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Il suo nome lo deve a una bimba scomparsa: la "Spirduta", un (antico) quartiere siciliano

Un tempo punto d’incontro degli abitanti della zona, deve il suo nome a una piccola bambina dall’aspetto angelico con gli occhi azzurri e capelli color oro. La sua storia

Francesca Garofalo
Giornalista pubblicista e copywriter
  • 20 agosto 2023

Il quartiere "la Spirduta"

Le prime luci dell’alba si riflettono sull’isola di Ortigia, terra di Apollo e Artemide, e tra i suoi vicoli spira un leggero vento che raggiunge tutti gli angoli, compresi quelli meno noti agli habitué. Uno di questi è la Spirduta.

Antico quartiere medievale raggiungibile da via dei Mergulensi, un tempo punto d’incontro degli ortigiani, che confinava con i quartieri Bottai, Graziella, Mastrarua e Maestranza.

Il nome Spirduta - dal siciliano “che si è perduta” - probabilmente indicava una zona distante dal centro urbano, in passato abitata da commercianti e pescatori; anche se, gli amanti delle leggende lo collegano alla storia di una bambina che, proprio in quel quartiere, si è persa.

Facciamo un salto temporale a secoli addietro, quando la città di Siracusa vive un periodo florido di intensi scambi commerciali e contatti con i visitatori provenienti da vari angoli della terra, tra cui Malta.

Dall’arcipelago del Mediterraneo, un bastimento con alcuni passeggeri fa tappa nell’isola di Ortigia; a bordo ci sono una coppia di sposi e una bambina di circa 6 anni dall’aspetto angelico: occhi azzurri e capelli color oro.
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La famiglia, con la comitiva di amici e parenti, approdati sull’isola esplorano le sua bellezze: dalla Marina, alla fonte Aretusa con i suoi papiri rigogliosi, fino al Duomo.

Il percorso è ricco di meraviglie e la bambina, tra una giravolta e l’altra, segue la comitiva e la famiglia lungo il percorso che prevede la sosta in una trattoria e a Palazzo Montalto, la suggestiva costruzione nobiliare con bifore e trifore.

I genitori, sicuri di avere la piccola sempre accanto o vicino agli amici, godono dei dettagli architettonici del palazzo e proseguono il cammino verso via dei Tintori, un tempo abitata dagli ebrei, maestri tintori del colore.

Terminata la gita gli sposi, consapevoli di avere la bambina nel proprio gruppo, salgono a bordo della nave per tornare a casa. Ma accade l’impensabile: la piccola non è a bordo; amici e parenti non l’hanno vista.

Nel frattempo, la nave salpa a vele spiegate; a nulla valgono le richieste del padre di fermare l’imbarcazione e il malore improvviso della madre. Il capitano, irremovibile, procede verso la rotta promettendo ai genitori che arrivati a destinazione, avrebbero preso un’altra imbarcazione per tornare nella città di Archimede.

Tuttavia, né il comandante, né gli altri passeggeri toccheranno la riva; irrompe una violenta tempesta con raffiche di vento che abbattono l’albero maestro. Dopo aver imbarcato acqua, la nave viene inghiottita per sempre negli abissi.

A Ortigia, nel frattempo, la bambina sperduta in uno dei suoi dedali chiama a gran voce genitori e parenti; ma tutto tace. Fino a quando irrompe la divina provvidenza: una donna anziana insieme alla figlia di nome Cuncittina (moglie di un pescatore e senza figli), accorrono alle grida disperate della bambina.

Dopo averla consolata e rifocillata, le donne attendono pazientemente il ritorno dei genitori o di qualche parente. Ma la tragedia della barca, nella quale si pensava avesse perso la vita pure la bimba, frena le ricerche da Malta.

I giorni passano tra i vicoli e i ronchi di Ortigia e Cuncittina, vede nella piccola un dono del cielo, tanto da volerla adottare.
Il marito della donna, abile pescatore sempre in viaggio verso Malta, scopre la tragedia dell’imbarcazione e decide di non raccontare a nessuno la storia della bimba ancora viva; forse, per il desiderio di figli mai arrivati.

Da quel momento, per tutti, la bambina angelo diventa 'a Spirduta testimone di bellezza che nella sfortuna della perdita ha trovato la fortuna di una nuova vita, proprio in quel quartiere che oggi porta il suo nome.
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