La leggenda dei "litiganti ignudi" di Palermo: la storia delle 2 statue di piazza Bellini
C'erano una volta due fratelli, entrambi baroni, possenti e ricchi. Per la differenza di un limite di un fondo di terreno, si fecero causa fino a finire in miseria. La storia
Le statue dei due fratelli litiganti ignudi (ricostruzione con Ai, tratta dal viaggio di Jean Houel)
Un tempo il Palazzo delle Aquile, o palazzo Pretorio o Palazzo Senatorio che dir si voglia, presentava l'ingresso principale sul lato opposto, con affaccio sulla odierna piazza Bellini. Ai lati di un portale marmoreo, del quale purtroppo nulla ci è rimasto, erano collocate due statue di marmo antichissime.
Gli storici più antichi le facevano risalire ad epoca ellenistica per la loro nudità, per la corona di alloro che gli cingeva il capo e per il globo o palla che ognuna reggeva sul palmo della mano. Per tali caratteristiche alcuni studiosi videro in esse due imperatori romani tra cui Claudio, anche in virtù del ritrovamento di una base marmorea con l'iscrizione latina "divo Claudio" sulla quale si pensa fosse collocata una delle due statue e inoltre anche per via di una netta somiglianza tra il volto di questa e quello di un'antica moneta che raffigurava l'imperatore; altri invece identificarono nell'altra statua Antinoo, l'arrogante pretendente di Penelope, o un semplice efebo, o la dea della giustizia Nemesi. Insomma, chi più ne ha, più ne metta.
Attualmente una delle due statue, quella dell'Antinoo, si trova nei piani superiori del Palazzo delle Aquile, in una stanza proprio a lei intitolata; il torso dell'altra (solo questo purtroppo ci rimane) versa in pietose condizioni nel giardino di Villa Giulia, quando invece meriterebbe migliore sorte. Detto ciò, come premesso, vi racconterò la leggenda che aleggiava fino al secolo passato su queste statue.
C'erano una volta due fratelli, entrambi baroni, possenti e ricchi, tanto che le monete d'oro da loro possedute le ammonticchiavano a palate dentro dei magazzini. Successe che per la differenza di un limite di un fondo di terreno, cioè un confine, finirono per litigare fino a farsi causa. Avvocati, patrocinanti, giudici, cancellieri, uscieri, periti, Gran Corte, insomma la causa si imbrogliò in tal maniera che non vi fu modo di porvi fine.
Si sa come vanno queste cose: “gli avvocati pungono e danno speranza”; i litiganti prestavano loro fede e si oltraggiavano a vicenda, così che la causa durò per molto tempo e si spesero per essa molti quattrini. Passarono anni ed anni e la causa dei due fratelli pendeva sempre. Dice il motto: causa che sempre pende, nudo ti rende! E così infatti accadde. I due fratelli, a poco a poco, dettero fondo a tutta quella gran quantità di monete d'oro che avevano conservata.
Poi, si impegnarono le rendite e i possedimenti, infine si vendettero ogni cosa per portare avanti questa causa e averla vinta. Ma il fatto fu che la lite non ebbe mai fine e i due fratelli si ridussero sul lastrico e finirono in un fondaco per la carità di qualcuno poiché non avevano più denari neanche per pagarsi un alloggio. Quando ebbero le camicie talmente malconce da cadergli a pezzi e si videro nudi e crudi, mangiati perfino dai pidocchi, si misero a domandare l'elemosina dietro la porta della chiesa madre dove, per combinazione, si incontrarono.
Quando si videro, si abbracciarono piangendo e si ravvidero del male che si erano fatti. Dopo diversi anni di questa vita da mendicanti, una mattina di un rigido inverno furono trovati morti nel sagrato della cattedrale. Allora, i magistrati del Comune li fecero seppellire e, per dare un esempio ai cittadini di quanto danno portano le cause legali, ordinarono che venissero scolpite due statue di marmo “ignude”, così come erano questi due fratelli impudenti quando morirono.
Quando queste due statue furono pronte vennero collocate davanti alla Corte del Pretore, proprio dove si rendeva giustizia. Si trovavano ancora lì, come monito, sino 1762, (poi collocate all'interno del palazzo), sicché quando qualcuno avesse avuto intenzione di intentare causa, vedendole, sapeva a cosa poteva andare incontro. Da questa storia nacque il detto ancora noto nel secolo passato: “Cu acchiana 'ntribunali a fari liti/ scinni a la nuda comu li du frati”.
Sarà forse per questa storia leggendaria che nel cornicione di uno degli ingressi del Palazzo delle Aquile, proprio quello che si affaccia sulla Discesa dei giudici, sta scritto PAX HUIC DOMUI, “pace a questa casa”? Di sicuro di storie simile nella nostra terra ve ne sono state e ve ne sono ancora tante, ma a me, quando ne sento una, viene sempre in mente quanto disse il nostro Pino Caruso nel film La matassa di Ficarra e Picone: «È sempre così, quando si litiga, ognuno crede di avere ragione, e le ragioni di ognuno sono come fili che col tempo si ingarbugliano e diventano un'unica matassa. Il mondo è pieno di matasse, ogni famiglia ha la propria, più o meno ingarbugliata [...] Perdiamo anni a cercare di sbrogliare le matasse e a nessuno viene in mente la cosa pi semplice: tagliare i fili, buttare via la matassa”.
In ogni caso, per dare un lieto fine a questa storia, non sarebbe una giusta conclusione da parte della nostra amministrazione, e, ovviamente, attraverso la mediazione della Sovrintendenza, se si potessero riavvicinare questi due fratelli, cioè queste due statue, magari all'interno del museo Archeologico Regionale “Antonio Salinas”?
D'altronde se “non possiamo cavare il sangue dalle pietre”, potremmo almeno “farle parlare”. (per approfondimenti storici sulle due statue confronta Del Palermo restaurato di Vincenzo Di Giovanni Libro II, in Biblioteca storica e letteraria a cura di Gioacchino Di Marzo; Le antiche iscrizioni di Palermo di Gabriele Lancillotto Castello; Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari; Archivio per lo studio delle tradizioni popolari di Giuseppe Pitré e Salomone Marino; Palermo Felicissima di Nino Basile V. III; Il palazzo delle Aquile di Pietro Gulotta)
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