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A Palermo le piste ciclabili cambiano strada (e arrivano fino al Cep): i nuovi percorsi

Dopo le proteste in corso Calatafimi e via De Gasperi, il Comune cambia in corso d'opera il piano delle ciclabili ed è corsa contro il tempo per non perdere i fondi

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 6 giugno 2026

La pista ciclabile di via Generale Di Maria (foto Balarm)

Quasi 8 milioni di euro, 28 chilometri complessivi di piste ciclabili da realizzare in due lotti e una scadenza ormai vicinissima: il 30 giugno 2026. È attorno a questi numeri che si gioca una delle partite più delicate della mobilità sostenibile a Palermo.

Il progetto, finanziato con fondi PNRR, avrebbe dovuto rafforzare la rete ciclabile urbana collegando Costa Sud, Stazione Centrale, lungofiume Oreto e poli universitari, ma a pochi giorni dalla scadenza del PNRR il piano cambia strada. Non solo in senso figurato.

Dopo settimane di proteste, contestazioni nei quartieri e cantieri diventati terreno di scontro politico, il Comune ha infatti messo mano al secondo lotto delle ciclovie con un cambio di rotta ufficiale. Lo ha fatto con una determina firmata il 29 maggio, che approva gli elaborati relativi alle modifiche in corso d’opera: alcuni tracciati vengono rivisti, altri sembrano uscire di scena - almeno per ora - mentre gli interventi si spostano verso strade meno complicate da cantierare prima della scadenza.

Nell’atto, del resto, la scelta viene motivata proprio così: includere nuovi percorsi ciclabili in «ambiti urbani meno complessi», capaci di rendere possibili «minori tempi di realizzazione». Tradotto: davanti alle contestazioni e alla corsa contro il calendario, il progetto si sposta dove è più facile realizzare gli interventi in tempi brevi.

Ecco allora che la mappa cambia fisionomia. Le modifiche approvate con la determina ridisegnano il secondo lotto spostandone una parte verso nuove direttrici: dalla zona di via Palchetto e via degli Emiri a quella di via Villagrazia e dell’Orsa Maggiore, passando per viale Regione Siciliana Sud Est, via San Filippo, via Sagittario e l’asse di viale Michelangelo.

Altri tratti riguardano Borgo Nuovo, nell’area tra piazza San Paolo, piazza Santa Cristina; poi via Pietro Scaglione, via Brunelleschi, via Besio e via Zummo, fino a via dell’Aquila, via Calandrucci e via Barisano da Trani. Non è ancora la variante definitiva, che dovrà essere approvata con un successivo provvedimento, ma è già la fotografia del cambio di rotta.

A contestare con forza questa scelta è la Consulta della Bicicletta del Comune di Palermo, che legge la rimodulazione non come un semplice aggiustamento tecnico, ma come uno snaturamento del progetto originario.

Per il portavoce della Consulta, Dario Stellino, il problema, infatti, non è soltanto il cambio di alcune strade. Il punto è che il progetto, nato per dotare Palermo di un’infrastruttura ciclabile «degna di questo nome, collegata alla rete esistente e pensata per alleggerire il traffico veicolare», sarebbe stato progressivamente svuotato. «Lo spirito del progetto iniziale è stato pian piano smontato», dice. Il riferimento è ad alcuni assi che la Consulta considera strategici e che, tra proteste e modifiche, sarebbero stati accantonati, ridimensionati o rinviati.

Il caso più emblematico, per Stellino, è corso Calatafimi. Non una strada qualsiasi, ma uno degli assi principali della città, già previsto dal PUMS e più volte indicato come direttrice strategica per la mobilità ciclabile. «Finalmente si erano trovati i finanziamenti - osserva - e toglierlo, o anche solo rimandarlo, è un peccato». Anche perché, aggiunge, quel percorso era legato agli impegni assunti dal Comune in occasione del riconoscimento Unesco dell’itinerario arabo-normanno, che prevedeva anche la realizzazione di un collegamento ciclopedonale.

Per la Consulta, dunque, non si tratta di una semplice scelta tecnica. È una scelta politica. «Le proteste ci possono essere, è normale - ragiona Stellino - e certamente serve un confronto, ma bisogna anche saper spiegare bene cosa si sta facendo e poi avere il coraggio di andare avanti, perché c’è un interesse collettivo superiore che non può piegarsi ogni volta all’interesse del singolo».

