All'Abbazia di San Martino delle Scale rivive l'antico forno: la sua storia e come visitarlo
A guidare i visitatori, attraverso un articolato percorso, alla scoperta dei tanti tesori nascosti dell’abbazia, c’è Igor Gelarda, storico della Sicilia. L'intervista
L'Abbazia di San Martino delle Scale
È ormai celebre in tutta Italia perchè ospita il programma "Le ricette del convento", ma per i palermitani il monastero di San Martino delle Scale è da sempre uno dei luoghi del cuore. L’ imponente complesso religioso, che sorge tra dolci colline, circondato da un piccolo polmone di verde, è meta di ciclisti, escursionisti e appassionati di gite e picnic fuori porta.
Il complesso ha la struttura di un enorme quadrilatero, con due chiostri; la chiesa di pertinenza del monastero ospita opere di grande rilievo, come il coro ligneo intarsiato del XVI secolo, il grande organo a canne e diverse tele di Pietro Novelli, Filippo Paladini e Giuseppe Salerno detto lo Zoppo di Gangi.
Non sono mancati, in questo cenobio, personaggi di spicco, come il beato Giuseppe Benedetto Dusmet, monaco di San Martino e in seguito abate di San Nicola La Rena di Catania, poi arcivescovo della stessa città e cardinale, proclamato beato da Giovanni Paolo II nel 1988. «L’abbazia è un luogo di spiritualità, ma anche di cultura e arte.
Noi vogliamo che la gente conosca le bellezze dell’abbazia, e conosca la storia e la spiritualità benedettina che oggi più che mai è attuale e moderna. Esempio di equilibrio e di pace interiore- e non solo - in un mondo che ne ha tanto bisogno» ricorda don Riccardo Tumminello osb, che è il responsabile delle visite del complesso monastico. A guidare i visitatori, attraverso un articolato percorso, alla scoperta dei tanti tesori nascosti dell’abbazia, c’è Igor Gelarda, storico della Sicilia.
«San Martino delle Scale è una delle più grandi abbazie d’Italia, insieme a Montecassino - ci spiega Gelarda-. Secondo la tradizione il complesso monastico venne fondato dal Pontefice Gregorio Magno nel VI secolo, ma non è stato possibile rinvenire una documentazione storica attendibile. Si conserva invece ancora l’atto di fondazione del 1347, (redatto dalla cancelleria dell’arcivescovo di Monreale Don Emanuele Spinola) ad opera del Beato Angelo Sinisio.
È ragionevole ipotizzare dunque che fu Sinisio, monaco benedettino colto e illuminato, a edificare il monastero: impiantò inoltre nello stesso cenobio attività quali la coltivazione dei campi, la raccolta delle erbe per la cura delle malattie e uno scriptorium per la riproduzione dei codici. «Angelo Sinisio fu il primo abate di San Martino - prosegue Gelarda - venne eletto il 26 luglio 1352. Il suo ricordo rimase sempre vivo, sia tra i monaci che tra i fedeli. soprattutto per le sue opere di beneficenza».
Basta sfogliare i registri e i libri contabili del monastero, conservati presso l’Archivio di Stato di Palermo, per rendersi subito conto che era in passato un’istituzione molto ricca: possedeva case che dava a pigione, zolfare, feudi (feudo Barca, feudo Milocca, feudo di Falconeri, feudo San Martino e poi feudi in Borgetto, Partinico, Sagana, Montelepre, Cinisi, Alcamo, ecc.), il molino della Nocella e la tonnara dell’Ursa (con conseguente approvvigionamento di “tonnina”). Il monastero riceveva inoltre 24 botticelli di tonno salato dalle tonnare di San Giorgio e da quella di Solanto, 8 botticelli da quella di Bonagia, e due cantara di anguille dal biviere di Lentini. A metà dell’Ottocento i monaci avevano 2 cavalli nelle loro scuderie ed erano proprietari di "mandrie pecorine".
