Che fine hanno fatto le giostre del Giardino Inglese: valzer di ricorsi, la strada è lunga
Dopo 15 mesi dalla chiusura e un bando pubblicato 7 mesi fa, la riapertura del luna park del Parco Piersanti Mattarella appare più lontana. Che succede
Le giostre del Giardino Inglese (foto di Claudia Rizzo)
Eppure la rinascita resta ancora incompleta. Alcune parti del progetto non sono state ancora realizzate, altri servizi continuano a mancare e ci sono assenze che si notano subito: le fontane ferme, il bar chiuso, le giostre ancora spente. È soprattutto nell’area con ingresso da via delle Croci che il tempo sembra essersi fermato.
Le strutture sono ancora lì, ma restano chiuse. Non si sente la musica, non si muovono i trenini, non ci sono bambini in attesa del proprio turno. Quello che per generazioni è stato uno dei luoghi dell’infanzia palermitana è diventato il centro di una vicenda amministrativa e giudiziaria che continua a trascinarsi, mentre il resto del parco ha già ricominciato a vivere.
Per capire perché quell’angolo sia ancora spento bisogna tornare indietro di qualche anno. Prima la concessione scaduta alla fine del 2020, poi le richieste di proroga rimaste senza esito, quindi l’arrivo dei lavori di riqualificazione del giardino e l’ordine di sgombero dell’area. Le giostre sono rimaste dentro una lunga zona grigia, fatta di carte, permessi da chiarire, confronti con gli uffici e passaggi davanti al Tar, che prima ha sospeso e poi confermato il provvedimento del Comune.
A rendere visibile lo stallo, nell’aprile del 2025, è stata la stessa famiglia Carbocci, che gestisce storicamente lo spazio e che ha deciso di chiudere per protesta. Da quel momento le giostre non si sono più rimesse in movimento. Non perché mancassero bambini o famiglie, ma perché il loro futuro era ormai finito dentro una partita amministrativa che risulta ancora aperta.
L’ultimo tentativo del Comune di sbloccarla è arrivato con un avviso pubblico per affidare l’area a un gestore per cinque anni, rinnovabili per altri cinque. Ma anche questa procedura, invece di chiudere la vicenda, ha aperto un nuovo capitolo: i Carbocci hanno partecipato per non restare esclusi, ma allo stesso tempo hanno presentato ricorso al Tar.
«Abbiamo presentato la domanda perché non potevamo rischiare di restare fuori, ma abbiamo contestato quel bando fin dall’inizio», racconta Casimiro Carbocci. Il punto, secondo la famiglia, non riguarda soltanto chi gestirà le giostre, ma il modo in cui il Comune ha scelto di assegnare quello spazio.
Secondo Carbocci, le giostre infatti non possono essere considerate una qualunque attività privata da mettere a confronto con altre proposte. «Noi siamo spettacolo viaggiante», spiega. «Non gestiamo un bar o un negozio. Apparteniamo a una categoria riconosciuta da una legge nazionale».
Il riferimento è alla legge 337 del 1968, la norma che disciplina circhi, spettacolo viaggiante e parchi di divertimento. In sostanza, quella legge prevede che i Comuni individuino le aree disponibili per questo tipo di attività, ne aggiornino l’elenco almeno una volta all’anno e stabiliscano con un regolamento le modalità di concessione. Prevede anche che le aree comunali siano concesse agli esercenti autorizzati senza ricorrere all’asta.
A rendere il tema meno locale e meno circoscritto al caso del Giardino Inglese c’è anche una recente nota del Ministero dell’Interno, inviata a prefetti, questori e commissari del Governo, sulle «problematicità del settore circense e delle attività di spettacolo viaggiante».
Il documento richiama le segnalazioni delle associazioni di categoria sulle difficoltà incontrate nelle procedure di assegnazione delle aree da parte dei Comuni e torna proprio sull’applicazione dell’articolo 9 della legge 337: l’individuazione degli spazi, l’aggiornamento dell’elenco delle aree disponibili e l’adozione di un regolamento comunale per stabilire le modalità di concessione.
È su questo che si concentra il ricorso. Per i giostrai, Palazzo delle Aquile avrebbe dovuto prima dotarsi di un regolamento specifico per lo spettacolo viaggiante e poi procedere con una manifestazione di interesse costruita su quei criteri: non quindi un bando generico per scegliere il progetto migliore, ma una procedura capace di tenere conto della natura particolare dell’attività. «Il Comune dovrebbe stabilire prima le regole», sostiene Carbocci. «Chi può partecipare, quali licenze servono, come vengono valutati gli anni di attività, l’esperienza e gli investimenti fatti in una determinata area. A Palermo questo regolamento non c’è».
Dal Comune arriva una lettura diversa. L’assessore alle Attività produttive Giuliano Forzinetti riconosce il nodo sollevato dalla legge del 1968 e conferma che Palermo non risulta essersi dotata, nel tempo, di un regolamento specifico per lo spettacolo viaggiante. Ma rivendica la scelta dell’avviso pubblico come il tentativo di uscire da una situazione rimasta bloccata troppo a lungo e di tenere insieme più esigenze: la riapertura dell’area, la tutela del parco e la valutazione di progetti compatibili con un bene vincolato.
Questo perché il Giardino Inglese, sottolinea l’amministrazione, non è una qualunque area pubblica da destinare alle giostre. È un parco storico, sottoposto a vincoli, nel quale ogni nuova installazione deve confrontarsi con la tutela del bene e con le indicazioni degli uffici competenti. «La Soprintendenza ha chiesto espressamente di procedere con una gara pubblica, in modo da poter valutare le diverse proposte e individuare quella più adatta a valorizzare il bene», spiega Forzinetti.
A rimettere in movimento la partita, almeno per il Comune, c’è anche un altro passaggio arrivato nelle scorse settimane: la sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa sul vecchio contenzioso. È una pronuncia che non riguarda il nuovo ricorso contro il bando, ma la fase precedente della vicenda, quella della concessione scaduta, del mancato rinnovo e dello sgombero dell’area. Per Palazzo delle Aquile, però, rappresenta un punto fermo: permette di «riattivare l’ordinanza di sgombero e di portare avanti l’esame delle proposte già presentate».
Secondo quanto riferito dall’assessore, le domande pervenute sono due e l’esito potrebbe arrivare entro la fine di giugno, una volta completati i passaggi con la commissione e con gli uffici coinvolti. «L’obiettivo è di restituire quello spazio alla città e far tornare i bambini a giocare, questo è il nostro interesse prioritario», dice Forzinetti.
Insomma, mentre il Comune punta a completare l’iter già avviato e i Carbocci attendono il nuovo pronunciamento del Tar, le giostre continuano a non funzionare e, dentro un parco tornato a riempirsi di famiglie, quell’angolo resta ancora sospeso: presente nella memoria di molti, ma assente nella vita quotidiana della città.
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