Tre fari e un camerone all'asta in Sicilia: 4 luoghi "in pausa" cercano una nuova vita
Hanno in comune il rapporto col mare e dalla bellezza che nasce da un patrimonio fermo nel tempo. L'intervista al direttore regionale dell’Agenzia del Demanio
La Sicilia ha una maniera tutta sua di conservare il tempo. Lo lascia sedimentare nelle pietre, sulle coste battute dal vento, dentro edifici che continuano a raccontare ciò che sono stati anche quando la loro funzione è finita. Il tempo, qui, non cancella davvero i luoghi: li trasforma in memoria. E talvolta li consegna a una sospensione che può durare anni, persino decenni, come se fossero rimasti in attesa di qualcuno capace di ascoltarne ancora la voce.
Quattro luoghi profondamente diversi per storia e funzione, ma accomunati dal rapporto con il mare e da una stessa domanda: quale nuova vita può nascere da un patrimonio che ha smesso di essere utilizzato? Non sono soltanto immobili appartenenti allo Stato che cercano un nuovo utilizzo. Sono frammenti di paesaggio e di storia, architetture nate per sorvegliare, segnalare, proteggere, delimitare, custodire. Funzioni che appartengono a un’altra epoca e che oggi possono lasciare spazio a una concezione completamente diversa: quella dell’apertura, dell’accoglienza, della cultura, dell’impresa sostenibile.
E una pausa, a differenza di una fine, contiene già l’idea di un ritorno. Il progetto nasce infatti da una strategia che l’Agenzia del Demanio porta avanti da anni sull’intero territorio nazionale: individuare beni che non sono più destinati a usi istituzionali e costruire, insieme ai territori e ai privati, nuove possibilità di recupero e gestione. Il punto di partenza è proprio evitare che il mancato utilizzo si trasformi in abbandono, degrado e progressiva perdita di valore.
«Rispetto a una condizione di non utilizzo e di rischio di depauperamento del bene, l’Agenzia ha messo in campo una strategia che è quella di condividere con il territorio e con i privati soluzioni progettuali che possano da un lato consentire il recupero del bene e la manutenzione dello stesso negli anni, ma anche la possibilità di innescare processi virtuosi». Non soltanto recuperare, dunque, ma creare le condizioni perché quei beni possano continuare a vivere nel tempo. E farlo attraverso un’imprenditoria che parta dalla conoscenza del patrimonio e dalla sua connessione con il territorio.
«Questi bandi prevedono espressamente che nell’ambito del progetto che viene presentato devono essere attuate tutta una serie di soluzioni progettuali e gestionali che abbiano ricadute e sensibilità sostenibili dal punto di vista ambientale, sociale, culturale ed economico e che siano anche aperti al territorio». È qui che la parola valorizzazione assume un significato diverso. Non significa semplicemente mettere a reddito un immobile, ma restituirgli una funzione, attraverso un progetto capace di tenere insieme sostenibilità economica, ambientale, sociale e culturale. E soprattutto di ricucire il rapporto tra il bene e il territorio.
Questa volta, però, c’è anche un filo conduttore preciso: il mare. «Abbiamo voluto dare proprio anche una sorta di tema, il tema del mare, della relazione col mare e quindi il tema delle coste e delle isole». Ci sono tre isole, tre fari e una struttura sulla costa orientale, mentre Favignana aggiunge alla narrazione il tema della memoria carceraria. Sono architetture nate per funzioni molto diverse: avvistamento, sorveglianza, sicurezza, coercizione. Luoghi pensati per controllare, segnalare, delimitare. Oggi la sfida è quasi l’opposto: trasformarli in spazi di accessibilità, accoglienza, conoscenza e relazione.
Non viene dunque imposta una destinazione unica. Il bando lascia spazio alla progettualità dei privati, che potranno immaginare attività ricettive, di accoglienza e ristorazione, ma anche iniziative culturali, di ricerca e altre funzioni compatibili con la natura dei luoghi. La condizione fondamentale, però, è che tutto parta dalla conoscenza del bene. «Il punto è quello comunque di partire sempre dalla conoscenza del bene e dalla sua valorizzazione nel rispetto dell’immobile e del bene sul quale si opera».
Prima viene la storia, poi il progetto. Prima si comprende ciò che quel luogo è stato, poi si immagina ciò che potrà diventare. È una distinzione tutt’altro che teorica. Recuperare un edificio storico non significa riempire uno spazio vuoto con una nuova funzione. Significa confrontarsi con una preesistenza e trovare soluzioni contemporanee senza cancellarla. Per questo, nella valutazione delle proposte, la qualità del progetto assume un peso maggiore rispetto al semplice ritorno economico.
