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Una storia nata quando "Palermo era viva": chi è Irene, pittrice di via Bara all'Olivella

La città cambia luce, pelle, rumore. E lei la guarda dall’alto, come un punto fermo dentro un movimento continuo, sospesa tra i tetti. Tutto comincia con una scritta

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 31 maggio 2026

La pittrice Irene Falci

Questa è una storia di pittura, un po’ astratta e un po’ no. Una storia dove il colore è ricerca e professione. Una storia palermitana e insieme universale, tutta al femminile e insieme no. Difficile racchiuderla in così poche parole. Tutto comincia da una scritta, incisa sul frontone del Teatro Massimo: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita». L’ho letta tante volte. Ogni volta mi sembra una promessa e allo stesso tempo una domanda. Irene Falci quella frase la incontra ogni giorno da quasi trent’anni.

Dal suo balcone, in Bara all’Olivella, Palermo le si apre davanti come una materia viva. La città cambia luce, pelle, rumore. E lei la guarda dall’alto, come un punto fermo dentro un movimento continuo, sospesa tra i tetti, non troppo diversa dai gargoyle che sovrastano Parigi, tra ciò che passa e ciò che resta.

I suoi genitori, entrambi insegnanti, arrivano a Palermo dall’entroterra siciliano. Prima il Villaggio Santa Rosalia, poi quella casa che ancora oggi la contiene e osserva insieme a lei. Una città scelta e attraversata, mai del tutto addomesticata. Le chiedo com’era Palermo quando era ragazza. Si ferma un attimo, poi sorride come se stesse riaprendo una finestra lontana.

«Si sentiva pulsare qualcosa di vivo, di propositivo. Palermo era viva». La pittura arriva prestissimo. «Ho incontrato la pittura giovanissima. Al liceo ho sviluppato le basi per tutta la mia vita professionale». È lì che impara il rigore della forma, il peso della figura, la pazienza del disegno. Un alfabeto iniziale che non la lascerà più.

Poi l’Accademia di Belle Arti. Irene entra giovanissima, quasi in corsa contro il tempo. «Esco dal liceo, vado in Accademia e mi laureo a vent’anni». In quegli anni sperimenta il materico e l’informale con un docente, cercando un linguaggio ancora in formazione. «Ma sperimentare non significa trovare sé stessi». La vera frattura, infatti, non è accademica. È umana. A diciotto anni lascia casa, attraversando una stagione difficile. È lì che qualcosa si spezza e, allo stesso tempo, prende forma.

Un docente teorico dell’arte le chiede una cosa semplice: scrivere una sintesi emozionale di ciò che sta vivendo. «Da lì si è sbloccato il mio linguaggio». Le parole diventano pittura. La pittura diventa un modo per non perdere ciò che brucia dentro. Dopo la laurea apre diverse botteghe e si dedica alle copie d’autore. Un lavoro che, in apparenza, sembra distante dalla ricerca personale, ma che la forma in profondità. «Lì ho affinato la lettura dei colori». Impara a guardare ciò che altri hanno già visto, fino a riconoscere le vibrazioni più sottili della luce.

Poi arriva il buddismo. E con esso, una svolta definitiva. «È col buddismo che cambio per sempre la mia pittura». Parla di leggerezza, di sottrazione. «Mi ha accelerato nei tempi di esecuzione. Ho acquisito sicurezza. Mi ha permesso di togliere, di semplificare». Il colore si fa respiro, lo spazio si alleggerisce. L’acquerello diventa una casa naturale: trasparente, fragile, essenziale. Negli anni anche il corpo entra nella sua ricerca. L’arte erotica non come provocazione, ma come linguaggio dell’immaginazione e della memoria.

Nasce dall’onirico, dalle esperienze vissute, da ciò che non si lascia incasellare. Le identità si sfaldano e si ricompongono: etero, omo, bisessuale come variazioni di una stessa essenza umana. Cita Jacques Lacan con naturalezza, come una chiave possibile. L’essere umano è pulsionale, dice. Non istintivo. L’amore lo attraversa, lo reinventa. La sessualità è una. Il resto sono confini costruiti. Negli ultimi anni il suo sguardo si è fatto ancora più intimo.

Il ritratto entra nella sua pittura, ma non per fermare i volti. «È un pretesto. Serve per raccontare ancora delle storie che mantengono la propria essenza estratta». Ogni volto è una soglia, non una destinazione. Accanto alla pittura c’è anche la musica. Arriva quasi per caso, durante un incontro buddista: Irene prende una chitarra e inizia a dilettarsi con il cantautorato italiano. All’inizio c’è paura, poi la voce si apre. Il buddismo, racconta, le dà consapevolezza e la libera dal timore di esporsi.

Da lì nasce un percorso musicale che la porta a esibirsi nei locali palermitani. Suona in varie formazioni: il progetto Komarca con Dario Sulis, in chiave kleezmer, dove canta e suona la fisarmonica; il progetto Trizzi ri donna; in trio con Valeria Cimò, noto anche come Mariaa; e diverse formazioni in duo e trio dedicate al repertorio cantautorale italiano, dove canta e interpreta accompagnandosi con la fisarmonica.

La fisarmonica resta però un’estensione naturale del suo respiro musicale, uno strumento che accompagna il canto come una memoria mobile. Accanto a tutto questo, Irene coltiva anche un altro sguardo ancora più silenzioso: la fotografia dei luoghi. Una sperimentazione, ma anche un modo diverso di dipingere. Non con il colore, ma con la luce che si posa sulle cose quando nessuno le guarda davvero. Tra i suoi incontri c’è anche quello con Letizia Battaglia.

Un incontro che la intimorisce, per la stima profonda che prova. Eppure riesce a regalarle un ritratto. Un gesto semplice e insieme definitivo, come se per un attimo la pittura avesse trovato il coraggio di guardare la vita negli occhi. Passano gli istanti che si fanno, giorni, mesi e anni, in cui Irene non smette di creare. Quello che potrebbe essere un tramonto morente diventa in lei un continuum con la prossima alba. Dal 2000 a oggi, produce oltre 800 opere. Impossibile raccontarle tutte.

E allora torno a quella frase sul Teatro Massimo. L’arte rinnova i popoli e ne rivela l’identità. Le chiedo se secondo lei è davvero così. Se in questa Palermo, di nuovo, inaspettatamente, intrisa di violenza l’arte può avere ancora questa funzione. Mi risponde di sì. «Io ci credo nel nuovo. Nelle generazioni attuali. La bellezza c’è, anche in mezzo al brutto. Come il colore esiste tra le ombre e acquista senso. Non so. Forse non è una risposta, la sua. Forse è solo qualcosa che continua a respirare. Come Palermo vista da un balcone. Il suo. Come un colore che non smette mai di cercare la sua luce.
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