Quando l’amore fa paura: il documentario sul delitto di Giarre parla all’Italia
Una vicenda rimasta per decenni sospesa tra silenzi e dolore, che oggi torna a interrogare la società contemporanea con una forza davvero attuale
Il documentario sul delitto di Giarre
A quasi quarantasei anni dal delitto che sconvolse la Sicilia e l’Italia, Palermo sceglie ancora una volta di guardare alla memoria non come a un esercizio del passato, ma come a uno strumento per comprendere il presente e costruire il futuro. Mercoledì pomeriggio, al Centro Diaconale “La Noce”- istituto valdese, è stato proiettato il documentario di Sky Crime e History Channel “Il Delitto di Giarre”, tratto dall’omonimo libro dell’autore e giornalista Francesco Lepore, pubblicato per BUR Rizzoli.
Un’opera intensa e necessaria che riporta al centro della riflessione pubblica la storia di Giorgio Agatino Giammona e Toni Galatola, i due ragazzi trovati uccisi a Giarre nell’ottobre del 1980. Una vicenda rimasta per decenni sospesa tra silenzi, omertà e dolore, ma che oggi torna a interrogare la società contemporanea con una forza sorprendentemente attuale.
Non soltanto un caso di cronaca nera, ma una ferita collettiva che parla di discriminazione, di paura, di esclusione e del bisogno umano di essere riconosciuti per ciò che nella vita si è. Nel corso dell’intervista, Lepore racconta come abbia compreso fin dall’inizio che la storia degli "ziti" di Giarre andasse oltre i confini della Sicilia.
«L’ho capito sin dal 2017 quando, chiamato da Franco Grillini a ricoprire il ruolo di caporedattore di Gaynews.it, la prima testata online a tematica Lgbt+, mi sono interessato a più riprese della tragica vicenda di Giorgio Agatina Giammona e Toni Galatola». Da lì, spiega, è iniziato un percorso di ricerca in relazione alla fondazione dell’Arcigay, avvenuta proprio a Palermo, e all’inizio della seconda fase dell’attuale movimento arcobaleno italiano. Ma tornare dentro una storia così dolorosa non è stato semplice. Lepore parla apertamente delle difficoltà incontrate nel raccogliere testimonianze e nel rompere un muro di silenzio durato decenni.
«La più grande difficoltà è stata intervistare Enza e Rosita Galatola, rispettivamente sorella e nipote di Toni, le uniche persone tra i familiari disposte a parlarmi». Grazie alle loro parole, spiega l’autore, è stato possibile ricostruire una verità storica diversa da quella giudiziaria. «Si è trattato di un "delitto d’onore", maturato e attuato per lavare nel sangue l’onta inaccettabile dell’omosessualità degli "ziti". Verità storica, questa, che differisce da quella giudiziaria».
Nel libro emerge una Sicilia fatta di contraddizioni profonde, capace di esprimere tanto chiusura quanto straordinari percorsi di emancipazione civile. Lepore ricorda le battaglie di figure come Franca Viola, Angela Bottari e Pina Bonanno, sottolineando come proprio dalla Sicilia siano partiti alcuni dei più importanti cambiamenti culturali e legislativi del Paese.
«Circa il delitto di Giarre, raccontandolo, ho mostrato come la cittadina etnea fosse in realtà lo specchio di un’intera Italia non solo omertosa ma anche omofoba», precisa. E cita le parole pronunciate da Enzo Francone nel novembre del 1980: «Quel duplice fatto di sangue sarebbe potuto accadere anche a Cuneo o a Chieti». Uno degli aspetti più toccanti del lavoro di Lepore è il tentativo di restituire identità e umanità a Giorgio e Toni, sottraendoli alla freddezza della definizione di “caso di cronaca”.
Nel libro, infatti, si percepisce il desiderio di restituire identità e dignità a i due ragazzi che, andando oltre la definizione di “caso di cronaca” tornano a essere persone, con amicizie, desideri, paure e sogni. Quanto, dunque, era importante fare emergere le loro vite, e non soltanto la loro morte? «Più che importante, direi fondamentale», dice l’autore parlando della necessità di raccontare le loro vite e non soltanto la loro morte.
Un lavoro reso possibile dalle testimonianze di amici, conoscenti e figure che hanno accompagnato i due giovani negli ultimi anni della loro esistenza. «A restituire identità e dignità a Giorgio e Toni attraverso il racconto delle loro vite hanno contribuito, innanzitutto, Enza e Rosita Galatola. E poi ancora il frate cappuccino Diego Sorbello, che fu il parroco dei due ragazzi, amiche come Nadia Calà o semplici conoscenti. Tra quest’ultimi penso, ad esempio, ad Aldo Finocchiaro e a Carmela Cappa. Ma, soprattutto, a Paolo Patanè, che sarebbe poi diventato presidente nazionale di Arcigay».
