Dicevano "La ferra 'nsigna littri, nomi e verbi": la scuola in Sicilia (di ieri e di oggi)
Manca poco al suono della campanella, quando si torna sui banchi per studiare, imparare e formarsi. Una scuola che oggi cerca di essere al passo con i tempi
Banchi di scuola
Manca poco al suono della campanella, quando si tornerà sui banchi di scuola per studiare, imparare e formarsi. Una scuola che oggi cerca di essere al passo con i tempi. Dove l’empatia e la capacità di ascolto sono alla base della didattica. E dove ogni insegnante deve "guardarsi bene" anche solo dallo sgridare un alunno o fargli una nota disciplinare.
Ma oggi vogliamo ricordare ciò che accadeva un tempo nelle scuole, siciliane soprattutto e non solo. Quando c’erano dei metodi, per nulla “montessoriani” alla base della disciplina e del rispetto delle regole. "La ferra ’nsigna littri, nomi e verbi": questo è un proverbio siciliano che tradotto direbbe così “la bacchetta ti insegna le lettere, i nomi e i verbi”.
A rispolverare questo gioiello della memoria ci ha pensato Nello Blancato, uno studioso di tradizioni popolari, che in molti suoi scritti ha parlato di questa antica usanza, cercando anche di raccontarne la sua storia e le sue origini, e ricordandoci un’epoca in cui la punteggiatura non si imparava con la filastrocca, ma con la minaccia. Un tempo, infatti, la bacchetta sulla cattedra non era un suppellettile, era il vero “co-docente”.
Altro che corsi di aggiornamento e "problem solving": per gestire la classe al maestro bastava poco, un colpo secco sul banco per far calare il silenzio. Sbagliavi un congiuntivo? Bacchettata. Confondevi un nome proprio con un nome comune? Altra bacchettata. La grammatica entrava in testa per direttissima, spinta da una motivazione fortissima: la sopravvivenza fisica.
La "ferra" era come una sorta di tutor personale, garantendo che le declinazioni venissero imparate a memoria. Per non parlare poi delle tabelline. E i genitori in tutto questo che ruolo avevano? Oggi, come detto, se un insegnante alza la voce, si rischia il ricorso al TAR con tanto di comitato di protesta e articoli sui giornali. Un tempo se tornavi a casa dicendo che il maestro ti aveva dato una bacchettata, la risposta dei genitori era: “Ti sta bene! Sicuramente ne volevi altre due”. "Un’alleanza" dunque tra scuola e famiglia che, ormai, non esiste più.
La riflessione di Blancato non è certo un invito a reinserire le punizioni corporali nel Piano dell’offerta formativa. È solo una rievocazione del passato, un intenso studio che fa risalire quest’antica usanza al tempo dei romani. “I severi maestri elementari dell’antica Roma tenevano sempre a portata di mano una bacchetta di ferula appositamente per le punizioni corporali – racconta lo studioso Blancato -. Era una prassi batterla sulle mani e sulle gambe dei piccoli scolari per porre rimedio alla disobbedienza e all'indisciplina.
Se non si portavano a termine i compiti o si avevano voti bassi, fioccavano soprattutto le punizioni corporali. Castighi che venivano inflitti in base alla gravità delle mancanze commesse dagli scolari: più gravi le mancanze, più gravi le punizioni. “Gli stessi genitori nel raccomandare i loro figli ai maestri li pregavano di non risparmiargli le punizioni corporali – spiega ancora lo studioso -; l'opinione ricorrente era che "i ragazzi sono fatti come gli asini: picchiateli e vanno; non picchiateli e non vanno”.
La ricostruzione di Blancato non vuole essere una nostalgica celebrazione di un metodo punitivo, oggi fortunatamente superato. Bensì una riflessione storica e antropologica su come sia cambiato il concetto di educazione e di autorità. Se da un lato quelle bacchettate hanno lasciato ricordi amari in chi le ha subite, dall’altro raccontano di un’Italia e una Sicilia in cui il maestro era una figura sacra, temuta e rispettata anche dalle famiglie, le quali spesso stringevano un “patto d’acciaio” con la scuola, avallando la severità dell’insegnante.
Oggi la scuola è decisamente più empatica e i ragazzi di oggi, senza la “ferra” a fare da tutor, sanno ancora, il più delle volte, coniugare correttamente il congiuntivo.
La scuola è cambiata
Perché la scuola è cambiata, non ci sono più gli alunni di una volta, e purtroppo ( o per fortuna) neanche gli insegnanti. Se prima il rigore e la disciplina erano alla base di ogni lezione e stare in classe rispettando le regole era alla base del successo scolastico, oggi molto è cambiato. Se un insegnante sgrida un alunno, rischia non solo di beccarsi una reazione da parte di quest'ultimo, ma persino da parte dei genitori, che invece di interrogarsi su ciò che è accaduto, magari rimproverando il proprio figlio, sono pronti a puntare il dito contro l’insegnante e persino ad aggredirlo fisicamente. E i tanti fatti di cronaca italiani purtroppo ne sono testimonianza.Ma oggi vogliamo ricordare ciò che accadeva un tempo nelle scuole, siciliane soprattutto e non solo. Quando c’erano dei metodi, per nulla “montessoriani” alla base della disciplina e del rispetto delle regole. "La ferra ’nsigna littri, nomi e verbi": questo è un proverbio siciliano che tradotto direbbe così “la bacchetta ti insegna le lettere, i nomi e i verbi”.
