Totò visse due volte, lui almeno tre: l'addio di Ciprì e Maresco a Marcello Miranda
Rocco Cane e Paletta, “Cinico TV” e “Totò che visse due volte”, l'attore-feticcio di Ciprì e Maresco, se n’è andato da un paio di giorni. L'intervista ai due registi
Marcello Miranda in "Totò che visse due volte"
Rocco Cane e Paletta, “Cinico TV” e “Totò che visse due volte”, le vite passate accanto a Franco Maresco e Daniele Ciprì, e quelle passate davanti la macchina da presa del duo di registi, a farsi immortalare appeso a una croce che era, in fondo, una delizia, o a toccarsi felicemente le pudenda insieme a un’altra ventina di uomini nelle prime immagini di “Totò che visse due volte”. Marcello Miranda, l’attore-feticcio di Ciprì e Maresco, se n’è andato da un paio di giorni, probabilmente per un malore, a 67 anni.
E se Totò visse due volte, lui di vite ne ha avute almeno tre: una prima di Ciprì e Maresco, una davanti alle loro macchine da presa e una quando le macchine da presa finivano di girare e dal mondo di “Cinico TV” si passava a quello concretamente palermitano in cui viveva. «Marcello è stato un’icona importante di “Cinico TV” – dice Daniele Ciprì – anche perché è stato uno dei primi, insieme a Tirone, il ciclista, che è andato via tantissimo tempo fa. Marcello era la nostra sigla, con Franco (Maresco, ndr.) lo mettevamo sempre, era un po’ come quei personaggi che firmano i luoghi, un certo tipo di dimensione. Marcello rappresentava quella dimensione che noi raccontavamo nel periodo di “Cinico TV”. È stata quasi un film, “Cinico TV”. Marcello era la firma continua, era sempre o lo zio che non capiva, o un’icona che non parlava, mentre noi parlavamo di Berlusconi o dell’“uomo-merda”, c’era qualcosa di fondo che era Marcello».
Per Maresco, «Miranda è stato probabilmente il personaggio simbolo del nostro lavoro, insieme a Tirone, ma direi con una “visione” in più, perché da un lato era un po’ una sorta di “salame di Jacovitti”, era un nostro autografo vivente. Dall’altro è stato proprio un “Memento mori” rivolto al pubblico, un “Ricordati che devi morire”, la materializzazione della caducità umana, l’assurdo dell’esistenza, quello che io ai tempi dicevo “la tragedia del vivere umano”, lui l’ha incarnata senza mai dire una parola, né in “Cinico TV” né in "Totò che visse due volte". La sua presenza era il simbolo di quella che era la mia visione del mondo, spinta a oltranza. Marcello ha incarnato la sfiducia nell’essere umano, una specie di “Ecce homo” che non redime, esattamente l’uomo nella sua disperazione assoluta, nella sua non-possibilità di salvezza. Però c’era allo stesso tempo, in lui, un’estrema malinconia, che era proprio questa nostalgia dell’assoluto».
Fu Maresco a presentarlo a Ciprì, nel suo videonoleggio di via Sammartino, a Palermo. «Io Miranda lo conoscevo da diversi anni – racconta Franco Maresco, che proprio nella serata di ieri stava andando a porgere i suoi omaggi all’attore palermitano – perché abitavamo nello stesso quartiere, fra corso Olivuzza, piazza Lolli e la parte di via Dante che porta verso il Politeama. Ci conoscevamo, io lo incrociavo da sempre. Poi la conoscenza s’è intensificata con le videoteche. Quella che avevo io fu un luogo per le prove tecniche di “Cinico TV”. È la stessa videoteca che mi ha fatto conoscere Ciprì, fu un luogo preparatorio per il primo cortometraggio dell’87».
«Io avevo diciannove anni quando lo conobbi al nolo film di Maresco – dice Ciprì – che era un luogo d’incontro, lo frequentava tanto anche Luca Guadagnino, prima di partire per gli Stati Uniti. C’erano sempre sia Marcello Miranda sia Francesco Tirone. Tutto partì dalla dimensione del videonoleggio, da quell’atmosfera, che ci portava all’idea di giocare con loro più che pensare al cinema, alla televisione. Noi ci univamo e giocavamo unendo gli strumenti, tipo “Tu hai una telecamera?”, “Tu hai un microfono?”, mettevamo insieme le cose e andavamo a girare.
