Da allora Palermo non fu più la stessa: 100 anni fa la città cambiò volto per sempre
Il 1927 fu un anno di grande trasformazione per la città, con palazzi, teatri e bellezze che possiamo ammirare ancora adesso: allora Palermo cambiò (in meglio)
Teatro Massimo
Se esistesse una DeLorean parcheggiata in via Maqueda, basterebbe salire a bordo, impostare l’anno 1927 e premere l’acceleratore. Non servirebbero grandi effetti speciali: Palermo, da sola, sarebbe capace di lasciare senza parole. Non troveremmo ancora la città che conosciamo oggi, ma nemmeno quella ottocentesca. Tra palazzi, teatri, circoli, automobili, nuove costruzioni, concerti, cinema e avanguardie artistiche, Palermo stava attraversando una stagione di trasformazione. Una città che non nasceva allora alla modernità, ma che nel 1927 sembrava voler cambiare velocemente pelle.
È questo il viaggio che vale la pena fare a ritroso di quasi un secolo: non per cercare una Palermo immobile nelle fotografie d'epoca, ma per capire come quella città abbia cominciato a costruire alcuni dei luoghi, dei linguaggi e delle abitudini che ancora oggi riconosciamo come suoi.
Il centro storico rimaneva il cuore della vita cittadina, ma verso nord prendeva forma un'altra idea di Palermo. La crescita urbana guardava sempre più verso la via Libertà e oltre, verso zone che sarebbero diventate protagoniste della città del Novecento. Proprio nel 1927 venne progettato da Giovan Battista Santangelo e Luigi Epifanio il futuro quartiere Littorio, concepito secondo il modello della città-giardino e destinato a essere realizzato negli anni successivi.
La trasformazione non riguardava soltanto i palazzi. Cambiava il modo di abitare, di spostarsi, di trascorrere il tempo libero. Palermo cominciava a vivere una dimensione più moderna, nella quale il vecchio e il nuovo convivevano, spesso senza neppure accorgersi di essere già entrati in un'altra epoca.
Non era un episodio isolato. Pippo Rizzo aveva trasformato la propria Casa d'Arte di via Vincenzo da Pavia in un laboratorio nel quale pittura, arredamento, ceramica, tessuti, scenografia e decorazione dialogavano tra loro. Si progettavano costumi, oggetti, carri per il Carnevale, si organizzavano incontri e discussioni. La città poteva perfino assistere a dibattiti tanto accesi da provocare fischi e lanci di oggetti. (repository.comune.palermo.it)
Il catalogo della mostra futurista del 1927 lo dichiarava con orgoglio: Palermo, finalmente, entrava nel numero delle città moderne. (archiviopipporizzo.it)
C'è un dettaglio che rende tutto ancora più affascinante. In quello stesso 1927, nella casa-studio di Rizzo, muoveva i primi passi un giovane destinato a diventare uno dei più importanti artisti italiani del Novecento: Renato Guttuso. (Treccani)
Teatro Massimo e Politeama erano già due luoghi fondamentali della vita cittadina e attorno a loro si muoveva una società abituata a incontrarsi attraverso lo spettacolo. L'Associazione Siciliana Amici della Musica, nata nel 1925, aveva appena iniziato il proprio lungo viaggio e nel tempo sarebbe diventata una delle istituzioni concertistiche più longeve d'Italia. (amicidellamusicapalermo.net)
Non bisogna quindi immaginare il 1927 come una città che scopre improvvisamente la cultura. Al contrario: Palermo aveva una tradizione musicale e teatrale consolidata, ma proprio in quegli anni questa tradizione si mescolava con forme nuove di intrattenimento.
Il teatro colto conviveva con il varietà, la musica sinfonica con gli spettacoli popolari, le grandi sale con i nuovi luoghi dedicati al cinema.
Era una città che imparava a divertirsi in modi diversi.
La pellicola introduceva una possibilità che nessun teatro poteva offrire allo stesso modo: portare sullo schermo mondi lontani, città sconosciute, personaggi irraggiungibili. Il pubblico poteva sedersi in una sala palermitana e, per qualche ora, viaggiare altrove.
È curioso pensare che proprio il cinema, quasi un secolo dopo, sarebbe diventato il nostro modo più naturale di viaggiare nel tempo.
Ed eccoci allora alla nostra DeLorean.
Ma questa non era soltanto una città di artisti Dietro le mostre, i concerti e i teatri c'era una Palermo molto più complessa.
C'erano le cooperative, le società operaie, il mutuo soccorso, il problema delle abitazioni, il lavoro e una popolazione che cresceva insieme alla città. La modernizzazione non era uguale per tutti e dietro le nuove strade e i nuovi edifici rimanevano povertà e disuguaglianze.
La domanda della casa, in particolare, era già centrale. Le cooperative edilizie rappresentavano una delle risposte possibili, anche se non sempre riuscivano a soddisfare proprio quelle fasce popolari che avrebbero avuto maggiore bisogno di abitazioni accessibili.
