Dagli esordi alla "censura", da Palermo raccontava l'Italia: 30 anni fa finiva Cinico TV
Quest’anno di candeline ne spegne 30 un giorno e 40 in un altro a seconda di quale puntata "extra" s’identifica come prima del suo arrivo ad “Avanzi”
Daniele Ciprì e Franco Maresco sul set durante le riprese del programma
Fortuna vuole che Palermo non sia mai rientrata nel raggio d’azione di un’esplosione nucleare. Che l’ultima guerra che l’ha attraversata e colpita dal cielo l’abbia fatto oltre ottant’anni fa. Che l’Apocalisse, insomma, da queste parti – nonostante il caldo mortale, nonostante i disastri politici e culturali – non sia esattamente di casa.
Trent’anni fa, Daniele Ciprì e Franco Maresco ambientavano però nelle sue strade e nei suoi campi di periferia un mondo allo sfacelo e privo di senso, un villaggio sanguinante e deteriorato come i paesi che nell’86 vennero coinvolti nel fall-out nucleare di Chernobyl, in cui i sopravvissuti erano personaggi incapaci di parlare, pionieri di un pensiero rudimentale, simboli dell’assurda mancanza di logica dell’universo intero.
Quest’anno "Cinico TV" di candeline ne spegne trenta un giorno, e quaranta un altro: trenta dalla sua fine, datata 1996, trentaquattro o trentacinque (a seconda di quale puntata "extra" s’identifica con la prima pietra poggiata nelle fondamenta) dal suo arrivo ad “Avanzi”, su Rai 3, negli ultimi giorni del 1991, quaranta da quando i corti dei due palermitani si avvicinarono al continente (e alla televisione nazionale) per la prima volta su “Isole comprese”, il programma dedicato alle televisioni locali che andava in onda su Italia 1.
Ancor prima, “Cinico TV” era andato in onda su TVM, cioè Tele Video Market, un’emittente televisiva palermitana. Il programma – c’è chi lo ricorderà ancora – era “Interno notte”, diretto da Daniele Ciprì e condotto da Franco Maresco insieme all’attore e regista teatrale Umberto Cantone (lo scorso anno protagonista proprio di “Un film fatto per Bene” di Franco Maresco), e ospitava già lo spirito dei corti che negli anni a venire sarebbero stati protagonisti delle seconde serate di “Fuori orario – Cose (mai) viste” di Enrico Ghezzi, sulla terza rete Rai.
Fu uno di questi frammenti, uno in cui una donna veniva rappresentata in maniera assolutamente misogina, ad attrarre l’attenzione di un assistente del programma “Isole comprese” e quindi a portare Ciprì e Maresco sul sesto canale. Da lì, anche se non venne accolto positivamente il materiale che i due cineasti palermitani inviarono agli autori Mimmo Lombezzi e Didi Gnocchi (in particolare un «regalo» intitolato "A Silvio…", in cui Tirone tesseva le lodi dell’allora solamente imprenditore Berlusconi, con un intento registico però volutamente ironico e dissacrante), iniziò in realtà tutto.
E guardare oggi uno dei corti firmati dal duo e andati in onda su "Blob" o leggere un romanzo distopico di Philip K. Dick sono esperienze che regalano la stessa sensazione, quell’affacciarsi sul futuro che diventa subito vertigine per quanto spaventosamente corretta è stata la previsione.
“Cinico TV” è stato anche il programma che ha ricontestualizzato per la televisione nazionale i quartieri palermitani dello Sperone, di Brancaccio, di Borgo Vecchio e Settecannoli, per trasformarli nei set in cui Tirone, i fratelli Giordano, Giuseppe Paviglianiti, Miranda, Filangeri e tutti gli altri personaggi del variopinto cast di attori non professionisti, dialogavano, vivevano le loro disavventure quotidiane.
La periferia di Palermo, nelle immagini rigorosamente in bianco e nero del programma, diventava il luogo in cui le brutalità più grottesche e la bontà più inutile erano entrambe possibili, quasi come in un realismo magico in cui non si convive serenamente con creature fantastiche ma con demoni meno spaventosi di quelli che popolano la Loggia Nera di “Twin Peaks” ma provenienti dagli stessi bassifondi dell’anima. Il tutto sulla rete nazionale, che in quel periodo era molto più aperta alla sperimentazione per competere con le allora nascenti produzioni Fininvest (che poi sarebbe diventata Mediaset).
In un caso – la puntata in cui il personaggio interpretato da Marcello Miranda, bombola del gas tra le mani, cercava un nuovo modo per uccidersi – nel servizio pubblico si discusse già sulla possibilità di non mandare in onda la striscia, ritenuta controversa. E pensare che erano solo i tempi di “Avanzi”, il primo dei programmi a firma del duo.