È nato tutto per caso, per un’amicizia». Poi, il resto è storia. Per Ciprì e Maresco, che da tanti anni non lavorano più insieme, Miranda è stato «un’immagine che ci rappresentava», dice Daniele Ciprì. «Lui, Tirone, Paviglianiti, Giordano e tanti altri erano tutti amici nostri – continua il regista – . Non dormivamo insieme, ma vivevamo insieme. Io ho ricordi di Marcello che ci veniva a bussare la sera, perché era sempre solo. Viveva con la mamma, morta tanto tempo fa, e quindi era… un figlio di nessuno, quasi. Era quasi figlio nostro. Noi ce lo portavamo dovunque. E poi era una persona molto disponibile, bastava dargli un piccolo compenso o reperirgli un film che voleva. Era un personaggio sempre nei nostri cuori. C’è stato sia umanamente che cinematograficamente fondamentale, forse è stato uno degli input principali, per certi versi, dell’immobilità, della catatonia, di elementi che noi raccontavamo. Alcune volte era Beckettiano, alcune volte era buffo. Era completo. Negli ultimi tempi io stavo girando la serie di Ficarra e Picone (“Incastrati”, ndr.), mi venne a trovare, lo vidi molto invecchiato ma non avrei mai pensato che sarebbe andato via così presto».
Li seguiva ovunque, Miranda: «Frequentava i nostri amici, Enrico Ghezzi, Marco Giusti, Angelo Guglielmi… fu il primo a venire con me e Maresco – dice Ciprì – a Bellaria, però lui viaggiava solo in treno, facendosi tratte tipo Palermo-Milano, quando non esisteva l’alta velocità. Noi presentavamo a Bellaria “Pasta e patate”, il primo cortometraggio, lo mettemmo nella stanza con noi perché non c’era posto altrove, e poi quella notte per farlo dormire meglio gli abbiamo simulato il movimento del treno nel letto. È stato un amico di giochi, con cui non sono mancati gli scontri, ma ci volevamo bene».
Di tutti i personaggi transitati per “Cinico TV”, secondo Maresco, «Marcello è quello che più mi ha rappresentato, in senso strettamente personale. Per tanto tempo Ciprì ha condiviso questa posizione, mettendo in cima anche il ciclista, Tirone. Se si dovessero scrivere le disavventure di qualcuno, Miranda, in questo, sarebbe il personaggio più simile a un personaggio della commedia all’italiana. Era proprio “materia di romanzo”, o di un film a parte, tutto dedicato a lui. Al di là della retorica del lutto, cosa che non mi appartiene, credo che Marcello Miranda sia la persona che in sessantotto anni di vita ho perdonato di più. Credo di non aver mai perdonato nessuno, fra quelle pochissime persone Miranda è al vertice, in solitaria, e me ne ha combinate – anzi ce ne ha combinate – di tutti i colori. Forse nemmeno ai figli si perdona così tanto. E io invece ci ricascavo, ci ricadevo e lo perdonavo. Era così legato a noi che ai tempi lo avevamo messo nel nostro stato di famiglia, credo che io abbia passato più tempo con lui che con qualsiasi altro componente della mia famiglia, nella mia vita».
Non c’era sera in pizzeria in cui lui non fosse al fianco dei due registi, in particolare al fianco di Maresco: «Molti se lo ricordano, la nostra pizzeria di riferimento era la “Astoria” di via Libertà. Me ne ha combinate tantissime, ma ha restituito con la sua presenza sia in “Cinico TV” sia nei film. Ricordo che quando avevo una relazione con la mia compagna, Roberta Torre, e avevamo avuto da poco un figlio, Tommaso, lei – che veniva da Milano e conosceva poco della mia storia, dei personaggi di “Cinico TV” – si ritrovò sul pianeta “Cinico TV” con Marcello che mi veniva a bussare al portone, giù, nell’androne del palazzo, o addirittura a volte dietro la porta di casa. Roberta poi gli si affezionò, ma all’inizio fu causa di litigi familiari. Con lui abbiamo condiviso un periodo irripetibile, a cavallo tra anni Ottanta e primissimi Novanta, non solo sul piano umano-artistico, ma anche per la storia stessa della televisione italiana, per mille motivi che non devo stare qui a spiegare. E ce ne sono, di aneddoti… Ne ha combinate davvero tante. Però era una persona buona, affettuosa… era, come dire, uno con una sua sensibilità, “all’antica”, per certi versi. E questo probabilmente è il motivo per cui io, autolesionisticamente, lo perdonavo, e tutto finiva in pizzeria, o da qualche altra parte, a mangiare. E stava con noi, o con me. Non lo vedevo da tanto tempo, dopo una delle sue ultime trovate, capitava che ci incrociassimo e non ci rivolgessimo la parola, però fortunatamente poi abbiamo chiarito».
