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Sulle orme di "Palermo lu Nicu": il borgo in Sicilia avvolto da un'antica bellezza

Scie gattopardiane, frammenti archeologici e architetture incantevoli caratterizzano i lineamenti “paisani”. Convivere con tanta bellezza è arte siciliana

Salvatore Di Chiara
Ragioniere e appassionato di storia
  • 8 giugno 2026

Il borgo di Ciminna

Ciminna, “Tra lu Cozzu di Matritunnu e lu Vasu di lu Castiddazzu - ni lu Chianu di la Pircalora - sorge Palermo lu Nicu”. Siamo a una quarantina di minuti circa dalla città metropolitana e capoluogo di regione. Lei - Ciminna - è avvolta dalle Serre, Monte Rotondo e il Pizzo, dove affiora la sua antica bellezza. Colori e immaginazione, fantasia e realtà, spingono i curiosi a immergersi nella “piccola Palermo”. Di vizi e di virtù “putemu arricanusciri lu beni e lu mali”. Come? “Amma gghiri a lu Fullettu e a lu Canali” e scopriremo la verità.

Presa coscienza di tali proverbi, il viaggio ciminnese ci spinge dentro la comunità, alla ricerca di angoli sperduti e arte senza tempo. Nell’ordinaria follia di una gita fuori porta, lo spirito d’osservazione compie un viaggio a ritroso. Partiamo dal nuovo quartiere dell’Apurchiacola e dirigiamoci verso l’antico. Questo tratto di modernità è solo l’antipasto, un paradosso di quello che visiteremo strada facendo.

E di questa lunga strada Ciminna è la vera e indiscussa protagonista. Accompagnati da Francesca Leone, vicesindaca e cultrice di rinnovamento (con un occhio al passato), iniziamo la visita del piccolo borgo. Scie gattopardiane, frammenti archeologici e architetture incantevoli caratterizzano i lineamenti “paisani”. Convivere con tanta bellezza è arte siciliana! Il Corso Umberto I è il classico esempio dove passato e presente si incastrano deliziosamente.

A prevalere è il passato, con le chiese di San Francesco di Paola e di San Domenico. In uno spiazzo antecedente alla via principale, fiori profumati "addolciscono" i tratti rumorosi dovuti al flusso d’acqua dell’antica fontana. San Francesco di Paola, dedicata a San Leonardo, rappresenta l’esempio di "racconto misterioso". Le prime fonti sono testimoni di una data - il 1608 - come inizio (e fine) dei lavori. In un’opera architettonica dalle sceneggiature da definire, incamminiamoci ed esploriamo.

Qui, nella decorosa Chiesa di San Domenico, è Francesca a prendere la parola. “Grazie all’intervento dell’amministrazione comunale, la cripta - dopo tanti anni - sarà oggetto di lavori e riapertura”. Colti di sorpresa, è il Polo Museale a farla da padrone. Era sede dell’ex Ospedale di Santo Spirito (cinquecentesco), di cui rimane - all’entrata - l’originaria cappella. Decorata in stucco, la tela raffigurante la Pentecoste è il ritratto di una profonda devozione religiosa.

Del suo ricamo originale rimangono piccoli particolari. Oggi rappresenta il custode di quadri, oggetti e cultura sociale. È forte l’identità ciminnese, tra autori locali e tradizioni popolari. La nuova sezione (archeologica) dedicata ai ritrovamenti di Monte Rotondo e località limitrofe sarà, di certo, un motivo in più per raccontare la storia del borgo. A tal proposito, in un contesto affascinante, entra in scena l’ingrediente storico. Con tracce di origine punica, sono le fonti a dare (o, meglio ancora, provare a dare) ulteriori spiegazioni su eventuali toponimi e fondazioni. Una sorta di discussione i cui protagonisti sono stati alcuni personaggi illustri e grandi storici.

In un formato da “Ti cuntu lu cuntu”, siamo testimoni di diverse letture. Il ciminnese Vito Graziano nel 1911 avanzava l’ipotesi di un’affermazione araba con il termine "Soemin". Lo stesso significava pingue, grasso e traeva origine dalla fertilità del territorio. Dopo una trentina di anni, invece, si affermarono gli studi del prof. Alessio, simili a quelli portati avanti dal prof. Caracausi. Entrambi, dietro studi approfonditi, ne affermarono le origini greche. Fatti interessanti sono i richiami dell’archeologo A. Masi nel 2017, della prof.ssa Bivona e dello studioso Korhonen.

