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Il caldo fa "seccare" pure la Santuzza: un team al lavoro per salvare le piante del Carro

A occuparsene sono i volontari di Metropolitree, che hanno preso in consegna le chiavi del carro, fermo davanti a Porta dei Greci, e avviato la manutenzione

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 30 luglio 2026

Il carro del Festino di Santa Rosalia

Il Festino è finito, la folla ha lasciato il Foro Italico e le luci intorno al carro si sono spente. Ma il giardino costruito ai piedi di Santa Rosalia è rimasto lì, esposto al caldo di luglio, con oltre centocinquanta piante che continuano ad avere bisogno di acqua, controlli e cure. Lecci, mirti, lentischi, olivastri, agrumi, cipressi, rose, gigli ed edere: un piccolo paesaggio mediterraneo nato per accompagnare la Santuzza lungo il Cassaro e destinato, adesso, a sopravvivere oltre la notte del 14 luglio.

A occuparsene saranno i volontari di Metropolitree, che dal 21 luglio hanno preso in consegna le chiavi del carro e avviato gli interventi di manutenzione. Più che un affidamento programmato prima del Festino, però, si è trattato di un intervento arrivato quando la manifestazione era già terminata e alcune piante avevano cominciato a mostrare i segni dello stress.

«Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno eravamo stati coinvolti come possibile soggetto che avrebbe potuto occuparsi della cura delle piante», racconta Dario Scalia, presidente dell’associazione. Dopo quel primo contatto, però, non era seguito alcun accordo e per diverse settimane Metropolitree non aveva ricevuto altre comunicazioni. Soltanto intorno al 20 luglio gli organizzatori del Festino hanno richiamato i volontari per chiedere il loro supporto.

A quel punto l’opera aveva già affrontato gli spostamenti, la sfilata e diversi giorni di permanenza all’aperto. Le piante erano sistemate all’interno di grandi fioriere, con una quantità limitata di terra e acqua, ed erano rimaste esposte alle temperature elevate delle ultime settimane. «Sapevamo che cinque giorni senza cure costanti, insieme allo stress del trasporto e dell’invaso, avrebbero potuto comprometterne alcune», spiega Scalia. «Abbiamo fatto un sopralluogo e ci siamo resi conto che, nel complesso, erano ancora recuperabili. Alcune, però, erano già secche».

Tra gli esemplari più danneggiati c’erano alcuni melograni, che i volontari hanno dovuto potare, e parte dell’edera che correva lungo le fiancate. La maggioranza delle piante, tuttavia, poteva ancora essere salvata. Così, il 21 luglio, Metropolitree ha ricevuto le chiavi della struttura e ha cominciato a verificare il funzionamento del sistema di irrigazione.

L’impianto è a ciclo chiuso ed è stato pensato per recuperare l’acqua distribuita in eccesso e rimetterla in circolo. Non è però del tutto autonomo: una batteria alimenta la pompa collocata dentro una cisterna, che deve contenere sempre una quantità d’acqua sufficiente. Se la batteria si scarica o il livello della cisterna scende troppo, l’irrigazione si interrompe.

Da qui il lavoro dei volontari, che devono verificare periodicamente la carica della batteria, riempire la cisterna, controllare le tubazioni e osservare lo stato di ogni pianta. «Il nostro compito è assicurarci che il sistema continui a funzionare, effettuare i rabbocchi e intervenire dove necessario», dice Scalia. Accanto all’impianto automatico, infatti, resta indispensabile una cura manuale, soprattutto per gli esemplari più fragili o già provati dal caldo.

Metropolitree continuerà a seguire il “giardino della Santuzza” anche dopo il 3 agosto, quando la struttura lascerà il Foro Italico e sarà trasferita, come ogni anno, in via Matteo Bonello, accanto alla Cattedrale. Lì potrebbe essere collegata direttamente alla corrente elettrica e alla rete idrica, evitando di dipendere dalla batteria e dai riempimenti periodici della cisterna. Una possibilità che dovrà essere verificata insieme ai responsabili e ai giardinieri della Cattedrale.

La manutenzione proseguirà almeno fino a ottobre o novembre. Poi, quando il carro avrà concluso definitivamente il proprio percorso, le piante potranno cominciare una seconda vita. È questa la condizione posta da Metropolitree al Comune: gli esemplari recuperati dovranno essere destinati ai progetti di riforestazione urbana portati avanti dall’associazione nei diversi quartieri di Palermo.

La richiesta, riferisce Scalia, ha ricevuto un riscontro positivo. Le piante che riusciranno a superare l’estate potranno così essere trasferite negli spazi pubblici della città, seguendo i progetti realizzati dall’associazione insieme alle reti di volontari e ai residenti. «Sarà una sorta di diffusione delle “reliquie” arboree della Santuzza per Palermo», dice il presidente di Metropolitree.

L’immagine, quindi, è quella di un Festino che non si esaurisce nella notte della processione e di un allestimento che non viene semplicemente smontato e dimenticato. Il giardino pensato per circondare Santa Rosalia potrebbe lasciare piccoli frammenti di sé nelle strade, nelle aiuole e negli spazi verdi della città. Non più soltanto elementi scenografici, ma alberi e arbusti destinati a crescere, a produrre ombra e a diventare parte dei luoghi in cui saranno messi a dimora.

Per Metropolitree l’impegno rappresenta un onore, ma anche una responsabilità. «Parliamo pur sempre del Carro di Santa Rosalia», sottolinea Scalia. Accanto al valore simbolico, però, c’è anche quello materiale delle piante acquistate per l’allestimento, che complessivamente rappresentano un patrimonio economico considerevole.

«Sarebbe stato davvero uno spreco lasciarle morire», aggiunge. «Poterci occupare di queste piante e poi impiegarle nei nostri progetti significa dare loro una seconda vita e, allo stesso tempo, sostenere concretamente le attività di riforestazione dell’associazione. Tutto sarà svolto, come sempre, nella massima trasparenza».

Ma la vicenda non riguarda soltanto la sopravvivenza delle piante. La nascita del “Team Santuzza”, formato da volontari che hanno scelto di mettere a disposizione tempo e competenze, diventa anche un modo per interrogarsi sul rapporto tra la città e ciò che le appartiene. «Non possiamo limitarci a indignarci davanti all’incuria o ai danneggiamenti», osserva Scalia. «Dovremmo anche chiederci quale contributo possa dare ciascuno di noi alla tutela del bene comune».

Questo non significa sostituirsi alle istituzioni, che restano chiamate a svolgere compiti e doveri precisi, ma riconoscere che la cura della città non può essere sempre considerata responsabilità di qualcun altro. Il futuro di questo piccolo patrimonio vegetale nasce anche da questa consapevolezza: impedire che ciò che è stato creato per pochi giorni diventi uno spreco e trasformarlo, invece, in una risorsa concreta per Palermo.
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