"Mi chiamo Maris e vengo dal mare": lo spettacolo di Chiaraluce Fiorito a Catania
Lo spettacolo “Mi chiamo Maris e vengo dal mare” adattamento, regia e interpretazione di Chiaraluce Fiorito, progetto drammaturgico di Melania Manzoni andrà in scena il 21 luglio alle ore 21.00 presso la Corte del Castello Ursino nell’ambito della manifestazione Catania Summer Fest.
La storia di Maris è vera. Venduta, costretta a prostituirsi rimane incinta, viene poi messa su un barcone e spedita in Italia, dove - grazie al sistema di accoglienza - si salva dallo sfruttamento.
In Sicilia scopre e matura il sentimento di una maternità conflittuale, fatta di slanci di amore viscerale ma anche di profondo dissidio interiore.
Dal nucleo potente della vera storia della protagonista, parte la drammaturgia di una storia “simbolo” che ha in sé molti elementi archetipici: la guerra, la migrazione, il rapporto con la famiglia di origine e poi la figlia.
La rete da pesca e l’acqua sono due elementi dominanti che legano il passato e il presente in un viaggio che avviene - con e attraverso - una “pignata”, una pentola antica che è barca e fulcro di una danza tribale da cui ha origine tutto.
Nella rappresentazione si intrecciano due chiavi di lettura imprescindibili fra loro: una simbolica, epica che si esprime attraverso la danza e la gestualità, e una intimista fatta di parole dissacranti, del racconto-cronaca crudo e disperato.
La storia di Maris è vera. Venduta, costretta a prostituirsi rimane incinta, viene poi messa su un barcone e spedita in Italia, dove - grazie al sistema di accoglienza - si salva dallo sfruttamento.
In Sicilia scopre e matura il sentimento di una maternità conflittuale, fatta di slanci di amore viscerale ma anche di profondo dissidio interiore.
Dal nucleo potente della vera storia della protagonista, parte la drammaturgia di una storia “simbolo” che ha in sé molti elementi archetipici: la guerra, la migrazione, il rapporto con la famiglia di origine e poi la figlia.
La rete da pesca e l’acqua sono due elementi dominanti che legano il passato e il presente in un viaggio che avviene - con e attraverso - una “pignata”, una pentola antica che è barca e fulcro di una danza tribale da cui ha origine tutto.
Nella rappresentazione si intrecciano due chiavi di lettura imprescindibili fra loro: una simbolica, epica che si esprime attraverso la danza e la gestualità, e una intimista fatta di parole dissacranti, del racconto-cronaca crudo e disperato.