Il timore è che, ascoltando di volta in volta le opposizioni nate nei diversi quartieri, il progetto finisca per perdere la sua funzione principale: costruire una rete. Non una sequenza di tratti isolati, non piste “a spezzoni”, ma un’infrastruttura capace di collegarsi a quella già esistente e di rendere la bicicletta un mezzo possibile per gli spostamenti quotidiani. «Si stanno realizzando piste tra loro non interconnesse», dice Stellino. E il rischio, secondo la Consulta, è che alla fine restino chilometri utili sulla carta, ma poco efficaci nella vita reale.

Uno degli esempi più discussi è via De Gasperi. Qui, spiega il portavoce, il progetto esecutivo prevedeva due piste monodirezionali, una per lato della carreggiata. In corso d’opera, però, si sarebbe arrivati a una soluzione diversa: una pista bidirezionale che, secondo quanto rilevato dalla Consulta, corre per una parte su un lato della strada e per un’altra parte sull’altro. Il risultato, denuncia Stellino, è un tracciato che costringe chi pedala ad attraversare la carreggiata, perdendo continuità e sicurezza. «Così diventa pericolosa e inefficiente.
La bicicletta è un mezzo di trasporto, non solo uno sport. Se con l’auto ho bisogno di una strada lineare, lo stesso deve valere per la bici».

A rendere ancora più fragile il quadro è il mancato collegamento con la ciclovia Dante-Praga. Il tratto di via De Gasperi, osserva Stellino, si fermerebbe prima di raggiungere via Ausonia, dove passa una delle piste oggi più utilizzate della città. Un collegamento che sarebbe stato posticipato dopo i futuri lavori del tram. Ma per la Consulta è proprio questo il problema: rinviare sempre l’ultimo pezzo, lasciare i percorsi sospesi, costruire tratti che non si parlano tra loro.

Una critica che, adesso, è diventata anche formale. Con una nota del 3 giugno, la Consulta ha chiesto al Comune di tornare indietro e annullare in autotutela la determina che dà il via libera alle modifiche. Una richiesta inviata anche all’Ispettorato generale per il PNRR, segno che per l’organismo consultivo la questione non riguarda solo il tracciato delle piste, ma il modo in cui Palermo sta usando un finanziamento pubblico da quasi 8 milioni di euro.

Nella nota, la Consulta contesta il metodo e il merito della modifica. Da un lato chiede di conoscere costi, motivazioni e responsabilità delle nuove progettazioni, dei cantieri bloccati o interrotti e dei ritardi accumulati. Dall’altro pone una questione più ampia: se le modifiche servono davvero a rendere più efficiente la rete ciclabile o se, al contrario, rischiano di produrre percorsi poco utili e poco funzionali, pensati soprattutto per non perdere il finanziamento.

È qui che la vicenda delle piste ciclabili smette di essere una questione per soli ciclisti. Perché, dietro la rimodulazione del progetto, torna una domanda più grande: che idea di città vuole perseguire Palermo? Una città che prova a ridurre la dipendenza dall’auto privata, anche quando questo comporta conflitti e resistenze, oppure una città che arretra ogni volta che la trasformazione dello spazio pubblico diventa scomoda?

Stellino richiama due precedenti: la pista Dante-Praga e la pedonalizzazione di via Maqueda. «Anche lì - ricorda - all’inizio ci furono proteste. Residenti e commercianti temevano disagi, perdita di clienti, cambiamenti difficili da assorbire». Ma oggi, osserva, quelle trasformazioni sono entrate nella vita della città. «Se l’amministrazione si fosse fermata alle prime proteste, oggi non avremmo via Maqueda pedonalizzata. E indietro non ci vuole tornare più nessuno».

Ora resta da capire se il Comune tirerà dritto o se riaprirà il confronto. Abbiamo provato ad avere una replica dall'amministrazione, ma ad oggi non abbiamo ricevuto risposta.

La scadenza del PNRR lascia poco tempo, ma è proprio questo a rendere la scelta ancora più delicata: non si tratta soltanto di completare un’opera, ma di decidere se la mobilità sostenibile a Palermo debba continuare a procedere per compromessi e arretramenti o diventare una politica pubblica riconoscibile.
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