È qui che la fotografia del 1927 diventa più vera: Palermo non era soltanto salotti, arte e grandi spettacoli. Era anche una città che cercava soluzioni ai problemi di una società in trasformazione.
È la grande contraddizione di quegli anni: mentre Palermo sperimentava nuovi linguaggi, nuove forme artistiche e nuovi modi di vivere la città, il Paese diventava progressivamente meno libero.
Il Futurismo, inoltre, era profondamente intrecciato al fascismo e alla sua celebrazione della modernità, della velocità, della macchina e della trasformazione. La mostra palermitana del 1927 va quindi letta anche dentro quel preciso contesto storico.
Ed è proprio questa complessità a rendere il viaggio nel passato interessante: non dobbiamo trasformare il 1927 in una cartolina.
E soprattutto è rimasta quella stessa capacità, forse ostinata, di Palermo di produrre cultura.
Sono cambiati i linguaggi, le tecnologie, i luoghi e il pubblico. Ma la città continua a cercare il proprio futuro attraverso l'arte, la musica, il teatro, l'architettura, il cinema e le persone che scelgono di creare.
Forse è proprio questo il senso del nostro viaggio nel 1927. Non siamo tornati semplicemente al passato. Siamo andati a cercare l'origine di alcune delle cose che ancora oggi fanno Palermo.
Perché 100 anni non cancellano una città: ne stratificano la memoria. E quando si guarda Palermo oggi, sotto i palazzi, dietro le facciate, dentro i teatri e lungo le strade, ogni tanto sembra ancora possibile intravedere quella città del 1927 che correva verso la modernità senza sapere ancora dove l'avrebbe portata.
La DeLorean, a questo punto, può tornare al presente. Ma Palermo, per fortuna, è rimasta lì: in parte cambiata, in parte perduta, in parte ancora incredibilmente uguale a se stessa.
È questo il viaggio che vale la pena fare a ritroso di quasi un secolo: non per cercare una Palermo immobile nelle fotografie d'epoca, ma per capire come quella città abbia cominciato a costruire alcuni dei luoghi, dei linguaggi e delle abitudini che ancora oggi riconosciamo come suoi.
Una città che si allarga
Nel 1927 Palermo aveva già alle spalle la grande stagione del Liberty e il segno lasciato da Ernesto Basile, dai Florio e dalla straordinaria stagione culturale di inizio Novecento. La città, però, continuava ad allargarsi e a immaginare nuovi spazi.Il centro storico rimaneva il cuore della vita cittadina, ma verso nord prendeva forma un'altra idea di Palermo. La crescita urbana guardava sempre più verso la via Libertà e oltre, verso zone che sarebbero diventate protagoniste della città del Novecento. Proprio nel 1927 venne progettato da Giovan Battista Santangelo e Luigi Epifanio il futuro quartiere Littorio, concepito secondo il modello della città-giardino e destinato a essere realizzato negli anni successivi.
La trasformazione non riguardava soltanto i palazzi. Cambiava il modo di abitare, di spostarsi, di trascorrere il tempo libero. Palermo cominciava a vivere una dimensione più moderna, nella quale il vecchio e il nuovo convivevano, spesso senza neppure accorgersi di essere già entrati in un'altra epoca.
Poi arrivò il Futurismo
Se vogliamo trovare una fotografia simbolica della Palermo del 1927, possiamo fermarci davanti a una mostra. Nel giugno di quell'anno il circolo culturale “Il Convegno” ospitò la grande Mostra d'Arte Futurista Nazionale organizzata da Pippo Rizzo. A inaugurarla arrivò Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del Futurismo, e Palermo si ritrovò improvvisamente dentro una delle avanguardie artistiche più radicali del Novecento. (repository.comune.palermo.it)Non era un episodio isolato. Pippo Rizzo aveva trasformato la propria Casa d'Arte di via Vincenzo da Pavia in un laboratorio nel quale pittura, arredamento, ceramica, tessuti, scenografia e decorazione dialogavano tra loro. Si progettavano costumi, oggetti, carri per il Carnevale, si organizzavano incontri e discussioni. La città poteva perfino assistere a dibattiti tanto accesi da provocare fischi e lanci di oggetti. (repository.comune.palermo.it)
Il catalogo della mostra futurista del 1927 lo dichiarava con orgoglio: Palermo, finalmente, entrava nel numero delle città moderne. (archiviopipporizzo.it)
C'è un dettaglio che rende tutto ancora più affascinante. In quello stesso 1927, nella casa-studio di Rizzo, muoveva i primi passi un giovane destinato a diventare uno dei più importanti artisti italiani del Novecento: Renato Guttuso. (Treccani)
La città che ascolta
La modernità palermitana passava anche dalla musica.Teatro Massimo e Politeama erano già due luoghi fondamentali della vita cittadina e attorno a loro si muoveva una società abituata a incontrarsi attraverso lo spettacolo. L'Associazione Siciliana Amici della Musica, nata nel 1925, aveva appena iniziato il proprio lungo viaggio e nel tempo sarebbe diventata una delle istituzioni concertistiche più longeve d'Italia. (amicidellamusicapalermo.net)
Non bisogna quindi immaginare il 1927 come una città che scopre improvvisamente la cultura. Al contrario: Palermo aveva una tradizione musicale e teatrale consolidata, ma proprio in quegli anni questa tradizione si mescolava con forme nuove di intrattenimento.