Nel corto “Presepe”, all’epoca mandato in onda su Rai 3 la notte di capodanno, la natività veniva messa in scena dai "soliti noti" che si lasciavano andare a scorregge e flatulenze di ogni tipo sulle note di “Tu scendi dalle stelle”. Ciprì, Maresco, i montatori di “Blob” (il contenitore in cui andò in onda la replica della scena) ed Enrico Ghezzi vennero tutti citati in giudizio per vilipendio alla religione cattolica. Le recensioni de “L’Unità” e “Il Manifesto” li accusavano, come ricorda Maresco in un’intervista rilasciata anni fa a Dagospia, di "sfruttare i diversi".
Ma “Cinico TV” era, al contrario, una forma di condivisione, per stessa ammissione di uno dei suoi creatori, Franco Maresco. Condivisione, in primis, del dolore, sia fisico sia psicologico, che provavano i personaggi ossessionati, folli, depressi, e poi reinventato nei corti. Condivisione e messa in scena oggi impossibile da replicare, anzi, forse – come lascia trasparire lo stesso Maresco nel suo film più recente, il già citato “Un film fatto per Bene” – persino inutile.
«Nell’era dell’onnipotenza tecnologica – dice il regista a un certo punto del film, citando un incontro fatto con Carmelo Bene a Palermo, nel 1995 – niente rimane, niente conta, niente ha alcun senso. Secondo me la tecnologia rappresenta il riscatto di tutti i mediocri e i senza talento del mondo. Forse la loro definitiva vendetta contro i veri artisti. Ecco perché chi non sa fare niente, può sperare nel cinema. Un film, di questi tempi, non si nega a nessuno».
Trent’anni fa, Daniele Ciprì e Franco Maresco ambientavano però nelle sue strade e nei suoi campi di periferia un mondo allo sfacelo e privo di senso, un villaggio sanguinante e deteriorato come i paesi che nell’86 vennero coinvolti nel fall-out nucleare di Chernobyl, in cui i sopravvissuti erano personaggi incapaci di parlare, pionieri di un pensiero rudimentale, simboli dell’assurda mancanza di logica dell’universo intero.
I giorni di Cinico TV
Erano i giorni di “Cinico TV”, delle tronanti flatulenze di Giuseppe Paviglianiti e delle barzellette del signor Giordano, delle odi a Silvio Berlusconi di Francesco Tirone e dell’afono Rocco Cane, cioè Marcello Miranda. I giorni in cui Palermo, dall’occhio di Ciprì e Maresco, veniva vista come una landa medievale popolata da reietti e creature che avevano abbandonato questa dimensione, a cavallo fra un senso lovecraftiano dell’esistenza e il teatro dell’assurdo.Quest’anno "Cinico TV" di candeline ne spegne trenta un giorno, e quaranta un altro: trenta dalla sua fine, datata 1996, trentaquattro o trentacinque (a seconda di quale puntata "extra" s’identifica con la prima pietra poggiata nelle fondamenta) dal suo arrivo ad “Avanzi”, su Rai 3, negli ultimi giorni del 1991, quaranta da quando i corti dei due palermitani si avvicinarono al continente (e alla televisione nazionale) per la prima volta su “Isole comprese”, il programma dedicato alle televisioni locali che andava in onda su Italia 1.
Ancor prima, “Cinico TV” era andato in onda su TVM, cioè Tele Video Market, un’emittente televisiva palermitana. Il programma – c’è chi lo ricorderà ancora – era “Interno notte”, diretto da Daniele Ciprì e condotto da Franco Maresco insieme all’attore e regista teatrale Umberto Cantone (lo scorso anno protagonista proprio di “Un film fatto per Bene” di Franco Maresco), e ospitava già lo spirito dei corti che negli anni a venire sarebbero stati protagonisti delle seconde serate di “Fuori orario – Cose (mai) viste” di Enrico Ghezzi, sulla terza rete Rai.
Fu uno di questi frammenti, uno in cui una donna veniva rappresentata in maniera assolutamente misogina, ad attrarre l’attenzione di un assistente del programma “Isole comprese” e quindi a portare Ciprì e Maresco sul sesto canale. Da lì, anche se non venne accolto positivamente il materiale che i due cineasti palermitani inviarono agli autori Mimmo Lombezzi e Didi Gnocchi (in particolare un «regalo» intitolato "A Silvio…", in cui Tirone tesseva le lodi dell’allora solamente imprenditore Berlusconi, con un intento registico però volutamente ironico e dissacrante), iniziò in realtà tutto.