Un proverbio originale
Un proverbio originale, che racchiude una strategia didattica d’altri tempi decisamente semplice: niente mappe concettuali, niente schede interattive, solo del rigidissimo legno di ulivo applicato con precisione chirurgica sulle palme delle mani. E allora via a nocche rosse quasi tutti i giorni per alcuni, con quell’arnese usato dai maestri di scuola, non solo se non imparavi la lezione, ma anche se commettevi errori.A rispolverare questo gioiello della memoria ci ha pensato Nello Blancato, uno studioso di tradizioni popolari, che in molti suoi scritti ha parlato di questa antica usanza, cercando anche di raccontarne la sua storia e le sue origini, e ricordandoci un’epoca in cui la punteggiatura non si imparava con la filastrocca, ma con la minaccia. Un tempo, infatti, la bacchetta sulla cattedra non era un suppellettile, era il vero “co-docente”.
Altro che corsi di aggiornamento e "problem solving": per gestire la classe al maestro bastava poco, un colpo secco sul banco per far calare il silenzio. Sbagliavi un congiuntivo? Bacchettata. Confondevi un nome proprio con un nome comune? Altra bacchettata. La grammatica entrava in testa per direttissima, spinta da una motivazione fortissima: la sopravvivenza fisica.
La "ferra" era come una sorta di tutor personale, garantendo che le declinazioni venissero imparate a memoria. Per non parlare poi delle tabelline. E i genitori in tutto questo che ruolo avevano? Oggi, come detto, se un insegnante alza la voce, si rischia il ricorso al TAR con tanto di comitato di protesta e articoli sui giornali. Un tempo se tornavi a casa dicendo che il maestro ti aveva dato una bacchettata, la risposta dei genitori era: “Ti sta bene! Sicuramente ne volevi altre due”. "Un’alleanza" dunque tra scuola e famiglia che, ormai, non esiste più.
La riflessione di Blancato non è certo un invito a reinserire le punizioni corporali nel Piano dell’offerta formativa. È solo una rievocazione del passato, un intenso studio che fa risalire quest’antica usanza al tempo dei romani. “I severi maestri elementari dell’antica Roma tenevano sempre a portata di mano una bacchetta di ferula appositamente per le punizioni corporali – racconta lo studioso Blancato -. Era una prassi batterla sulle mani e sulle gambe dei piccoli scolari per porre rimedio alla disobbedienza e all'indisciplina.
La pedagogia del bastone
Tale "pedagogia del bastone", risalente al tempo delle guerre puniche, si è perpetuata fino ai primi decenni del secolo appena trascorso e in alcuni casi anche a ridosso degli ultimi. Tra quelli che ci leggono sicuramente ci sarà qualcuno che si ricorda ancora del suo maestro soprattutto perché, spesso e volentieri metteva in pratica questo arcaico ma convincente "metodo educativo". Le scuole di un tempo erano molto selettive: premi per i più bravi, ma soprattutto castighi per i negligenti e gli indisciplinati.Se non si portavano a termine i compiti o si avevano voti bassi, fioccavano soprattutto le punizioni corporali. Castighi che venivano inflitti in base alla gravità delle mancanze commesse dagli scolari: più gravi le mancanze, più gravi le punizioni. “Gli stessi genitori nel raccomandare i loro figli ai maestri li pregavano di non risparmiargli le punizioni corporali – spiega ancora lo studioso -; l'opinione ricorrente era che "i ragazzi sono fatti come gli asini: picchiateli e vanno; non picchiateli e non vanno”.
La ricostruzione di Blancato non vuole essere una nostalgica celebrazione di un metodo punitivo, oggi fortunatamente superato. Bensì una riflessione storica e antropologica su come sia cambiato il concetto di educazione e di autorità. Se da un lato quelle bacchettate hanno lasciato ricordi amari in chi le ha subite, dall’altro raccontano di un’Italia e una Sicilia in cui il maestro era una figura sacra, temuta e rispettata anche dalle famiglie, le quali spesso stringevano un “patto d’acciaio” con la scuola, avallando la severità dell’insegnante.
Oggi la scuola è decisamente più empatica e i ragazzi di oggi, senza la “ferra” a fare da tutor, sanno ancora, il più delle volte, coniugare correttamente il congiuntivo.
|
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
Sui canali social
|