Secondo Ciprì, «Marcello iniziò a sfumare quando il mondo che raccontavamo nei nostri lavori iniziò a sfumare. Avanzava un altro cinema che non rappresentava con quelle icone, però lui era sempre con noi, il nostro jolly. L’ultimo del gruppo di “Cinico TV” è rimasto il cantante, Giovanni Lo Giudice. Per me Marcello resta immortale. Rappresenta quel mondo, di “Cinico TV”, che senza falsa modestia è immortale, quando vedi un’immagine nostra entri sempre in una dimensione che non morirà mai, di cui lui fa parte. Non morirà mai perché era già vecchia all’epoca, era talmente fuori da quel mondo che non morirà mai. C’è voluto tempo, ma quel tempo ci ha riscattati».
E se Totò visse due volte, lui di vite ne ha avute almeno tre: una prima di Ciprì e Maresco, una davanti alle loro macchine da presa e una quando le macchine da presa finivano di girare e dal mondo di “Cinico TV” si passava a quello concretamente palermitano in cui viveva. «Marcello è stato un’icona importante di “Cinico TV” – dice Daniele Ciprì – anche perché è stato uno dei primi, insieme a Tirone, il ciclista, che è andato via tantissimo tempo fa. Marcello era la nostra sigla, con Franco (Maresco, ndr.) lo mettevamo sempre, era un po’ come quei personaggi che firmano i luoghi, un certo tipo di dimensione. Marcello rappresentava quella dimensione che noi raccontavamo nel periodo di “Cinico TV”. È stata quasi un film, “Cinico TV”. Marcello era la firma continua, era sempre o lo zio che non capiva, o un’icona che non parlava, mentre noi parlavamo di Berlusconi o dell’“uomo-merda”, c’era qualcosa di fondo che era Marcello».
Per Maresco, «Miranda è stato probabilmente il personaggio simbolo del nostro lavoro, insieme a Tirone, ma direi con una “visione” in più, perché da un lato era un po’ una sorta di “salame di Jacovitti”, era un nostro autografo vivente. Dall’altro è stato proprio un “Memento mori” rivolto al pubblico, un “Ricordati che devi morire”, la materializzazione della caducità umana, l’assurdo dell’esistenza, quello che io ai tempi dicevo “la tragedia del vivere umano”, lui l’ha incarnata senza mai dire una parola, né in “Cinico TV” né in "Totò che visse due volte". La sua presenza era il simbolo di quella che era la mia visione del mondo, spinta a oltranza. Marcello ha incarnato la sfiducia nell’essere umano, una specie di “Ecce homo” che non redime, esattamente l’uomo nella sua disperazione assoluta, nella sua non-possibilità di salvezza. Però c’era allo stesso tempo, in lui, un’estrema malinconia, che era proprio questa nostalgia dell’assoluto».
Fu Maresco a presentarlo a Ciprì, nel suo videonoleggio di via Sammartino, a Palermo. «Io Miranda lo conoscevo da diversi anni – racconta Franco Maresco, che proprio nella serata di ieri stava andando a porgere i suoi omaggi all’attore palermitano – perché abitavamo nello stesso quartiere, fra corso Olivuzza, piazza Lolli e la parte di via Dante che porta verso il Politeama. Ci conoscevamo, io lo incrociavo da sempre. Poi la conoscenza s’è intensificata con le videoteche. Quella che avevo io fu un luogo per le prove tecniche di “Cinico TV”. È la stessa videoteca che mi ha fatto conoscere Ciprì, fu un luogo preparatorio per il primo cortometraggio dell’87».
«Io avevo diciannove anni quando lo conobbi al nolo film di Maresco – dice Ciprì – che era un luogo d’incontro, lo frequentava tanto anche Luca Guadagnino, prima di partire per gli Stati Uniti. C’erano sempre sia Marcello Miranda sia Francesco Tirone. Tutto partì dalla dimensione del videonoleggio, da quell’atmosfera, che ci portava all’idea di giocare con loro più che pensare al cinema, alla televisione. Noi ci univamo e giocavamo unendo gli strumenti, tipo “Tu hai una telecamera?”, “Tu hai un microfono?”, mettevamo insieme le cose e andavamo a girare.
È nato tutto per caso, per un’amicizia». Poi, il resto è storia. Per Ciprì e Maresco, che da tanti anni non lavorano più insieme, Miranda è stato «un’immagine che ci rappresentava», dice Daniele Ciprì. «Lui, Tirone, Paviglianiti, Giordano e tanti altri erano tutti amici nostri – continua il regista – . Non dormivamo insieme, ma vivevamo insieme. Io ho ricordi di Marcello che ci veniva a bussare la sera, perché era sempre solo. Viveva con la mamma, morta tanto tempo fa, e quindi era… un figlio di nessuno, quasi. Era quasi figlio nostro. Noi ce lo portavamo dovunque. E poi era una persona molto disponibile, bastava dargli un piccolo compenso o reperirgli un film che voleva. Era un personaggio sempre nei nostri cuori. C’è stato sia umanamente che cinematograficamente fondamentale, forse è stato uno degli input principali, per certi versi, dell’immobilità, della catatonia, di elementi che noi raccontavamo. Alcune volte era Beckettiano, alcune volte era buffo. Era completo. Negli ultimi tempi io stavo girando la serie di Ficarra e Picone (“Incastrati”, ndr.), mi venne a trovare, lo vidi molto invecchiato ma non avrei mai pensato che sarebbe andato via così presto».