I personaggi e la Palermo di Ciprì e Maresco
Con “Cinico TV”, Ciprì e Maresco avevano, a modo loro, previsto il futuro, l’evoluzione che Palermo avrebbe avuto se le cose fossero andate in un certo modo. Che è il modo in cui poi, per la gran parte, sono andate e stanno continuando ad andare. I personaggi di Ciprì e Maresco, protagonisti di conversazioni senza capo né coda, grotteschi in una disarmante foggia naturale, erano precursori dell’attuale società di «sminchiati da smartphone», come li definiva Maresco anni fa in un confronto pubblico con l’ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando.E guardare oggi uno dei corti firmati dal duo e andati in onda su "Blob" o leggere un romanzo distopico di Philip K. Dick sono esperienze che regalano la stessa sensazione, quell’affacciarsi sul futuro che diventa subito vertigine per quanto spaventosamente corretta è stata la previsione.
“Cinico TV” è stato anche il programma che ha ricontestualizzato per la televisione nazionale i quartieri palermitani dello Sperone, di Brancaccio, di Borgo Vecchio e Settecannoli, per trasformarli nei set in cui Tirone, i fratelli Giordano, Giuseppe Paviglianiti, Miranda, Filangeri e tutti gli altri personaggi del variopinto cast di attori non professionisti, dialogavano, vivevano le loro disavventure quotidiane.
La periferia di Palermo, nelle immagini rigorosamente in bianco e nero del programma, diventava il luogo in cui le brutalità più grottesche e la bontà più inutile erano entrambe possibili, quasi come in un realismo magico in cui non si convive serenamente con creature fantastiche ma con demoni meno spaventosi di quelli che popolano la Loggia Nera di “Twin Peaks” ma provenienti dagli stessi bassifondi dell’anima. Il tutto sulla rete nazionale, che in quel periodo era molto più aperta alla sperimentazione per competere con le allora nascenti produzioni Fininvest (che poi sarebbe diventata Mediaset).
La "censura" e la crisi
A mettere in crisi la coppia di registi – e di conseguenza la trasmissione – fu la censura. La Rai, secondo i registi, garantì infatti la libertà espressiva solo per un primo periodo. Poi, complici i reclami che vennero recapitati all’azienda, "Cinico TV" venne pian piano relegata a orari sempre più tardi: in breve, secondo Maresco, meno visibilità significava meno possibilità che i telespettatori potessero vedere i corti e criticarli, e questo offriva una scusa plausibile per decidere di chiudere il programma una volta e per tutte.In un caso – la puntata in cui il personaggio interpretato da Marcello Miranda, bombola del gas tra le mani, cercava un nuovo modo per uccidersi – nel servizio pubblico si discusse già sulla possibilità di non mandare in onda la striscia, ritenuta controversa. E pensare che erano solo i tempi di “Avanzi”, il primo dei programmi a firma del duo.
Nel corto “Presepe”, all’epoca mandato in onda su Rai 3 la notte di capodanno, la natività veniva messa in scena dai "soliti noti" che si lasciavano andare a scorregge e flatulenze di ogni tipo sulle note di “Tu scendi dalle stelle”. Ciprì, Maresco, i montatori di “Blob” (il contenitore in cui andò in onda la replica della scena) ed Enrico Ghezzi vennero tutti citati in giudizio per vilipendio alla religione cattolica. Le recensioni de “L’Unità” e “Il Manifesto” li accusavano, come ricorda Maresco in un’intervista rilasciata anni fa a Dagospia, di "sfruttare i diversi".
Ma “Cinico TV” era, al contrario, una forma di condivisione, per stessa ammissione di uno dei suoi creatori, Franco Maresco. Condivisione, in primis, del dolore, sia fisico sia psicologico, che provavano i personaggi ossessionati, folli, depressi, e poi reinventato nei corti. Condivisione e messa in scena oggi impossibile da replicare, anzi, forse – come lascia trasparire lo stesso Maresco nel suo film più recente, il già citato “Un film fatto per Bene” – persino inutile.
«Nell’era dell’onnipotenza tecnologica – dice il regista a un certo punto del film, citando un incontro fatto con Carmelo Bene a Palermo, nel 1995 – niente rimane, niente conta, niente ha alcun senso. Secondo me la tecnologia rappresenta il riscatto di tutti i mediocri e i senza talento del mondo. Forse la loro definitiva vendetta contro i veri artisti. Ecco perché chi non sa fare niente, può sperare nel cinema. Un film, di questi tempi, non si nega a nessuno».
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