Da San Martino dipendeva la foresteria dello “Spirito Santo”, destinata ad accogliere con eleganza ospiti illustri. Dopo la soppressione delle corporazioni religiose i benedettini persero il loro patrimonio, comprese le opere d’arte, il museo di antichità e la ricchissima biblioteca, che venne smembrata e dispersa: i preziosissimi volumi vennero trasferiti in parte alla Biblioteca Nazionale di Palermo, in parte a quella di Casa Professa e il rimanente alle biblioteche di Monreale e Termini Imerese.
Ci racconta con amarezza Gelarda: «Nel 1866, insieme alle leggi eversive fu emesso un decreto, che individuava alcuni complessi monumentali di notevole interesse storico ed artistico, da salvare. Tra i monumenti c’erano: la Badia di Cava dei Tirreni, di Monte Cassino, la Certosa di Pavia, il Convento di Monreale, e l’Abbazia di San Martino delle Scale. In tal modo si evitava di smembrare il patrimonio dell’Abbazia; ma quando Michele Amari, arabista, senatore e più volte Ministro, chiese all’abate di poter consultare il Codice dell’Abate Vella, ricevendo un fermo rifiuto, si vendicò ottenendo nel 1869 la confisca dei beni e la dispersione della bellissima biblioteca settecentesca».
Oggi la comunità monastica di San Martino è prospera e operosa, vive secondo la regola di San Benedetto, alternando la preghiera e il lavoro, in base al carisma di ciascun monaco. Il laboratorio per il restauro del libro è attivo dagli anni ‘70. Grazie ad esso pergamene, incunaboli, libri rari e di pregio oltre che materiale archivistico provenienti da Enti pubblici o privati hanno ripreso a vivere. È stata ricostituita la biblioteca, che possiede più di 35.000 volumi, la maggior parte dei quali di recente acquisizione, ma dell’originario fondo antico rimane un cospicuo numero di opere a stampa e manoscritte. Il monastero produce una birra artigianale molto apprezzata, l’Hora Benedicta, in vendita nel negozio monastico, insieme a prodotti biologici preparati nelle abbazie (miele, biscotti, caramelle, tisane), la foresteria offre ospitalità per ritiri e momenti di preghiera.
Ogni secondo e quarto weekend del mese è possibile, su prenotazione, effettuare una visita del complesso. Chiediamo proprio a Gelarda quali ambienti del monastero sono inseriti nel percorso di visita: «Si possono ammirare - oltre alla fontana all’ingresso, opera dello scultore Ignazio Marabitti - il chiostro pensile di San Benedetto; il maestoso scalone progettato dall’architetto palermitano Venanzio Marvuglia; il refettorio monumentale; la farmacia monastica (restaurata, riassortita di maioliche e riaperta nel 2023); la Sala Capitolare e il suo museo con opere d’arte, oggetti liturgici del Settecento e il manoscritto in carta pecora del Trecento; il museo delle scarabattole o delle ceroplastiche, il salone dell’abbazia in stile pompeiano - che anche Goethe ebbe modo di visitare – e lo studio dell’abate. Inoltre sarà presto fruibile l’antico forno, il locale dove nel XVI secolo si produceva e cuoceva il pane per il consumo interno dell’abbazia».
Nell’archivio di San Martino delle Scale si conserva ancora il “Libro di frumenti, orzi e caci” del 1584, dove i monaci annotavano le spese dell’acquisto di grano, orzo e formaggio. «Sia la farmacia (aromataria) che la forneria (pistrinum) - prosegue Igor - vennero inaugurati nel 1541 dall’abate Pietro da Piacenza. Col passare del tempo però i monaci maturarono l’idea di spostare il forno per la produzione del pane e trasformarono il locale, adiacente alla farmacia, in laboratorio galenico.
Nell’ex pistrinum si riesce ancora oggi ad ammirare una parte dell’antico forno; sono esposti inoltre diversi oggetti della cultura alimentare monastica, come le formelle per plasmare la frutta martorana o gli stampi settecenteschi per realizzare delicate ostie per la messa. È inoltre presente un erbario, perché i monaci nei secoli passati raccoglievano diverse erbe curative, che poi mettevano a seccare, per produrre medicamenti galenici».