«La portata qualitativa del progetto, sia architettonica che gestionale, per noi è fondamentale», chiarisce Arcamone. E il dato economico aiuta a comprendere ancora meglio la filosofia dell’operazione: la concessione può arrivare fino a 50 anni, mentre l’importo a base d’asta è di 247 euro l’anno. Numeri che raccontano una scelta precisa: non è la rendita il cuore dell’operazione, ma il progetto. L’interesse dell’Agenzia è che arrivino proposte capaci di recuperare i beni, mantenerli nel tempo e generare valore intorno a essi. Con una parola che oggi non può più essere elusa: sostenibilità.
Non soltanto ambientale, ma anche economica, sociale e culturale. Un progetto deve poter stare in piedi, ma deve anche rispettare l’architettura, consumare meno risorse possibile, dialogare con la comunità e creare opportunità. Perché il vero risultato, spiega Arcamone, non si misura soltanto dentro le mura dell’immobile.
La riqualificazione può produrre ricadute sull’occupazione, sull’offerta turistica e culturale e sull’economia locale, ma soprattutto può contribuire a costruire un sistema territoriale più forte. «Siamo consapevoli che l’impatto sul territorio si genera non col singolo progetto, ma con un sistema di progettazioni che mirano alla qualità e alla produzione di opportunità che si devono generare sul territorio». È un passaggio particolarmente significativo per le isole e per quei territori che vivono problemi di spopolamento e fragilità economica. Un nuovo luogo di accoglienza, cultura o impresa non può essere pensato come un elemento isolato. Deve entrare in relazione con ciò che esiste già, stimolare altre iniziative, contribuire a rendere il territorio più attrattivo e, possibilmente, offrire una ragione in più per restare. «In questi contesti ogni iniziativa deve essere un’iniziativa sistemica», osserva Arcamone.
Perché la rigenerazione, soprattutto nei territori più fragili, non può essere affidata a un singolo edificio: ha bisogno di una visione. E allora i quattro beni diventano qualcosa di più di quattro immobili da assegnare in concessione. Diventano un piccolo laboratorio per capire se il patrimonio pubblico può tornare a essere una risorsa viva, capace di produrre futuro senza rinunciare alla memoria. La prospettiva, infatti, non si ferma a questa tornata. L’operazione fa parte di una strategia che il Demanio porta avanti da alcuni anni e che potrebbe diventare un modello replicabile anche per altri beni oggi inutilizzati o sottoutilizzati.
Arcamone usa un’immagine potente per raccontare questa filosofia: un immobile abbandonato non è semplicemente uno spazio vuoto. È uno spazio che ha smesso, temporaneamente, di svolgere la propria funzione. «L’immobile che non è in uso non è un tema spaziale, ma un tema temporale: un immobile che in qualche modo va in pausa». E se è in pausa, dunque, può riprendere vita. Ma quella vita non può cancellare ciò che c’è stato prima. «Qualsiasi vita che va ripresa tiene conto di tutto quello che c’è stato prima, mentre immaginarli come uno spazio semplicemente vuoto da riempire significa non fare giustizia di quegli immobili». È forse questa la chiave per comprendere davvero l’operazione.
Non un aiuto calato dall’alto, dunque, ma un’occasione da costruire insieme. «Non ti do un sussidio, non ti do un posto di lavoro: ti do un’opportunità. Facciamolo insieme, raccogliamo insieme questa sfida». E forse è proprio qui che quattro vecchi fari e un luogo della memoria carceraria smettono di essere semplicemente immobili dello Stato. Diventano quattro possibilità. Quattro luoghi che possono tornare ad accendersi, ad accogliere, a raccontare.
Quattro pezzi di Sicilia che cercano una seconda vita e che, se il progetto saprà essere all’altezza della storia che custodiscono, potranno restituire al territorio molto più di ciò che ricevono. Quindi il messaggio è chiaro: recuperare un bene significa anche recuperare una possibilità. E, in una Sicilia che deve confrontarsi con il consumo del territorio, il depauperamento del patrimonio e lo spopolamento di molti suoi luoghi più fragili, forse la vera sostenibilità comincia proprio da qui: non lasciare che ciò che abbiamo ereditato smetta di avere un futuro.
Quattro luoghi sospesi nel tempo
È dentro questa idea di tempo sospeso che oggi si apre una nuova possibilità per quattro luoghi della Sicilia. Il Faro di Punta Cavazzi a Ustica, il Faro di Gelso sull’isola di Vulcano, il Camerone delle celle di punizione per coatti a Favignana e il Faro di segnalamento di Riposto entrano in un percorso di valorizzazione attraverso il bando dell’Agenzia del Demanio.Quattro luoghi profondamente diversi per storia e funzione, ma accomunati dal rapporto con il mare e da una stessa domanda: quale nuova vita può nascere da un patrimonio che ha smesso di essere utilizzato? Non sono soltanto immobili appartenenti allo Stato che cercano un nuovo utilizzo. Sono frammenti di paesaggio e di storia, architetture nate per sorvegliare, segnalare, proteggere, delimitare, custodire. Funzioni che appartengono a un’altra epoca e che oggi possono lasciare spazio a una concezione completamente diversa: quella dell’apertura, dell’accoglienza, della cultura, dell’impresa sostenibile.