Dal libro è nato poi il documentario prodotto da B&B Film per Sky Crime e History Channel che porta sullo schermo non soltanto la tragedia di Giarre ma anche quarant’anni di lotte per i diritti civili in Italia. Lepore, che nel film è anche voce narrante, parla di questa esperienza come «un’emozione indescrivibile, anche perché, sulla falsariga del libro, il documentario narra non solo la storia di amore e morte di Giorgio e Toni ma anche quarant’anni di battaglie del movimento Lgbt+ in Italia».
Diretto da Simone Manetti, per la cui regia è stato prodotto recentemente il lungometraggio “Giulio Regeni - Tutto il male del mondo”, il documentario “I delitti di Giarre” intreccia memoria privata e memoria collettiva attraverso testimonianze di grande intensità emotiva, capaci ancora oggi di scuotere profondamente chi ascolta. E forse è proprio questo il punto centrale dell’intera vicenda: capire se raccontare storie simili possa ancora cambiare qualcosa.
Per Lepore la risposta è sì. «In un Paese come il nostro, nonostante gli innegabili avanzamenti in tema di diritti civili, in cui si registrano ancora tanti, troppi casi di discriminazione e violenza a danno delle persone Lgbt+, il racconto del duplice omicidio di Giorgio e Toni può essere un valido aiuto alla riflessione e, dunque, al comune impegno contro la piaga dell’omolesbobitransfobia».
Parole che assumono un significato particolare in una città come Palermo, che negli ultimi anni ha dimostrato di voler diventare sempre più uno spazio aperto al dialogo, all’ascolto e al confronto. La proiezione del documentario al centro Diagonale “La Noce” non ha rappresentato soltanto un appuntamento culturale, ma un gesto civile: ricordare chi ha sofferto per impedire che l’odio e l’emarginazione continuino a ripetersi. Forse la riflessione che discende dal delitto di Giarre è questa: capire che ogni volta che una persona viene costretta a nascondersi per paura di essere sé stessa, a perdere non è soltanto chi subisce l’emarginazione, ma l’intera società.
La memoria di Giorgio e Toni continua allora a chiedere una cosa semplice e ancora necessaria: costruire un futuro in cui dignità, rispetto e libertà non siano concessioni, ma diritti condivisi. Perché, come ricorda Lepore citando la scritta impressa nello stadio nazionale del Cile a Santiago, «Un pueblo sin memoria es un pueblo sin futuro». Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro. E in quella memoria, oggi, Palermo sceglie di riconoscersi, di rappresentarsi e di proiettarsi verso un futuro, più tollerante e umano, lontano da qualsiasi forma di discriminazione ed emarginazione.
Un’opera intensa e necessaria che riporta al centro della riflessione pubblica la storia di Giorgio Agatino Giammona e Toni Galatola, i due ragazzi trovati uccisi a Giarre nell’ottobre del 1980. Una vicenda rimasta per decenni sospesa tra silenzi, omertà e dolore, ma che oggi torna a interrogare la società contemporanea con una forza sorprendentemente attuale.
Non soltanto un caso di cronaca nera, ma una ferita collettiva che parla di discriminazione, di paura, di esclusione e del bisogno umano di essere riconosciuti per ciò che nella vita si è. Nel corso dell’intervista, Lepore racconta come abbia compreso fin dall’inizio che la storia degli "ziti" di Giarre andasse oltre i confini della Sicilia.
«L’ho capito sin dal 2017 quando, chiamato da Franco Grillini a ricoprire il ruolo di caporedattore di Gaynews.it, la prima testata online a tematica Lgbt+, mi sono interessato a più riprese della tragica vicenda di Giorgio Agatina Giammona e Toni Galatola». Da lì, spiega, è iniziato un percorso di ricerca in relazione alla fondazione dell’Arcigay, avvenuta proprio a Palermo, e all’inizio della seconda fase dell’attuale movimento arcobaleno italiano. Ma tornare dentro una storia così dolorosa non è stato semplice. Lepore parla apertamente delle difficoltà incontrate nel raccogliere testimonianze e nel rompere un muro di silenzio durato decenni.
«La più grande difficoltà è stata intervistare Enza e Rosita Galatola, rispettivamente sorella e nipote di Toni, le uniche persone tra i familiari disposte a parlarmi». Grazie alle loro parole, spiega l’autore, è stato possibile ricostruire una verità storica diversa da quella giudiziaria. «Si è trattato di un "delitto d’onore", maturato e attuato per lavare nel sangue l’onta inaccettabile dell’omosessualità degli "ziti". Verità storica, questa, che differisce da quella giudiziaria».