Si evince dalla lettura dei registri contabili però che già a metà del XIX secolo i benedettini acquistavano molti prodotti per la loro farmacia: ad esempio l’estratto di belladonna, la pomata anti gotta, il sale ammoniaco, l’olio di fegato di merluzzo, lo zucchero per fare lo sciroppo, il fior di persico, il fior di zolfo, lo sciroppo di ipersolfuro di ferro, la salsa pariglia, la fumaria, l’olio di ricino, lo sciroppo di althea e… tanto altro. Si trovano inoltre diverse note per pagamenti a Vincenzo Florio, ad esempio nel 1859 per l’acquisto di 16 rotoli di mandorle dolci, 1 rotolo di sale inglese, 1 libra di genzianella oppure nell’agosto del 1861 per 6 rotoli di mandorle dolci, 1 rotolo di corallina secca.
«L’antico forno sorgeva nel cosiddetto chiostro dei mestieri, dove vi erano diversi laboratori, per assicurare ai religiosi l’autonomia: il ciabattino (è presente in archivio un libro della calzoleria datato 1581-1611); il fabbro ferraio, il forno, la farmacia, ecc. Il recupero dell’antico forno, così come quello della farmacia, rappresentano un tassello importante del complesso mosaico della vita monastica benedettina, che stiamo cercando attraverso un lavoro comunitario di valorizzare. San Martino delle Scale e i suoi monaci hanno sempre avuto un ruolo molto importante nella storia della Sicilia», conclude Gelarda.
Ad esempio, aggiungiamo, forse in pochi sanno che durante la seconda guerra mondiale, tutta una serie di opere d’arte - da quelle custodie al Museo Salinas fino alla grande pala d’altare della Madonna del Rosario di Van Dyck - furono messe in salvo, in una località segreta, ritenuta molto sicura. Solo al termine del conflitto venne svelato che il luogo segreto era proprio il monastero di San Martino delle Scale!
L’antico forno del monastero viene inaugurato, nell’ambito della visita pomeridiana, domenica 12 aprile alle ore 16.00 dall’abate di San Martino delle Scale don Vittorio Rizzone. Saranno presenti anche Don Riccardo Tumminello e Igor Gelarda. Per info e prenotazioni: potete contattare su WhatsApp il 347 3187857 o 388 4499899, oppure inviate una email a visiteabbaziasanmartino@gmail.com.
Il complesso ha la struttura di un enorme quadrilatero, con due chiostri; la chiesa di pertinenza del monastero ospita opere di grande rilievo, come il coro ligneo intarsiato del XVI secolo, il grande organo a canne e diverse tele di Pietro Novelli, Filippo Paladini e Giuseppe Salerno detto lo Zoppo di Gangi.
Non sono mancati, in questo cenobio, personaggi di spicco, come il beato Giuseppe Benedetto Dusmet, monaco di San Martino e in seguito abate di San Nicola La Rena di Catania, poi arcivescovo della stessa città e cardinale, proclamato beato da Giovanni Paolo II nel 1988. «L’abbazia è un luogo di spiritualità, ma anche di cultura e arte.
Noi vogliamo che la gente conosca le bellezze dell’abbazia, e conosca la storia e la spiritualità benedettina che oggi più che mai è attuale e moderna. Esempio di equilibrio e di pace interiore- e non solo - in un mondo che ne ha tanto bisogno» ricorda don Riccardo Tumminello osb, che è il responsabile delle visite del complesso monastico. A guidare i visitatori, attraverso un articolato percorso, alla scoperta dei tanti tesori nascosti dell’abbazia, c’è Igor Gelarda, storico della Sicilia.
«San Martino delle Scale è una delle più grandi abbazie d’Italia, insieme a Montecassino - ci spiega Gelarda-. Secondo la tradizione il complesso monastico venne fondato dal Pontefice Gregorio Magno nel VI secolo, ma non è stato possibile rinvenire una documentazione storica attendibile. Si conserva invece ancora l’atto di fondazione del 1347, (redatto dalla cancelleria dell’arcivescovo di Monreale Don Emanuele Spinola) ad opera del Beato Angelo Sinisio.
