Otto romanzi siciliani che meritano il grande schermo: al cinema un'Isola diversa
nell’isola in cui Netflix ha girato “Il Gattopardo” e Disney+ ha raccontato i Florio ci sono tantissime altre storie che aspettano di essere raccontate. Eccone alcune
Un set cinematografico in Sicilia (foto realizzata con AI)
Nel corso dell’anno è arrivato in sala anche “Lo scuru” di Giuseppe W. Lombardo – tratto dall’omonimo romanzo di Orazio Labbate, scrittore buterese proposto al premio Strega con il suo ultimo “Chianafera” – e gli scenari dell’isola torneranno anche in “Storia d’amore di un uomo che balla” di Cosimo Gomez, con protagonisti il palermitano Giuseppe Lo Piccolo e la netina Anita Pomario, tratto dal romanzo omonimo di Hernán Rivera Letelier, adattato per lo schermo dal bagherese Paolo Pintacuda e dallo stesso Gomez.
Ma nell’isola in cui Netflix ha girato la sua nuova trasposizione de “Il Gattopardo” e Disney+ ha raccontato le vicende della famiglia Florio indagate dalla penna di Stefania Auci, ci sono tantissime altre storie che aspettano di essere raccontate. La prima che viene in mente per la sua imponenza titanica – vera sfida per qualsiasi cineasta ci si volesse confrontare, e gira voce che tanti grandi nomi del cinema italiano abbiano già tentato l’impresa – è “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo, scrittore originario di Alì Terme che scrisse il romanzo, lungo 1264 pagine, in cui esiste a malapena il concetto di suddivisione in capitoli.
Racconta il ritorno a casa, il “nostos” per dirla con un termine vicino alle odissee che popolano le cronache attuali, di ‘Ndrja Cambria, marinaio della Regia Marina Italiana durante la seconda guerra mondiale, di ritorno verso la Sicilia il cui accesso è guardato dall’Orcaferone, l’orca che dà il titolo all’opera e che simboleggia la rovina che ha infestato l’isola in sua assenza.
Raccontare l’Italia di oggi ripescando le profetiche parole di Leonardo Sciascia nel 1961 non sarebbe nemmeno una cattiva idea, e vedere un nuovo adattamento de “Il giorno della civetta”, girato dalle mani di un regista capace e con visione sarebbe un modo di scavare nel passato recente dell’isola e vedere come la mafia s’è evoluta per restare in realtà, gattopardescamente, sempre la stessa.
Il romanzo, che è noto anche per aver dato luce alla definizione “quaquaraquà” e di cui Damiano Damiani aveva girato (anche in Sicilia) una trasposizione con Franco Nero, Claudia Cardinale e Lee J. Cobb nel 1968, racconta di un omicidio di mafia le cui implicazioni portano molto più in alto della criminalità organizzata. Anche con “Il giorno della civetta”, fra un tentativo di sceneggiatura e l’altro, sono state abbozzate diverse versioni più contemporanee, ma nessuna sino a questo momento ha visto la luce.
Nel 2022 ebbe grande successo – sia di pubblico sia di critica – “La stranezza” di Roberto Andò, con Ficarra e Picone accompagnati da un cast d’eccezione (tra cui Toni Servillo, Donatella Finocchiaro, Rori Quattrocchi, Fausto Russo Alesi, Luigi Lo Cascio e Filippo Luna), ispirato liberamente ai “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello. E proprio Pirandello, da sempre chiave di lettura dell’intero Novecento, offrirebbe una storia meravigliosa per il cinema, cioè quella di Mattia Pascal e della sua trasformazione in Adriano Meis a cavallo fra “The Truman Show” e la doppia vita di Fred Madison in “Strade perdute” di David Lynch.
Di film tratti dallo storico romanzo dell’autore girgentano ne sono stati girati due all’inizio del Novecento – il primo diretto da Marcel L’Herbier, il secondo da Pierre Chenal – e uno nel 1985, per la regia di Mario Monicelli, con Marcello Mastroianni nei panni del protagonista, dal titolo “Le due vite di Mattia Pascal”. Da allora, nessun altro regista s’è confrontato con il materiale lavico pirandelliano, ma di anni ne sono passati più di quaranta e il potenziale di quella storia così moderna è ancora completamente intatto.
Alcune delle storie che a distanza di un secolo raccontano ancora tanto della società attuale, e che il cinema contribuirebbe a rinnovare, sono poi “L’amore negato”, “Un fiore che non fiorì” o “La casa nel vicolo”, della palermitana (cresciuta a Messina e vissuta per molti anni a Mistretta) Maria Messina, una delle autrici riscoperte da Sciascia sul finire del Novecento, la cui produzione venne ripubblicata da Sellerio dopo essere scomparsa del tutto per diversi anni. Al centro della sua opera è la condizione della donna nella società italiana dei primi del Novecento, un tema che giusto un paio d’anni fa ha portato il film d’esordio di Paola Cortellesi, “C’è ancora domani”, a sbancare al botteghino con oltre quaranta milioni di euro guadagnati in giro per il mondo.
Tutto questo se si rimane al di qua del Duemila. Perché superato il nuovo millennio, di storie siciliane pronte a popolare il grande schermo ce ne sono tantissime, dal già citato Orazio Labbate a gran parte della produzione di Simonetta Agnello Hornby, con opere come “Il pranzo di Mosè”, “La Mennulara” (già diventato prima uno spettacolo teatrale con Guia Jelo, per la regia di Walter Pagliaro e i testi della Hornby coadiuvata da Gaetano Savatteri, e poi un graphic novel), passando per il Niccolò Ammaniti più recente de “Il custode” – brevissimo e mitologico saluto all’adolescenza interamente ambientato nelle contrade desertiche di Triscina – o “Lola e Vlad” del giornalista palermitano Piero Melati, scomparso qualche mese dopo aver pubblicato l’ultimo suo romanzo, interamente ambientato in una Palermo virtuale e allucinata che nulla ha da invidiare alla Kathryn Bigelow dell’apocalittico “Strange Days”.
Del resto, l’isola è sempre stata, negli occhi dei registi che l’hanno raccontata, molto più che un panorama o uno sfondo: è un luogo in cui si generano miti, personaggi e storie. E di questo scrigno, forse, il cinema è pronto ad appropriarsi.
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