Li seguiva ovunque, Miranda: «Frequentava i nostri amici, Enrico Ghezzi, Marco Giusti, Angelo Guglielmi… fu il primo a venire con me e Maresco – dice Ciprì – a Bellaria, però lui viaggiava solo in treno, facendosi tratte tipo Palermo-Milano, quando non esisteva l’alta velocità. Noi presentavamo a Bellaria “Pasta e patate”, il primo cortometraggio, lo mettemmo nella stanza con noi perché non c’era posto altrove, e poi quella notte per farlo dormire meglio gli abbiamo simulato il movimento del treno nel letto. È stato un amico di giochi, con cui non sono mancati gli scontri, ma ci volevamo bene».
Di tutti i personaggi transitati per “Cinico TV”, secondo Maresco, «Marcello è quello che più mi ha rappresentato, in senso strettamente personale. Per tanto tempo Ciprì ha condiviso questa posizione, mettendo in cima anche il ciclista, Tirone. Se si dovessero scrivere le disavventure di qualcuno, Miranda, in questo, sarebbe il personaggio più simile a un personaggio della commedia all’italiana. Era proprio “materia di romanzo”, o di un film a parte, tutto dedicato a lui. Al di là della retorica del lutto, cosa che non mi appartiene, credo che Marcello Miranda sia la persona che in sessantotto anni di vita ho perdonato di più. Credo di non aver mai perdonato nessuno, fra quelle pochissime persone Miranda è al vertice, in solitaria, e me ne ha combinate – anzi ce ne ha combinate – di tutti i colori. Forse nemmeno ai figli si perdona così tanto. E io invece ci ricascavo, ci ricadevo e lo perdonavo. Era così legato a noi che ai tempi lo avevamo messo nel nostro stato di famiglia, credo che io abbia passato più tempo con lui che con qualsiasi altro componente della mia famiglia, nella mia vita».
Non c’era sera in pizzeria in cui lui non fosse al fianco dei due registi, in particolare al fianco di Maresco: «Molti se lo ricordano, la nostra pizzeria di riferimento era la “Astoria” di via Libertà. Me ne ha combinate tantissime, ma ha restituito con la sua presenza sia in “Cinico TV” sia nei film. Ricordo che quando avevo una relazione con la mia compagna, Roberta Torre, e avevamo avuto da poco un figlio, Tommaso, lei – che veniva da Milano e conosceva poco della mia storia, dei personaggi di “Cinico TV” – si ritrovò sul pianeta “Cinico TV” con Marcello che mi veniva a bussare al portone, giù, nell’androne del palazzo, o addirittura a volte dietro la porta di casa. Roberta poi gli si affezionò, ma all’inizio fu causa di litigi familiari. Con lui abbiamo condiviso un periodo irripetibile, a cavallo tra anni Ottanta e primissimi Novanta, non solo sul piano umano-artistico, ma anche per la storia stessa della televisione italiana, per mille motivi che non devo stare qui a spiegare. E ce ne sono, di aneddoti… Ne ha combinate davvero tante. Però era una persona buona, affettuosa… era, come dire, uno con una sua sensibilità, “all’antica”, per certi versi. E questo probabilmente è il motivo per cui io, autolesionisticamente, lo perdonavo, e tutto finiva in pizzeria, o da qualche altra parte, a mangiare. E stava con noi, o con me. Non lo vedevo da tanto tempo, dopo una delle sue ultime trovate, capitava che ci incrociassimo e non ci rivolgessimo la parola, però fortunatamente poi abbiamo chiarito».
Secondo Ciprì, «Marcello iniziò a sfumare quando il mondo che raccontavamo nei nostri lavori iniziò a sfumare. Avanzava un altro cinema che non rappresentava con quelle icone, però lui era sempre con noi, il nostro jolly. L’ultimo del gruppo di “Cinico TV” è rimasto il cantante, Giovanni Lo Giudice. Per me Marcello resta immortale. Rappresenta quel mondo, di “Cinico TV”, che senza falsa modestia è immortale, quando vedi un’immagine nostra entri sempre in una dimensione che non morirà mai, di cui lui fa parte. Non morirà mai perché era già vecchia all’epoca, era talmente fuori da quel mondo che non morirà mai. C’è voluto tempo, ma quel tempo ci ha riscattati».
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