direttamente lo sviluppo del culto e la tradizione. La Santa si prestava a essere più facilmente pilotabile in relazione alle varie esigenze di politica religiosa e in genere culturale: così, essendo il suo culto attestato anche a Quisquina, Rosalia può diventar figlia di un certo Sinibaldo, signore del luogo, parente dell’imperatrice Costanza e così, via via fino a imparentare la Vergine contemporaneamente addirittura con Carlo Magno e Ruggero.
La scelta di queste due figure - uno emblema della difesa della cristianità universale, l’altro, sovrano rimasto nella memoria popolare come figura iconica di un passato di grandezza e centralità antropologica e istituzionale), indica che le gerarchie cittadine hanno ormai deciso di dare una connotazione politica precisa al culto, all’indomani della sua rinascita urbana.
Questa fase della politica religiosa e municipale raggiunge il suo culmine di lì a qualche anno, quando per le pressioni del Senato di Palermo (e grazie alla potenza e alle abilità persuasive dei Gesuiti) si otterrà dal Pontefice Urbano VIII l’iscrizione del nome della Santa nel Martyrologium Romanum (1630), nei modi e nei termini voluti dalla Città. La patrona di Palermo, Rosalia è (finalmente) una santa Palermitana!
Negli innumerevoli opuscoli dedicati alla Santa che si diffondono dal Seicento a oggi la sua "nascita palermitana" è il dato più enfatizzato di tutta la tradizione manoscritta e a stampa (festiva, teatrale, iconografica, puramente agiografica): la Santa unisce al di là e al di sopra delle varie divisioni interne; è capace di tenere assieme tessere di frammenti mitici, cultuali e rituali. Ed è forse questa la vera forza di Rosalia: essere riuscita a diventare, nei secoli, l'anima stessa di Palermo.
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