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Tra mostre e vernissage si continua a picchiare: Palermo, la cultura non è solo arte

Il processo di trasformazione culturale che non c'è: dove abbiamo sbagliato? Forse il processo di crescita culturale deve passare anche da chi abita in città

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 7 novembre 2019

Un giornalista tedesco che lavora al Goethe Institut è stato picchiato davanti la figlia di dieci anni, reo di avere spiegato ad una signora che non poteva entrare in area pedonale con l’auto.

L’uomo aveva le mani in tasca, è stato sorpreso da due pugni al volto da parte del figlio diciannovenne della signora. È uscito dal coma. È ancora a rischio. Potrebbe vivere o morire.

Io sono padre di una bambina di dieci anni. La cosa che mi fa più paura della morte è essere ucciso a pugni davanti mia figlia. Se penso a quella bambina sono senza parole.

Una parte di me vorrebbe provare a capire come un essere umano possa picchiare a morte una persona inerme di fronte la figlia. Quale stato di degrado umano e culturale si cela dietro questo gesto indegno. Come si possano prevenire ed impedire questo genere di cose. Quali sono le responsabilità della società, della famiglia, della scuola.

Un’altra parte di me, il padre, vorrebbe reagire con violenza alla violenza. Vorrebbe un gesto forte che sapesse difendere il diritto di quella bimba a non vivere un trauma cosi enorme. Ed ancora il diritto di un cittadino di difendere un’isola pedonale e con essa le regole della nostra convivenza civile, senza il rischio di morire.

Se non fossi padre, se non fossi stanco di tutto questo degrado, penso che vincerebbe la parte comprensiva ed interrogativa. Perché in questo gesto indegno io vedo debolezza e non forza.

Credo che questa battaglia andava combattuta prima che questo specifico individuo diventasse un potenziale assassino. Adesso non c’è più speranza. Spero finisca in galera e ci resti molto a lungo, per riflettere, ma anche solo come monito a quanti non sono stati raggiunti da un processo educativo, ma spero siano almeno impauriti da un processo repressivo.

Il dato è che la battaglia andava e va combattuta nei quartieri popolari, con assistenza psicologica, asili, ludoteche, parchi gioco, opportunità per tutti; la città deve occuparsi di chi non ha: un libro, una casa, una famiglia.

Invece la nostra città sembra sempre più concentrarsi su chi ha. Un piccolo fortino da difendere, il centro storico, contro noi barbari delle periferie.

Ho sentito una incredibile intervista al sindaco Leoluca Orlando, incredibile perché ancora una volta divide la città in centro e periferia, in buoni e cattivi.

Parla di un processo culturale di trasformazione della città che però il gesto di violenza sembra sconfessare nei fatti. E diciamocelo, il nostro concittadino di origine tedesca è la risposta più evidente al fatto che non è in atto alcun processo culturale di trasformazione, esattamente come la signora francese di cui ho parlato in altra occasione nel loro agire rispondono alla matrice culturale di provenienza, non certo alla nostra.

Non vedo nessuna trasformazione culturale della nostra città, e francamente mi viene voglia di chiedere al sindaco quale processo culturale avrebbe attivato per determinare il cambiamento di cui parla.

La città nel suo complesso, prime tra tutte le istituzioni, ha grande responsabilità per quanto accaduto. È un seme non messo a dimora dieci o quindici anni fa che oggi ha dato questo frutto. In una bellissima poesia Pierpaolo Pasolini rivolgendosi al Papa del suo tempo scriveva "peccare non significa fare il male: non fare il bene, questo significa peccare".

Ed io credo che di tutto questo degrado le responsabilità sono soprattutto di quanti avrebbero dovuto agire e non l’hanno fatto, lasciando all’evolversi del caso e del degrado la forma della realtà nella quale viviamo.

Scrivo da sempre che la cultura è una cosa più importante, raffinata e seria dei vernissage che aggregano la città bene. Se e quando la cultura resta un prodotto elitario che parla a se stessa non avrà alcun impatto sulla città. È poco più che intrattenimento. Un atto, come direbbe un mio amico, autoreferenziale.

Ed atti di violenza come questo sono a mio avviso figli indiretti della reale assenza di qualunque processo civico e culturale a Palermo.

Il diciannovenne, potenzialmente assassino, è solo l’atto terminale del processo, a sua volta una vittima senza alcuna speranza.

Al netto del fatto che questo criminale è figlio di errori di altri io credo che sia necessaria un pena eclatante. Un segnale forte di discontinuità. Non siamo in grado educare? Impariamo a reprimere. La repressione è la più alta sconfitta della cultura. Io credo sia la sua stessa negazione.

Ed io invoco a viva voce la massima repressione possibile su questo ed altri gesti di violenza ed intolleranza, ben consapevole che questa sarà solo la certificazione, ammesso che via sia stato qualche tentativo in questa direzione, del fallimento di ogni processo e progetto culturale a Palermo.

Signor sindaco, cerchiamo di essere meno ipocriti e chiamiamo le cose con il nome. Grazie.

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