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Da 70 anni ora, labora (e cucina): Don Anselmo tra vocazione, ricette e ospitalità

Il monaco benedettino racconta settant'anni di vita all’interno dell’Abbazia di San Martino delle Scale: tra preghiera, teologia, birra artigianale e programmi tv

Silvia De Luca
Giornalista
  • 7 giugno 2026

Don Anselmo Lipari

C'è un posto, a dieci chilometri da Palermo dove il tempo sembra scorrere a un ritmo diverso. Si tratta dell’Abbazia di San Martino delle Scale, ed è lì che vive da quasi settant'anni Don Anselmo Lipari, monaco benedettino, teologo e docente universitario.

Aveva dodici anni quando, nel 1956, abbandona Alcamo, la sua città natale, e varca per la prima volta i cancelli dell'Abbazia di San Martino delle Scale, a dieci chilometri da Palermo. Lì Don Anselmo, vive, studia e approfondisce un qualcosa che dentro di sé sa di avere ma non riesce ancora a identificare. «Si poteva parlare di vocazione? No. Si poteva parlare di un orientamento, di un desiderio».

Monaco benedettino, teologo e docente universitario, Don Anselmo raggiunge la sua vocazione in età adulta. «La scelta è avvenuta in me a circa vent'anni, quindi con la responsabilità necessaria per affrontarla». Nel frattempo, il giovane Don Anselmo aveva già girato mezza Palermo (e non solo) per completare i suoi studi. Passa dai padri bocconi ai padri cappuccini e dopo il noviziato nel 1964, parte per Roma, per unirsi al Collegio Internazionale dei Benedettini di Sant'Anselmo.

Un luogo dotato di uno strettissimo legame con l’Abbazia siciliana: «Era stato costruito da un monaco di Palermo, della nostra Abbazia di San Martino, che poi è diventato arcivescovo e cardinale a Catania: Giuseppe Benedetto Dusmet, attualmente dichiarato Beato». A Roma si specializza in teologia morale all’Alfonsiano, «a pochi metri da Santa Maria Maggiore», e nel 1972 conseguì la laurea. L'anno dopo cominciò a insegnare. «Nel 1973 ho cominciato a insegnare all'Istituto Teologico di Palermo, teologia morale e teologia spirituale.

Nel 1981 l'Istituto è diventato Facoltà e io ho continuato a insegnare per ben cinquant'anni, completando il mio insegnamento nel 2023-2024». Cinquant'anni di cattedra. Un numero che stordisce. «Moltissimi sacerdoti, ma anche tantissimi laici e laiche sono stati miei alunni, e questo per me è sempre un motivo di rendere grazie al Signore, perché ho ricevuto questo dono dell'insegnamento e ho avuto modo di conoscere un mare di gente».

Quasi settant'anni dopo il suo primo arrivo in Abbazia, Don Anselmo è ancora lì e condivide le sue giornate con altri undici monaci, che formano un'unica comunità anche con i confratelli insediati a Nicolosi, alle pendici dell'Etna. Due monasteri a duecento chilometri di distanza, uniti da una sola regola: prega, lavora… e ogni tanto stappa una birra artigianale. Come ci racconta Don Anselmo, «in questi ultimi trent'anni, l'Abbazia di San Martino delle Scale ha prodotto due birre artigianali di particolare rilievo, che si apprestano a diventare tre: una birra scura di addirittura otto gradi, una bionda di sei gradi e fra qualche mese uscirà anche una nuova birra ambrata».

Un progetto nato grazie alla dedizione dei monaci che «hanno lavorato per tanti, tanti anni per riuscire a produrre una birra estremamente qualificata». La birra si chiama Ora Benedicta e «nel 2011, a una rassegna nazionale di birre artigianali tenutasi a Bergamo, ha vinto il primo premio».

Oggi l'Abbazia è diventata meta di pellegrinaggio anche per chi è appassionato di fermentazione. Ma la birra non è l’unico progetto che ha condotto il mondo esterno alla scoperta dell'Abbazia di San Martino delle Scale. A partire dal 2022, infatti, il Canale 33 si è arricchito di un progetto televisivo insolito: le Ricette del Convento. Il programma, curato da Don Salvatore, propone ricette solitamente legate, direttamente e indirettamente, a dei monasteri: «piatti semplici, realizzati con ingredienti di facile reperimento e sempre connessi con la tradizione siciliana».

Il programma ha avuto un successo tale da portare anche alla pubblicazione di due volumi di ricette, di cui proprio Don Anselmo ha curato la parte monastica, il contesto spirituale che che arricchisce i piatti. Il risultato ha sorpreso anche lui. «La gente ci dice, e questo mi commuove, che noi offriamo serenità e pace. Questo è qualcosa di grandioso che non avrei mai immaginato».

La ricetta, insomma, non è solo cibo. «È cultura, è stata spiritualità, è stata una mistica. Le semplici ricette non sono state altro che un mezzo per arrivare a qualcosa di molto importante: la gente ha riscoperto la bellezza della condivisione, dell'armonia, dello stare insieme all'interno di una famiglia». È proprio questa apertura verso l'esterno che ha spinto l'Abbazia, negli ultimi anni, ad accogliere sempre più visitatori. Una scelta che affonda le radici nella Regola stessa di San Benedetto: «Nell’ospite, la comunità monastica deve scorgere l’immagine stessa di Cristo».

Don Anselmo su questo punto si accende di un entusiasmo particolare. «Volesse il cielo che oggi questo messaggio potesse arrivare in tutte le case, non soltanto d'Italia, ma del mondo. Laddove l'ospitalità perde quota, anche l'umanità perde quota. Laddove gli ospiti non sono più accolti, anche la socialità va un in crisi».

Un monachesimo aperto, dunque, tutt'altro che chiuso in se stesso. «Il monachesimo non può essere considerato un hortus conclusus, una realtà chiusa. È una realtà viva che fa parte della Chiesa e che fa parte anche dell’intera società».
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