Il teatro colto conviveva con il varietà, la musica sinfonica con gli spettacoli popolari, le grandi sale con i nuovi luoghi dedicati al cinema.
Era una città che imparava a divertirsi in modi diversi.
Il cinema, la nuova macchina dei sogni
Il cinema aveva già conquistato Palermo e il Cinema Massimo, inaugurato pochi anni prima, era diventato uno dei simboli di questa nuova forma di spettacolo.La pellicola introduceva una possibilità che nessun teatro poteva offrire allo stesso modo: portare sullo schermo mondi lontani, città sconosciute, personaggi irraggiungibili. Il pubblico poteva sedersi in una sala palermitana e, per qualche ora, viaggiare altrove.
È curioso pensare che proprio il cinema, quasi un secolo dopo, sarebbe diventato il nostro modo più naturale di viaggiare nel tempo.
Ed eccoci allora alla nostra DeLorean.
Ma questa non era soltanto una città di artisti Dietro le mostre, i concerti e i teatri c'era una Palermo molto più complessa.
C'erano le cooperative, le società operaie, il mutuo soccorso, il problema delle abitazioni, il lavoro e una popolazione che cresceva insieme alla città. La modernizzazione non era uguale per tutti e dietro le nuove strade e i nuovi edifici rimanevano povertà e disuguaglianze.
La domanda della casa, in particolare, era già centrale. Le cooperative edilizie rappresentavano una delle risposte possibili, anche se non sempre riuscivano a soddisfare proprio quelle fasce popolari che avrebbero avuto maggiore bisogno di abitazioni accessibili.
È qui che la fotografia del 1927 diventa più vera: Palermo non era soltanto salotti, arte e grandi spettacoli. Era anche una città che cercava soluzioni ai problemi di una società in trasformazione.
La modernità e la sua contraddizione
E poi c'è una parte della storia che non possiamo lasciare fuori dall'inquadratura. Il 1927 è anche l'Italia fascista. Dopo le leggi del 1925-1926, gli spazi di autonomia della società civile erano sempre più compressi e il regime cercava di ricondurre sotto il proprio controllo anche il tempo libero e l'associazionismo.È la grande contraddizione di quegli anni: mentre Palermo sperimentava nuovi linguaggi, nuove forme artistiche e nuovi modi di vivere la città, il Paese diventava progressivamente meno libero.
Il Futurismo, inoltre, era profondamente intrecciato al fascismo e alla sua celebrazione della modernità, della velocità, della macchina e della trasformazione. La mostra palermitana del 1927 va quindi letta anche dentro quel preciso contesto storico.
Ed è proprio questa complessità a rendere il viaggio nel passato interessante: non dobbiamo trasformare il 1927 in una cartolina.
Ritorno al futuro
Poi, come Marty McFly, possiamo rimetterci in macchina. Impostiamo il 2026. La DeLorean riparte e Palermo ricompare davanti ai nostri occhi. Il Teatro Massimo è ancora lì. Il Politeama continua a ospitare musica e spettacoli. Le strade verso nord sono diventate parte integrante della città. I quartieri che allora erano soltanto progetti hanno attraversato quasi un secolo di storia. I cinema sono cambiati, alcuni hanno chiuso, altri hanno lasciato spazio a nuove forme di cultura. Le associazioni musicali sono ancora vive. I circoli hanno cambiato pelle. Le cooperative hanno attraversato generazioni.E soprattutto è rimasta quella stessa capacità, forse ostinata, di Palermo di produrre cultura.
Sono cambiati i linguaggi, le tecnologie, i luoghi e il pubblico. Ma la città continua a cercare il proprio futuro attraverso l'arte, la musica, il teatro, l'architettura, il cinema e le persone che scelgono di creare.
Forse è proprio questo il senso del nostro viaggio nel 1927. Non siamo tornati semplicemente al passato. Siamo andati a cercare l'origine di alcune delle cose che ancora oggi fanno Palermo.
Perché 100 anni non cancellano una città: ne stratificano la memoria. E quando si guarda Palermo oggi, sotto i palazzi, dietro le facciate, dentro i teatri e lungo le strade, ogni tanto sembra ancora possibile intravedere quella città del 1927 che correva verso la modernità senza sapere ancora dove l'avrebbe portata.
La DeLorean, a questo punto, può tornare al presente. Ma Palermo, per fortuna, è rimasta lì: in parte cambiata, in parte perduta, in parte ancora incredibilmente uguale a se stessa.
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