STORIA E TRADIZIONI

Se in Sicilia ti chiamano così non è un complimento: la (vera) storia del càntaru

Oggi questi vasi particolari sono un miraggio. E poco importa se in terracotta, ceramica o resina il gabinetto rimane l’unico “trono” in cui si esercita la parità

Francesca Garofalo
Giornalista pubblicista e copywriter
  • 1 agosto 2026

Un antico vaso da notte (foto realizzata con Ai)

Poche cose nella vita legano ciascun essere umano, ad esempio la morte. Davanti a essa non esiste classismo o "elitismo", quando arriva ti traghetta verso l’aldilà e kaputt, amen. Ma ce n’è un’altra capace di condurci verso un altrove, questa volta è un bisogno fisiologico e il luogo, il gabinetto.

Posto di riflessione per chi se la prende comoda, anfratto di perdita dell’identità alle prime luci del mattino (simil Trainspotting, ma meno estremo) per altri, e luogo last minute per viscere imbarazzate, in Sicilia aveva un nome particolare: càntaru. Dal greco kántharos (coppa da vino) siamo lontani dalla ceramica e dai moderni design tondeggianti. Si trattava, infatti, di un vaso slanciato e slabbrato in terracotta; una sorta di cilindro capovolto collocato nella "stanza dei càntari", bagno o toilette di una casa antica.

Semplice, essenziale e soprattutto funzionale. Un esempio lo abbiamo ne Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, quando il Principe di Salina in una locanda percepisce un odore sgradevole proveniente dalla stanza vicina dei cantari. Questa fantomatica “stanza dei càntari” era, dunque, un luogo spoglio che non ha niente a che vedere con le nostre moderne toilette dotate di tutti gli agi. Basti pensare che in questo spazio, la carta igienica era una pezza appesa a un chiodo, chiamata “pezza o bannera di càntaru” o “bannera di cannavazzu”.

Quest’ultima espressione usata poi con valenza di offesa a indicare una persona senza valore o dignità. Questa pezza, dunque - dalle condizioni igieniche discutibili - è stata sostituita poi da giornali, vecchi libri o altri materiali con parvenza di fibre cellulosiche. E a fine bisogno, i vasi erano svuotati e puliti regolarmente dalle serve che facevano il mestiere di iettacàntari o annettacàntari.

Il luogo ideale per svuotarli, come lo era anche per i romani poveri dei condomini (insulae) o i cittadini del Medioevo, erano le strade. Nel caso della Sicilia, dopo aver coperto i vasi con uno scialle si aspettava l’alba con gli escrementi gettati in strada oppure in luoghi lontani dagli occhi e dai sensi. Le figure delle iettacàntari sono ormai un miraggio, sostituite poi da carri botte, che prima del risveglio mattutino scorrazzavano per le strade lasciandosi dietro un odore acre.

Oggi questi vasi molto particolari sono un miraggio, ma possiamo dire che una cosa è rimasta immutata: l’uso. E poco importa se in terracotta, ceramica o resina il gabinetto rimane l’unico “trono” in cui si esercita la parità e da dove, secondo alcuni, nascono anche idee geniali. E lo sapeva bene un certo Archimede che sempre in un bagno, stavolta da una vasca, ha proferito il suo Eureka!

Ergo, non demordete, i prossimi geni potreste essere voi, anzi vostre maestà. Fonte: Gaetano Basile, Dizionario sentimentale della parlata siciliana
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