CINEMA E TV

L'estate va via come i turisti: il documentario su cosa resta di Favignana (dopo l'Odissea)

Si svuotano e sembrano luna park abbandonati come racconta il regista tosco-siculo Emanuele Mercurio in “L’ultima mattanza – Dal tonno al turista”

Tancredi Bua
Giornalista
  • Pubblicato il
    14 settembre 2026

Un'immagine da "La Sicilia rivisitata" (1981, Vittorio De Seta)

Finiscono i mesi estivi, le migliaia di turisti vanno via, le isole si vanno pian piano svuotando, tornando però a essere non più paesi vivi e vissuti, ma specie di luna park abbandonati, con giostre che non hanno più né pubblico pagante né personale.

Le trasformazioni delle isole minori

Dagli inizi del Novecento, in appena un secolo, le isole minori della Sicilia hanno subìto trasformazioni ed evoluzioni che ne hanno mutato l’aspetto, le case, la vita, la gente che ci vive. Nel “documentario live” del tosco-siculo (o siculo-toscano, dipende da come si guardi alla sua vita) Emanuele Mercurio, provvisoriamente intitolato “L’ultima mattanza – Dal tonno al turista”, Favignana diventa il simbolo di questi mutamenti che, come anticipa il titolo, nel caso della più grande delle Egadi, l’hanno portata in circa cent’anni a diventare non più l’isola della pesca e del tonno ma quella del turista e della "vita lenta" poi freneticamente postata sui social sotto forma di tramonti dorati e distese di blu trepidanti per i like e le reazioni con gli occhi a cuore.

Condizione che, con l’uscita (e il successo globale) di “Odissea” di Christopher Nolan, «potrà soltanto peggiorare», dice Mercurio. A meno che non si trovi un argine. Emanuele, classe 1990, è nato e cresciuto in Toscana da genitori siciliani. I documentari di cui è stato autore e regista sono approdati su Rai, Sky e Netflix, e ha vissuto fra Torino, Roma e Milano per diverso tempo.

A Favignana è tornato a vivere stabilmente un anno e mezzo fa, con la voglia di recuperare un luogo – la casa di famiglia, immersa in una cava – che senza il suo ritorno avrebbe smesso di essere comunità per essere anch’esso «bedandbreakfastizzato».

"L'ultima mattanza"

“L’ultima mattanza – Dal tonno al turista” è il «documentario live» che Mercurio ha ideato e che adesso sta iniziando a calamitare l’interesse di un vero pubblico. Dalla sua casa a Favignana, mesi fa l’autore ha cominciato a visionare una serie di vecchi, vecchissimi documentari dell’Istituto Luce, o di Vittorio De Seta, o di archivi personali di registi favignanesi e videoamatori locali, fra cui Rosario Riginella, ed estrapolarne parti che potessero dare uno sguardo complessivo alla storia più recente dell’isola.

«Avevo una sensazione di spaesamento – dice Mercurio – che vivevo tornando in questo luogo di anno in anno, d’estate. Quando venivo qui da bambino Favignana era in un modo, quando ci sono tornato a vent’anni era diversa, e andando avanti con il tempo mi sono reso conto che stavano succedendo delle cose legate all’economia turistica che non mi facevano riconoscere come mia l’isola a cui invece sento d’appartenere.

Ho voluto cominciare a mettere in ordine i fatti, capire come s’è arrivati alla Favignana che la gente visita oggi. Credo sia un buon modo per riprendere l’orientamento quando ci si sente dispersi – rivedere uno storico delle cose che si sono susseguite, così da capire cos’è successo e cosa vorremmo che succedesse da qui in avanti». “L’ultima mattanza” non è ancora il titolo definitivo del documentario, ma perché in realtà la forma che ha adesso il film non è nemmeno quella di un vero e proprio documentario.

Proiettati sullo schermo ci sono gli estratti dei vecchi documentari già menzionati, o dei filmati d’archivio, e ad accompagnare le immagini c’è la voce narrante di Emanuele Mercurio che, microfono alla mano, lega le varie sezioni, quasi fosse una di quelle sonorizzazioni dei film che si facevano negli anni Venti e Trenta del Novecento, quando il cinema era ancora giovane e muto, e l’unico modo d’immaginare una colonna sonora era prendere un pianista e lasciare che componesse le musiche dal vivo. I primi di settembre, “L’ultima mattanza” è stato proiettato (e narrato, appunto) al borgo di Punta Lunga, sull’isola, secondo Mercurio «l’unica piazza di paese che è rimasta a Favignana», luogo-simbolo della trasformazione dell’isola nell’ultimo secolo: «Punta Lunga, o “Longa” in siciliano, era un luogo in cui i pescatori della costa meridionale di Favignana avevano le barche e le capanne in cui tenevano reti e attrezzi, un luogo di lavoro.