In un contesto abbastanza aperto a nuove soluzioni, sono entrati in gioco i suffissi e le rispettive appartenenze. E in questo caso potrebbe esserci un’origine elima. Un confronto che resta aperto, in attesa di scoprire la verità. La passeggiata continua e raggiungiamo la piazzetta. Tra lapidi e fontane, la Chiesa dell’Immacolata è un altro edificio da visitare. Francesca afferma quanto sia stato difficile - dopo circa trent’anni - recuperare questo piccolo scrigno nel centro città.

L’obiettivo si sposta verso il quartiere di San Giovanni. Tra viuzzi stritti e nicareddi, di splendidi scenari arabeschi, le due religioni mostrano i segni di una pace desiderata. Affrontato in un altro articolo, il SS. Crocifisso è un caso a sé, meritevole di un lungo racconto. Il percorso a ritroso ci porta verso "li quartieri avuti". San Sebastiano e la Matrice rappresentano spunti medievali. Entriamo in punta di piedi, rispettosi del luogo e dei gatti - padroni indisturbati. Il primo “assaggio culturale” si trova a circa 100 metri dalla piazzetta: è la Biblioteca Francesco Brancato. Istituita nel 1977, raccoglie e racconta la vita del piccolo borgo. La signora Brancato è l’unica vera testimone di un mondo vissuto. Con sapiente attenzione ci mostra il vero capolavoro: l'Incunabolo.

Scoperto nel 2016, è stato un evento unico e raro. Stampato con la tecnologia dei caratteri mobili risalente al 1492, fu pubblicato dalla Casa Editrice Bernardino Rizzo. Composto da 512 pagine, il titolo del volume è: Supplementum Chronicarum. A poche decine di metri entra in scena (nel vero senso della parola) il Museo del Gattopardo. Il signor Cusmano (figura di spessore affrontata in un articolo precedente) incuriosisce la platea di visitatori con aneddoti e peculiarità legate al celebre film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti. Ammaliati e abbracciati in un senso di appartenenza (momentanea) alla pellicola del 1963, usciamo scortati con foto, immagini, curiosità e tanta buona volontà.

Un modo utile per affrontare l’acchianata di via Castello.Di fatica tanta, almeno compensata dalla bellezza dell’edificio. Quale? La Matrice. Tocchiamo con mano la storia ciminnese. A circa 500 metri d’altezza, "soffi religiosi" e "spaccati architettonici" tormenteranno (in senso buono) una delle ultime visite. La vicesindaca Leone, affiancata dalle signore Francesca Cuti e Marilisa Sacco, inizia a raccontarci i passaggi storico-architettonici dell’imponente struttura. Prese forma nei primi del Cinquecento. Dedicata (pochi casi in Sicilia) a Santa Maria Maddalena, investe gli sguardi con una forte colorazione rossa (Ciminna).

Le statue di San Simone e San Vito proteggono la facciata. A tre navate con due ordini di colonne, custodisce tesori dal valore inestimabile: l’Organo a 2400 canne del 1600 e la Tribuna Maggiore (dei fratelli Li Volsi). Divisa in due parti, rappresenta la Chiesa Militante e quella Trionfante. In stile gaginiano solo gli angeli sopra le statue. Di rara bellezza è il famoso "Trono" decorato in oro zecchino. È lo spirito d’osservazione a cadere perennemente sotto i colpi della magnificenza. Passi leggeri e silenziosi ci accompagnano fuori dalla divinità e verso quello che - un tempo - era sede dei castelli. Erano (2) ubicati nella parte alta e furono distrutti in due periodi diversi (il primo nel 1326, mentre il secondo è crollato il secolo scorso).

Da lassù il respiro è leggiadro, appetibile. Un po' come lu “Cuddiruni” o la “‘Nfriulata”, squisitezze tipiche del posto. E così, in attesa della classica degustazione borgatara, Francesca (la vicesindaca) illustra gli eventi estivi. La sua è consapevolezza del “fare”, dell'essere e del risultato. Nella sua voce si distinguono i particolari che la rendono una ciminnese doc. «Quando Palermo contava 50mila abitanti - racconta - noi ne avevamo settemila circa. Eravamo il paese delle 48 chiese (alcuni citano ben 65 edifici religiosi). Non dimentichiamo le nostre origini, guardiamo avanti con speranza, orgoglio e appartenenza. E diamo il benvenuto a tutti coloro che vorranno visitare il nostro comune». Sì, Francesca ha perfettamente ragione. Lei non dimentica le Serre e il Monte Rotondo. Non dimentica San Vito e il quartiere della Raccomandata (proprio la via Umberto I - un tempo la Vucciria). E, a dirla tutta, non dimentica quanto sia bella “Palermu lu Nicu”.
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