È ragionevole ipotizzare dunque che fu Sinisio, monaco benedettino colto e illuminato, a edificare il monastero: impiantò inoltre nello stesso cenobio attività quali la coltivazione dei campi, la raccolta delle erbe per la cura delle malattie e uno scriptorium per la riproduzione dei codici. «Angelo Sinisio fu il primo abate di San Martino - prosegue Gelarda - venne eletto il 26 luglio 1352. Il suo ricordo rimase sempre vivo, sia tra i monaci che tra i fedeli. soprattutto per le sue opere di beneficenza».
Basta sfogliare i registri e i libri contabili del monastero, conservati presso l’Archivio di Stato di Palermo, per rendersi subito conto che era in passato un’istituzione molto ricca: possedeva case che dava a pigione, zolfare, feudi (feudo Barca, feudo Milocca, feudo di Falconeri, feudo San Martino e poi feudi in Borgetto, Partinico, Sagana, Montelepre, Cinisi, Alcamo, ecc.), il molino della Nocella e la tonnara dell’Ursa (con conseguente approvvigionamento di “tonnina”). Il monastero riceveva inoltre 24 botticelli di tonno salato dalle tonnare di San Giorgio e da quella di Solanto, 8 botticelli da quella di Bonagia, e due cantara di anguille dal biviere di Lentini. A metà dell’Ottocento i monaci avevano 2 cavalli nelle loro scuderie ed erano proprietari di "mandrie pecorine".
Da San Martino dipendeva la foresteria dello “Spirito Santo”, destinata ad accogliere con eleganza ospiti illustri. Dopo la soppressione delle corporazioni religiose i benedettini persero il loro patrimonio, comprese le opere d’arte, il museo di antichità e la ricchissima biblioteca, che venne smembrata e dispersa: i preziosissimi volumi vennero trasferiti in parte alla Biblioteca Nazionale di Palermo, in parte a quella di Casa Professa e il rimanente alle biblioteche di Monreale e Termini Imerese.
Ci racconta con amarezza Gelarda: «Nel 1866, insieme alle leggi eversive fu emesso un decreto, che individuava alcuni complessi monumentali di notevole interesse storico ed artistico, da salvare. Tra i monumenti c’erano: la Badia di Cava dei Tirreni, di Monte Cassino, la Certosa di Pavia, il Convento di Monreale, e l’Abbazia di San Martino delle Scale. In tal modo si evitava di smembrare il patrimonio dell’Abbazia; ma quando Michele Amari, arabista, senatore e più volte Ministro, chiese all’abate di poter consultare il Codice dell’Abate Vella, ricevendo un fermo rifiuto, si vendicò ottenendo nel 1869 la confisca dei beni e la dispersione della bellissima biblioteca settecentesca».
Oggi la comunità monastica di San Martino è prospera e operosa, vive secondo la regola di San Benedetto, alternando la preghiera e il lavoro, in base al carisma di ciascun monaco. Il laboratorio per il restauro del libro è attivo dagli anni ‘70. Grazie ad esso pergamene, incunaboli, libri rari e di pregio oltre che materiale archivistico provenienti da Enti pubblici o privati hanno ripreso a vivere. È stata ricostituita la biblioteca, che possiede più di 35.000 volumi, la maggior parte dei quali di recente acquisizione, ma dell’originario fondo antico rimane un cospicuo numero di opere a stampa e manoscritte. Il monastero produce una birra artigianale molto apprezzata, l’Hora Benedicta, in vendita nel negozio monastico, insieme a prodotti biologici preparati nelle abbazie (miele, biscotti, caramelle, tisane), la foresteria offre ospitalità per ritiri e momenti di preghiera.