La scommessa dell'Agenzia del Demanio
È questa la scommessa dell’Agenzia del Demanio: non riempire spazi rimasti vuoti, ma restituire una funzione a ciò che ha smesso di averne una. Non cancellare la storia per fare posto al nuovo, ma lasciare che il nuovo nasca proprio dalla conoscenza di quella storia. Perché un edificio inutilizzato non è necessariamente un edificio senza futuro. Può essere, come dice Silvano Arcamone, direttore regionale dell’Agenzia del Demanio Sicilia, «un immobile che va in pausa».E una pausa, a differenza di una fine, contiene già l’idea di un ritorno. Il progetto nasce infatti da una strategia che l’Agenzia del Demanio porta avanti da anni sull’intero territorio nazionale: individuare beni che non sono più destinati a usi istituzionali e costruire, insieme ai territori e ai privati, nuove possibilità di recupero e gestione. Il punto di partenza è proprio evitare che il mancato utilizzo si trasformi in abbandono, degrado e progressiva perdita di valore.
«Rispetto a una condizione di non utilizzo e di rischio di depauperamento del bene, l’Agenzia ha messo in campo una strategia che è quella di condividere con il territorio e con i privati soluzioni progettuali che possano da un lato consentire il recupero del bene e la manutenzione dello stesso negli anni, ma anche la possibilità di innescare processi virtuosi». Non soltanto recuperare, dunque, ma creare le condizioni perché quei beni possano continuare a vivere nel tempo. E farlo attraverso un’imprenditoria che parta dalla conoscenza del patrimonio e dalla sua connessione con il territorio.
«Questi bandi prevedono espressamente che nell’ambito del progetto che viene presentato devono essere attuate tutta una serie di soluzioni progettuali e gestionali che abbiano ricadute e sensibilità sostenibili dal punto di vista ambientale, sociale, culturale ed economico e che siano anche aperti al territorio». È qui che la parola valorizzazione assume un significato diverso. Non significa semplicemente mettere a reddito un immobile, ma restituirgli una funzione, attraverso un progetto capace di tenere insieme sostenibilità economica, ambientale, sociale e culturale. E soprattutto di ricucire il rapporto tra il bene e il territorio.
I quattro immobili
La scelta dei quattro immobili non è casuale. L’Agenzia del Demanio cerca infatti di costruire, attraverso i bandi che vengono pubblicati periodicamente, una presenza equilibrata sul territorio regionale, senza concentrare gli interventi in una sola area della Sicilia. «Cerchiamo ogni volta che usciamo con questi bandi, e riusciamo a farlo due volte l’anno, di avere un’offerta sempre presente in maniera omogenea sul territorio», spiega Arcamone.Questa volta, però, c’è anche un filo conduttore preciso: il mare. «Abbiamo voluto dare proprio anche una sorta di tema, il tema del mare, della relazione col mare e quindi il tema delle coste e delle isole». Ci sono tre isole, tre fari e una struttura sulla costa orientale, mentre Favignana aggiunge alla narrazione il tema della memoria carceraria. Sono architetture nate per funzioni molto diverse: avvistamento, sorveglianza, sicurezza, coercizione. Luoghi pensati per controllare, segnalare, delimitare. Oggi la sfida è quasi l’opposto: trasformarli in spazi di accessibilità, accoglienza, conoscenza e relazione.
Non viene dunque imposta una destinazione unica. Il bando lascia spazio alla progettualità dei privati, che potranno immaginare attività ricettive, di accoglienza e ristorazione, ma anche iniziative culturali, di ricerca e altre funzioni compatibili con la natura dei luoghi. La condizione fondamentale, però, è che tutto parta dalla conoscenza del bene. «Il punto è quello comunque di partire sempre dalla conoscenza del bene e dalla sua valorizzazione nel rispetto dell’immobile e del bene sul quale si opera».
Prima viene la storia, poi il progetto. Prima si comprende ciò che quel luogo è stato, poi si immagina ciò che potrà diventare. È una distinzione tutt’altro che teorica. Recuperare un edificio storico non significa riempire uno spazio vuoto con una nuova funzione. Significa confrontarsi con una preesistenza e trovare soluzioni contemporanee senza cancellarla. Per questo, nella valutazione delle proposte, la qualità del progetto assume un peso maggiore rispetto al semplice ritorno economico.
