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Le piste ciclabili (della discordia) a Palermo: tra proteste e rinvii, il caso arriva a Bruxelles

La querelle sulle piste ciclabili tiene banco e arriva persino alla Commissione Europea, a cui la Consulta della Bicicletta si è rivolta per essere ascoltata

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 20 maggio 2026

Auto sulla pista ciclabile in piazza Durante, zona Policlinico a Palermo

A Palermo basta poco per capire che la mobilità sostenibile non è ancora diventata una vera alternativa. Basta seguire una pista ciclabile e vederla interrompersi, restringersi, sparire dietro un’auto parcheggiata o finire in un tratto in cui il ciclista deve tornare a negoziare il proprio spazio con il traffico. Basta attraversare una strada nelle ore di punta, respirare l’aria pesante lungo gli assi più congestionati, guardare i marciapiedi occupati, le doppie file e le corsie trasformate in parcheggi informali.

Per anni il tema delle piste ciclabili è stato raccontato quasi sempre così: come una questione di viabilità, di spazio sottratto alle auto, di commercianti contrari, di residenti preoccupati, di ciclisti che chiedono sicurezza. Ma adesso quella discussione cambia scala. Esce dal perimetro del dibattito cittadino e arriva fino a Bruxelles.

La Consulta della Bicicletta del Comune di Palermo ha infatti chiesto di essere ascoltata dalla Commissione europea nell’ambito della procedura d’infrazione aperta contro l’Italia per il mancato rispetto della direttiva europea sulla qualità dell’aria, a causa del superamento dei valori limite di biossido di azoto nelle aree di Napoli-Caserta e Palermo.

Nella lettera inviata alla Commissione, la Consulta collega esplicitamente la procedura europea ai «continui e gravi sforamenti» dei parametri di inquinamento registrati in città e attribuisce una parte del problema all’«eccessivo numero di automobili» che ogni giorno circolano a Palermo. Non una formula generica, ma il cuore della questione: se il traffico resta il principale modo di muoversi, ogni promessa di transizione ecologica rischia di restare un titolo nei documenti amministrativi.

È qui che la pista ciclabile smette di essere soltanto una questione di viabilità e diventa una questione di salute pubblica. Il biossido di azoto è infatti uno degli inquinanti più legati al traffico urbano. E Palermo, da questo punto di vista, porta addosso numeri pesanti: secondo il rapporto Mal’Aria di città 2026 di Legambiente, nel 2025 la centralina di via Belgio ha registrato 89 superamenti del limite giornaliero di PM10, mentre nella stazione di via Di Blasi-viale Regione Siciliana la media annua di NO₂ è stata pari a 49 microgrammi per metro cubo, con 127 superamenti del valore giornaliero di 50 microgrammi, a fronte dei 18 previsti dalla nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria.

Ma non è solo una questione di smog. È anche tempo perso, spazio pubblico consumato, città bloccata. Secondo il TomTom Traffic Index 2025, Palermo è la prima città italiana per livello medio di congestione, pari al 51,3%. Nelle ore di punta, gli automobilisti hanno perso 98 ore in un anno: per intenderci, quattro giorni e due ore fermi nel traffico.

Dentro questi numeri, la richiesta della Consulta assume un peso diverso. Perché se Palermo è sotto osservazione europea per la qualità dell’aria, le politiche di mobilità sostenibile non possono più essere trattate come interventi marginali, da rinviare o ridimensionare alla prima contestazione.

La Consulta, nella sua lettera, non si limita a denunciare l’inquinamento. Mette in fila anche lo stato delle infrastrutture ciclabili esistenti, parlando di condizioni «drammatiche», segnate da «incuria e mancata manutenzione», e denuncia la violazione quotidiana degli spazi pedonali e ciclabili da parte dei veicoli a motore: luoghi che dovrebbero garantire sicurezza e continuità e che invece vengono spesso trasformati in parcheggi, corsie improvvisate e margini occupabili.

Il problema, allora, non è soltanto costruire nuove piste, ma rendere utilizzabili e credibili quelle che già esistono. Perché una ciclabile abbandonata, occupata o interrotta non convince nessuno a lasciare l’auto: anzi, rafforza l’idea che spostarsi in bici sia un gesto per pochi, più che una possibilità reale per molti.

A rendere il quadro ancora più delicato è il capitolo dei fondi PNRR. Il progetto delle ciclovie di collegamento tra sedi universitarie e stazioni vale 7.964.945 euro e prevede circa 28 chilometri di nuovi percorsi, con una scadenza fissata al 30 giugno 2026. Un intervento pensato per ricucire pezzi di città oggi scollegati, ma che negli ultimi mesi è finito al centro delle preoccupazioni della stessa Consulta per possibili modifiche, ritardi e ripensamenti del lotto ancora da realizzare.

Già nei mesi scorsi l’organismo aveva denunciato di avere appreso dalla stampa notizie su parti del progetto “congelate” o oggetto di revisione. Una preoccupazione che oggi pesa ancora di più, perché si inserisce in un quadro in cui Palermo non è chiamata soltanto a completare un’opera finanziata con fondi europei, ma anche a dimostrare di avere una strategia credibile per ridurre traffico, emissioni e dipendenza dall’auto privata.

Interpellata da Balarm, l’Amministrazione comunale al momento non ha rilasciato dichiarazioni nel merito. E così il tema torna alla vita quotidiana della città, lì dove le scelte sulla mobilità smettono di essere soltanto atti, progetti e scadenze, e diventano aria respirata, tempo perso, sicurezza e possibilità concrete di muoversi in modo diverso.

Perché, alla fine, la questione non riguarda solo chi va in bicicletta. Riguarda chi accompagna i figli a scuola respirando smog, chi aspetta un autobus che passa di rado, chi attraversa viale Regione Siciliana, chi vive in strade congestionate, chi vorrebbe muoversi senza essere costretto a prendere l’auto anche per tragitti brevi. Riguarda Palermo e la città che vuole essere.

Perché l’aria non è un tema da ciclisti, ma un bene comune. E se oggi il caso arriva fino a Bruxelles, significa che le mezze soluzioni, almeno su questo, non bastano più.
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