STORIE

Le sue dita raccontano la Sicilia che non c'è più: Franca, custode del "trappita" ericino

Il rumore del telaio accompagna le sue giornate da quando era bambina. Oggi una delle ultime custodi dell’antica arte del trapanese, ormai quasi dimenticata

Vincenza Cammareri
Laureata in Giurisprudenza
  • 12 luglio 2026

Franca Vario, tra le ultime custodi del "trappita" ericino

Le dita di Franca Vario raccontano prima ancora delle sue parole. Sono segnate da anni di lavoro al telaio, da movimenti ripetuti migliaia di volte che hanno finito per imprimersi nel corpo come una memoria fisica. Franca ama definire il telaio come un’estensione del proprio corpo, quasi una continuazione naturale dei suoi gesti, al punto che movimento e creazione sembrano coincidere.

E quando si avvicina ai fili e agli intrecci, quei gesti risultano ancora oggi quasi inevitabili. Il rumore del telaio accompagna le sue giornate da quando era bambina. Prima ancora di imparare davvero a tessere, giocava tra i fili, con gli scampoli di stoffa avanzati trasformava vestitini per le bambole e osservava sua madre lavorare. Quel laboratorio era casa, rifugio, scuola di vita.

A Erice, Franca Vario è oggi una delle ultime custodi dell’antica arte del tappeto ericino, conosciuto anche come “trappita”: una tradizione che non è soltanto tecnica artigianale, ma memoria collettiva, economia domestica e linguaggio femminile tramandato nei secoli. Una volta, nei cortili, le donne non si dedicavano soltanto alla realizzazione dei tappeti. Prima ancora della tessitura, era il corredo a scandire il lavoro domestico e la vita comunitaria: lenzuola, tovaglie e biancheria venivano preparati, ricamati e custoditi come parte essenziale del patrimonio familiare.

Solo in seguito, con l’usura dei tessuti, quei materiali avrebbero trovato una nuova vita nei tappeti. Con il tempo, infatti, tutto ciò che non era più utilizzabile veniva recuperato e trasformato. Le vecchie lenzuola venivano tagliate in strisce, tinte per ottenere colori vivaci e intrecciate al telaio. Nacque così una tradizione fondata sul riuso, ma anche sulla condivisione: un sapere femminile che si trasmetteva nei cortili, tra vicine e parenti, in un intreccio continuo di gesti e relazioni.

«Una volta le donne rimanevano a casa con i bambini - racconta - Si ritrovavano nei cortili, insieme alle sorelle e alle vicine, e collaboravano alla realizzazione dei tappeti». La sua storia è inseparabile da quella della madre, Pina Parisi, tra le donne che nel 1956 contribuirono alla nascita della Cooperativa Artigiana del Tappeto Ericino. In quegli anni un sapere domestico si trasformò in attività organizzata, dando lavoro ad altre tessitrici e riconoscendo dignità economica a una tradizione antica.

Più che insegnarle una tecnica, sua madre le ha trasmesso un modo di stare al mondo. La precisione del gesto, il rispetto per il tempo necessario a ogni lavorazione, la pazienza di ricominciare quando un filo non segue il disegno voluto. Ma soprattutto una tenacia silenziosa, quella di chi ha creduto che potesse diventare lavoro e futuro anche quando sembrava impossibile per una donna. “Per me il telaio è sempre stato un gioco” - racconta Franca.

«Sono cresciuta lì dentro. Tutto quello che avanzava diventava materiale per inventare qualcosa». Quella formazione è passata dalla quotidianità dei gesti: un sapere assorbito osservando la madre, vivendo il laboratorio come un’estensione della casa, dove il lavoro si intrecciava alla vita casalinga: si cucinava, si accoglievano i clienti, si tesseva e si interrompeva per poi riprendere, senza soluzione di continuità. Col tempo, Franca ha sviluppato anche una propria ricerca creativa. Accanto ai motivi tradizionali, ha lasciato spazio all’istinto e all’astrazione.

«Ogni pezzo è unico. Dipende dalla giornata, dall’umore, dall’ispirazione. È in base a queste variabile che scelgo quale colore usare. Tessere per me è una forma meditativa». È qui che il tappeto smette di essere solo oggetto e diventa racconto: nessun intreccio è uguale a un altro, perché nessun giorno è uguale al precedente. Oggi mantenere viva questa tradizione è sempre più difficile. La produzione industriale ha cambiato il mercato, riducendo lo spazio per l’artigianato, che richiede tempo, competenza e pazienza. «Ogni lavoro deve avere il suo valore- sottolinea-. Non può essere paragonato a un prodotto industriale ». Eppure la soddisfazione non si misura solo nella vendita. «Può capitare di venderne uno oggi e un altro tra mesi. Non è quello il punto».

Il valore più grande arriva dagli incontri: persone che entrano nel laboratorio e riconoscono nei tappeti un ricordo, un’emozione, un frammento della propria storia. «Ci sono persone che si emozionano fino alle lacrime. È quello che mi resta dentro». Negli ultimi anni, Franca incontra spesso anche studenti e scuole del territorio. Racconta il lavoro al telaio, mostra i gesti, trasmette una memoria che rischia di perdersi. In un’epoca dominata dalla produzione in serie, il suo laboratorio resta un luogo in cui il tempo rallenta e il sapere continua a vivere, filo dopo filo.

Per Franca Vario, continuare a tessere significa custodire l’eredità della madre e allo stesso tempo portarla avanti. Nel laboratorio il telaio continua a scandire il tempo delle giornate, mentre ogni tappeto prende forma come risultato di gesti ripetuti e di una tradizione che si rinnova. Un lavoro che non è solo produzione artigianale, ma continuità di una storia familiare e che ancora oggi trova spazio nel presente.
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