«La portata qualitativa del progetto, sia architettonica che gestionale, per noi è fondamentale», chiarisce Arcamone. E il dato economico aiuta a comprendere ancora meglio la filosofia dell’operazione: la concessione può arrivare fino a 50 anni, mentre l’importo a base d’asta è di 247 euro l’anno. Numeri che raccontano una scelta precisa: non è la rendita il cuore dell’operazione, ma il progetto. L’interesse dell’Agenzia è che arrivino proposte capaci di recuperare i beni, mantenerli nel tempo e generare valore intorno a essi. Con una parola che oggi non può più essere elusa: sostenibilità.
Non soltanto ambientale, ma anche economica, sociale e culturale. Un progetto deve poter stare in piedi, ma deve anche rispettare l’architettura, consumare meno risorse possibile, dialogare con la comunità e creare opportunità. Perché il vero risultato, spiega Arcamone, non si misura soltanto dentro le mura dell’immobile.
La riqualificazione può produrre ricadute sull’occupazione, sull’offerta turistica e culturale e sull’economia locale, ma soprattutto può contribuire a costruire un sistema territoriale più forte. «Siamo consapevoli che l’impatto sul territorio si genera non col singolo progetto, ma con un sistema di progettazioni che mirano alla qualità e alla produzione di opportunità che si devono generare sul territorio». È un passaggio particolarmente significativo per le isole e per quei territori che vivono problemi di spopolamento e fragilità economica. Un nuovo luogo di accoglienza, cultura o impresa non può essere pensato come un elemento isolato. Deve entrare in relazione con ciò che esiste già, stimolare altre iniziative, contribuire a rendere il territorio più attrattivo e, possibilmente, offrire una ragione in più per restare. «In questi contesti ogni iniziativa deve essere un’iniziativa sistemica», osserva Arcamone.
Perché la rigenerazione, soprattutto nei territori più fragili, non può essere affidata a un singolo edificio: ha bisogno di una visione. E allora i quattro beni diventano qualcosa di più di quattro immobili da assegnare in concessione. Diventano un piccolo laboratorio per capire se il patrimonio pubblico può tornare a essere una risorsa viva, capace di produrre futuro senza rinunciare alla memoria. La prospettiva, infatti, non si ferma a questa tornata. L’operazione fa parte di una strategia che il Demanio porta avanti da alcuni anni e che potrebbe diventare un modello replicabile anche per altri beni oggi inutilizzati o sottoutilizzati.
Arcamone usa un’immagine potente per raccontare questa filosofia: un immobile abbandonato non è semplicemente uno spazio vuoto. È uno spazio che ha smesso, temporaneamente, di svolgere la propria funzione. «L’immobile che non è in uso non è un tema spaziale, ma un tema temporale: un immobile che in qualche modo va in pausa». E se è in pausa, dunque, può riprendere vita. Ma quella vita non può cancellare ciò che c’è stato prima. «Qualsiasi vita che va ripresa tiene conto di tutto quello che c’è stato prima, mentre immaginarli come uno spazio semplicemente vuoto da riempire significa non fare giustizia di quegli immobili». È forse questa la chiave per comprendere davvero l’operazione.
Un dialogo tra passato e futuro
Non si tratta di sostituire il passato con il futuro, ma di farli dialogare. Le nuove funzioni dovranno essere contemporanee, sostenibili e capaci di generare economia, ma senza cancellare le tracce di ciò che quei luoghi hanno rappresentato. E alla fine la sfida riguarda anche i cittadini. Perché il patrimonio pubblico non è qualcosa di lontano, confinato negli uffici dello Stato. È parte del paesaggio quotidiano, della storia e dell’identità collettiva. Per questo, secondo il direttore regionale del Demanio, il bando può essere letto anche come un invito a partecipare: «È un’opportunità per un siciliano di partecipare alla valorizzazione del proprio territorio e farlo con lo Stato, quindi innescare con lo Stato un rapporto paritario, non un rapporto top down».Non un aiuto calato dall’alto, dunque, ma un’occasione da costruire insieme. «Non ti do un sussidio, non ti do un posto di lavoro: ti do un’opportunità. Facciamolo insieme, raccogliamo insieme questa sfida». E forse è proprio qui che quattro vecchi fari e un luogo della memoria carceraria smettono di essere semplicemente immobili dello Stato. Diventano quattro possibilità. Quattro luoghi che possono tornare ad accendersi, ad accogliere, a raccontare.
Quattro pezzi di Sicilia che cercano una seconda vita e che, se il progetto saprà essere all’altezza della storia che custodiscono, potranno restituire al territorio molto più di ciò che ricevono. Quindi il messaggio è chiaro: recuperare un bene significa anche recuperare una possibilità. E, in una Sicilia che deve confrontarsi con il consumo del territorio, il depauperamento del patrimonio e lo spopolamento di molti suoi luoghi più fragili, forse la vera sostenibilità comincia proprio da qui: non lasciare che ciò che abbiamo ereditato smetta di avere un futuro.
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