Ogni secondo e quarto weekend del mese è possibile, su prenotazione, effettuare una visita del complesso. Chiediamo proprio a Gelarda quali ambienti del monastero sono inseriti nel percorso di visita: «Si possono ammirare - oltre alla fontana all’ingresso, opera dello scultore Ignazio Marabitti - il chiostro pensile di San Benedetto; il maestoso scalone progettato dall’architetto palermitano Venanzio Marvuglia; il refettorio monumentale; la farmacia monastica (restaurata, riassortita di maioliche e riaperta nel 2023); la Sala Capitolare e il suo museo con opere d’arte, oggetti liturgici del Settecento e il manoscritto in carta pecora del Trecento; il museo delle scarabattole o delle ceroplastiche, il salone dell’abbazia in stile pompeiano - che anche Goethe ebbe modo di visitare – e lo studio dell’abate. Inoltre sarà presto fruibile l’antico forno, il locale dove nel XVI secolo si produceva e cuoceva il pane per il consumo interno dell’abbazia».
Nell’archivio di San Martino delle Scale si conserva ancora il “Libro di frumenti, orzi e caci” del 1584, dove i monaci annotavano le spese dell’acquisto di grano, orzo e formaggio. «Sia la farmacia (aromataria) che la forneria (pistrinum) - prosegue Igor - vennero inaugurati nel 1541 dall’abate Pietro da Piacenza. Col passare del tempo però i monaci maturarono l’idea di spostare il forno per la produzione del pane e trasformarono il locale, adiacente alla farmacia, in laboratorio galenico.
Nell’ex pistrinum si riesce ancora oggi ad ammirare una parte dell’antico forno; sono esposti inoltre diversi oggetti della cultura alimentare monastica, come le formelle per plasmare la frutta martorana o gli stampi settecenteschi per realizzare delicate ostie per la messa. È inoltre presente un erbario, perché i monaci nei secoli passati raccoglievano diverse erbe curative, che poi mettevano a seccare, per produrre medicamenti galenici».
Si evince dalla lettura dei registri contabili però che già a metà del XIX secolo i benedettini acquistavano molti prodotti per la loro farmacia: ad esempio l’estratto di belladonna, la pomata anti gotta, il sale ammoniaco, l’olio di fegato di merluzzo, lo zucchero per fare lo sciroppo, il fior di persico, il fior di zolfo, lo sciroppo di ipersolfuro di ferro, la salsa pariglia, la fumaria, l’olio di ricino, lo sciroppo di althea e… tanto altro. Si trovano inoltre diverse note per pagamenti a Vincenzo Florio, ad esempio nel 1859 per l’acquisto di 16 rotoli di mandorle dolci, 1 rotolo di sale inglese, 1 libra di genzianella oppure nell’agosto del 1861 per 6 rotoli di mandorle dolci, 1 rotolo di corallina secca.
«L’antico forno sorgeva nel cosiddetto chiostro dei mestieri, dove vi erano diversi laboratori, per assicurare ai religiosi l’autonomia: il ciabattino (è presente in archivio un libro della calzoleria datato 1581-1611); il fabbro ferraio, il forno, la farmacia, ecc. Il recupero dell’antico forno, così come quello della farmacia, rappresentano un tassello importante del complesso mosaico della vita monastica benedettina, che stiamo cercando attraverso un lavoro comunitario di valorizzare. San Martino delle Scale e i suoi monaci hanno sempre avuto un ruolo molto importante nella storia della Sicilia», conclude Gelarda.
Ad esempio, aggiungiamo, forse in pochi sanno che durante la seconda guerra mondiale, tutta una serie di opere d’arte - da quelle custodie al Museo Salinas fino alla grande pala d’altare della Madonna del Rosario di Van Dyck - furono messe in salvo, in una località segreta, ritenuta molto sicura. Solo al termine del conflitto venne svelato che il luogo segreto era proprio il monastero di San Martino delle Scale!
L’antico forno del monastero viene inaugurato, nell’ambito della visita pomeridiana, domenica 12 aprile alle ore 16.00 dall’abate di San Martino delle Scale don Vittorio Rizzone. Saranno presenti anche Don Riccardo Tumminello e Igor Gelarda. Per info e prenotazioni: potete contattare su WhatsApp il 347 3187857 o 388 4499899, oppure inviate una email a visiteabbaziasanmartino@gmail.com.
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di Redazione










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