Negli anni, con la trasformazione turistica è diventato un luogo molto appetibile per i barconi turistici o per i gommoni. Attraverso una serie di vuoti normativi, stava per succedere che dei privati acquisissero dal demanio i diritti su quel piccolo porticciolo e sulle case vicine. A quel punto, quindici anni fa, è nata un’associazione per difendere Punta Lunga, che ha preso dal demanio il controllo di quel posto, tutelando lo spazio di aggregazione e imponendo un divieto di apertura di locali e bar, di fatto garantendo che il borgo in estate resti una piazza di paese. Nella piazza di Favignana ormai ci sono solo ristoranti, un isolano non ci va».

Nei prossimi mesi, nelle stesse modalità di “documentario live”, “L’ultima mattanza” dovrebbe arrivare a Palermo e nelle altre province, in attesa naturalmente di «fissarlo» nella forma più classica del documentario: «Sono già in cammino per la ricerca di un budget per trasformare quest’esperimento in un vero e proprio documentario, che segua il prototipo con cui sto andando in giro per la Sicilia e, perché no?, dell’Italia. Non escludo che, oltre a una produzione del settore, se le cose dovessero andare per le lunghe avvierò un crowdfunding, per far sostenere il progetto a chi è realmente interessato e potergli dare la forma definitiva. Che nella mia testa è già molto chiara».

Favignana, ieri e oggi

La differenza più netta tra la Favignana di ieri e quella di oggi è «nei locali. Si sono trasformati tutti i luoghi fisici, i negozi, le mercerie, i bar, sono tutti diventati ristoranti – dice l’autore – che dialogano, hanno dei prezzi, si rivolgono solamente ai turisti. La vita di paese – che è una parte essenziale delle estati sino agli anni Novanta, in cui i grandi prendevano una birra con altre persone e i bambini giocavano con loro lì vicino – non esiste più. L’isola oggi è rivolta quasi totalmente ai turisti, e non a chi ci passa più tempo. Ne stanno risentendo i rapporti umani».

L’organizzazione, in ottica quasi antropologica, dei favignanesi sembra cominciare a cambiare: la festa al borgo di Punta Lunga adesso è quasi il «primo dell’anno» per chi abita sull’isola senza fare mordi e fuggi, «è il primo momento, dopo l’estate più turistica, in cui rincontri i tuoi amici, i paesani, il momento in cui s’inaugura la stagione "di comunità". La cosa drammatica è che anche in questo periodo la comunità non ha più gli spazi per potersi incontrare, per fare una partita a carte una sera in cui piove. I ristoranti chiudono a ottobre, e quegli spazi, con una giustificazione o l’altra, vengono sottratti alla comunità. I loro interni non vanno più a nessuno, perché sono pensati per un abitante – il turista – che d’inverno qui non arriva. L’effetto è che la comunità esiste ancora, ma non sa dove andare, ed esiste anche in una forma nuova, fatta a volte di ritorni, ritorni di ragazzi che vogliono costruire qualcosa che permetta loro di vivere e al contempo di difendere l’isola che sta scomparendo».

Cercare soluzioni condivise

Ma una soluzione esiste? È naturale chiederselo: perché da una parte c’è un’isola in cui imprenditori stranieri continuano a investire cento per ricavare mille o duemila con l'unico obiettivo del profitto esperienziale. In cui gli affitti di un bilocale hanno raggiunto le cifre del centro di Milano. In cui d’inverno è estremamente difficile trovare un locale aperto che possa fornire riparo e compagnia ai lavoratori che arrivano, per esempio, a insegnare. Dall’altra c’è questa voglia di ritorno a un’epoca, lontana ormai cento anni, in cui l’economia dell’isola era definita dalla pesca del tonno, una pesca equilibrata, in armonia con il respiro del mare e i ritmi naturali dell’ecosistema.

«Sì, forse la soluzione c’è – dice Mercurio – ma io non la conosco. O almeno, non ancora. L’idea alla base del documentario è proprio quella di cercarla insieme, una risposta, di mettere in dialogo Favignana con le altre isole minori della Sicilia, dell’Italia, o di qualsiasi altra parte del mondo, per capire come smussare gli angoli, come trovare un nuovo punto di partenza che consenta di far vivere l’isola al turista che cerca l’esperienza da cartolina, da Italia anni Cinquanta o Sessanta, e all’isolano che vuole nascere, vivere e morire in un posto con una sua identità»
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