Nel libro emerge una Sicilia fatta di contraddizioni profonde, capace di esprimere tanto chiusura quanto straordinari percorsi di emancipazione civile. Lepore ricorda le battaglie di figure come Franca Viola, Angela Bottari e Pina Bonanno, sottolineando come proprio dalla Sicilia siano partiti alcuni dei più importanti cambiamenti culturali e legislativi del Paese.
«Circa il delitto di Giarre, raccontandolo, ho mostrato come la cittadina etnea fosse in realtà lo specchio di un’intera Italia non solo omertosa ma anche omofoba», precisa. E cita le parole pronunciate da Enzo Francone nel novembre del 1980: «Quel duplice fatto di sangue sarebbe potuto accadere anche a Cuneo o a Chieti». Uno degli aspetti più toccanti del lavoro di Lepore è il tentativo di restituire identità e umanità a Giorgio e Toni, sottraendoli alla freddezza della definizione di “caso di cronaca”.
Nel libro, infatti, si percepisce il desiderio di restituire identità e dignità a i due ragazzi che, andando oltre la definizione di “caso di cronaca” tornano a essere persone, con amicizie, desideri, paure e sogni. Quanto, dunque, era importante fare emergere le loro vite, e non soltanto la loro morte? «Più che importante, direi fondamentale», dice l’autore parlando della necessità di raccontare le loro vite e non soltanto la loro morte.
Un lavoro reso possibile dalle testimonianze di amici, conoscenti e figure che hanno accompagnato i due giovani negli ultimi anni della loro esistenza. «A restituire identità e dignità a Giorgio e Toni attraverso il racconto delle loro vite hanno contribuito, innanzitutto, Enza e Rosita Galatola. E poi ancora il frate cappuccino Diego Sorbello, che fu il parroco dei due ragazzi, amiche come Nadia Calà o semplici conoscenti. Tra quest’ultimi penso, ad esempio, ad Aldo Finocchiaro e a Carmela Cappa. Ma, soprattutto, a Paolo Patanè, che sarebbe poi diventato presidente nazionale di Arcigay».
Dal libro è nato poi il documentario prodotto da B&B Film per Sky Crime e History Channel che porta sullo schermo non soltanto la tragedia di Giarre ma anche quarant’anni di lotte per i diritti civili in Italia. Lepore, che nel film è anche voce narrante, parla di questa esperienza come «un’emozione indescrivibile, anche perché, sulla falsariga del libro, il documentario narra non solo la storia di amore e morte di Giorgio e Toni ma anche quarant’anni di battaglie del movimento Lgbt+ in Italia».
Diretto da Simone Manetti, per la cui regia è stato prodotto recentemente il lungometraggio “Giulio Regeni - Tutto il male del mondo”, il documentario “I delitti di Giarre” intreccia memoria privata e memoria collettiva attraverso testimonianze di grande intensità emotiva, capaci ancora oggi di scuotere profondamente chi ascolta. E forse è proprio questo il punto centrale dell’intera vicenda: capire se raccontare storie simili possa ancora cambiare qualcosa.
Per Lepore la risposta è sì. «In un Paese come il nostro, nonostante gli innegabili avanzamenti in tema di diritti civili, in cui si registrano ancora tanti, troppi casi di discriminazione e violenza a danno delle persone Lgbt+, il racconto del duplice omicidio di Giorgio e Toni può essere un valido aiuto alla riflessione e, dunque, al comune impegno contro la piaga dell’omolesbobitransfobia».
Parole che assumono un significato particolare in una città come Palermo, che negli ultimi anni ha dimostrato di voler diventare sempre più uno spazio aperto al dialogo, all’ascolto e al confronto. La proiezione del documentario al centro Diagonale “La Noce” non ha rappresentato soltanto un appuntamento culturale, ma un gesto civile: ricordare chi ha sofferto per impedire che l’odio e l’emarginazione continuino a ripetersi. Forse la riflessione che discende dal delitto di Giarre è questa: capire che ogni volta che una persona viene costretta a nascondersi per paura di essere sé stessa, a perdere non è soltanto chi subisce l’emarginazione, ma l’intera società.
La memoria di Giorgio e Toni continua allora a chiedere una cosa semplice e ancora necessaria: costruire un futuro in cui dignità, rispetto e libertà non siano concessioni, ma diritti condivisi. Perché, come ricorda Lepore citando la scritta impressa nello stadio nazionale del Cile a Santiago, «Un pueblo sin memoria es un pueblo sin futuro». Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro. E in quella memoria, oggi, Palermo sceglie di riconoscersi, di rappresentarsi e di proiettarsi verso un futuro, più tollerante e umano, lontano da qualsiasi forma di discriminazione ed emarginazione.
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