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Bellissima e abbandonata: Villa Cappellano, raro esempio (in Sicilia) di monastero-fattoria

Fu costruita prima della fondazione del Comune in cui sorge, intorno alla fine del 1500. Un gioiello in piena regola che conserva ancora tracce storiche importantissime

Balarm
La redazione
  • 23 settembre 2021

Una vista di Villa Cappellano

Nel cuore delle campagne di Delia, un piccolo comune nel Nisseno, si trova un edificio storico noto con in nome di Villa Cappellano.

Il territorio dell’omonimo feudo su cui insiste la villa fattoria, per le sue caratteristiche ambientali molto favorevoli ad un suo sviluppo agro-pastorale, è stato frequentato fin da epoca preistorica; furono trovate, infatti, le tombe a grotticella e a forno, scavate nella roccia della collina a sud della villa.

In epoca romana questo territorio era attraversato dal Cursus Publicus, una strada dell'Itinerario Antonino che collegava Agrigento con Catania, e che passava per la Statio Petiliana, identificata nel luogo su cui sorge Delia.

La reggia trazzera che congiungeva Piazza Armerina ad Agrigento attraverso Barrafranca, Delia, Canicattì, Catrofilippo e Favara insisteva sicuramente sul vecchio tracciato romano come dimostrano le tracce ancora presenti del passaggio dei romani in contrada Draffù-Marrocco.

La villa di Cappellano, come si legge sul sito del Comune, fu costruita prima ancora della fondazione del Comune intorno alla fine del 1500, ad opera dei padri Gesuiti che avevano ricevuto in dono il feudo omonimo da Francesco Moncada e dalla moglie donna Luisa De Luna e Vega di Caltanissetta.



La costruzione è uno dei pochi esempi di monastero-fattoria esistente in Sicilia, che funzionava come campo di studio e di sfruttamento agricolo del territorio, con distribuzione fisica ad hoc. Erano presenti, infatti, stalle, magazzini, cantine, frantoi e granai. I Gesuiti, poi, davano le terre lottizzate in enfiteusi ai contadini della zona.

A seguito della loro espulsione dall’Isola, nel 1767, i fondi di Cappellano furono dati in gabella a un tale reverendo Giuseppe Di Miceli e successivamente a Don Filippo Cremona che concesse parte del feudo a ventisei contadini deliani.

La storia tornò a ripetersi: nel 1808 i Gesuiti ritornarono a Caltanissetta e tra i beni che furono loro restituiti ne faceva parte anche il fondo di Cappellano.

Seguirono altri passaggi: nel 1843 i fondi di Cappellano andarono a Nicolò Micelisopo, Stefano Candura, Salvatore La Verde, Cosimo Longo e Domenico Pagliarello.

Con la soppressione dei beni ecclesiastici voluta dal nuovo Stato unitario, nel 1866 il feudo di Cappellano fu, come gli altri fondi religiosi, messo all’asta e comprato dall’aristocratica famiglia dei baroni Calafato di Caltanissetta.

Il 3 Dicembre 1939 la Villa fu venduta alla diocesi di Caltanissetta che la utilizzò come villeggiatura estiva per i seminaristi fino al 1958. Nel 1972 fu venduta a privati; oggi la struttura è ritornata proprietà della diocesi nissena e, secondo quanto riportato, si trova in un totale stato di abbandono.

Nella sua definizione la villa è un gioiello di arte barocca, ricco di ampi spazi residenziali e all’aperto, con una chiesetta al servizio, all’epoca, della comunità dei padri Gesuiti; per raggiungerla bisogna raggiungere la strada provinciale Caltanissetta-Delia e rintracciare la corte quadrangolare del complesso.

Ancora oggi sono presenti una serie di caseggiati ai quali si accede attraversando una galleria d’ingresso che immette in un vasto cortile quadrangolare che presenta al centro due pozzi.

Lungo la la vasta facciata principale si notano due piani: il piano terra e piano nobile, contrassegnati da tre file di aperture. Il portale d’ingresso presenta un arco a tutto sesto, realizzato con una pietra bugnata molto in voga nel primo barocco palermitano; il balcone concavo invece è sorretto da cinque mensole con complessi motivi floreali.

Secondo quanto riportato la villa monumento fu opera del grande architetto Valeriano De Franchis che fu progettista anche di altri importanti conventi e morì intorno al 1625, anche se non esiste nessuna prova della presenza dell’architetto nel territorio nisseno. Secondo altre fonti si ipotizza anche all’intervento dell’architetto gesuita Natale Masuccio che in quegli anni operò nella fabbrica della chiesa di Sant’Agata, ma tutto ciò non è confermato.

Nella parte centrale della villa si trovano un androne, una grande scala d’accesso al primo piano e un vasto frantoio ancora completo di mole e vasche di raccolta.

Il piano superiore era destinato alle celle le dei frati e consta di sedici stanze, tante quante sono le finestre del primo piano.
La facciata è caratterizzata dall’interessante portale a tutto sesto completamente in pietra.

Una croce in pietra su uno stemma ormai consunto definisce in alto tutta la facciata. Dell’interno rimangono ancora le decorazioni interne a riquadri, sagomati e modellati in stucco bianco alla maniera del Serpotta, sia nelle sovrapporte che nella grande volta a botte.

L’altare maggiore, ancora presente ma seriamente lesionato, è particolarmente ricco di decorazioni in stucco: putti, festoni, foglie d’acanto, stemmi sono incorniciati da due snelle colonne tortili poste su un piedistallo con motivo a diamante e sormontate da un architrave di coronamento.

Degli antichi arredi sacri non esiste più niente per quanto vi siano testimonianze della presenza di un pregevole quadro di San Francesco Saverio copia di quello del Crestadoro che si trova nella Chiesa del Collegio di Caltanissetta.

Un gioiello in piena regola che conserva ancora tracce storiche importantissime ma che necessita di immediato intervento di recupero.
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