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Dinner in my city, cosa mangiare a Palermo: vivere una città che hai già visto (su TikTok)

Il trend che racconta la città attraverso i suoi locali e le sue tavole. Il meccanismo è semplice: una cena, qualche piatto, l’ambiente, l’atmosfera, la città sullo sfondo

Cesare Salvadori
Neolaureato in Comunicazione per l’Enogastronomia
  • 29 agosto 2026

Via Maqueda (foto di Balarm)

C’è un momento, prima ancora di partire, in cui una città comincia a esistere nella nostra testa. Succede quando cerchiamo dove mangiare, cosa vedere, quale strada percorrere. Oggi questo fenomeno è sempre più frequente su Instagram e TikTok. Video da pochi secondi trasformano una cena in un consiglio, un ristorante in una tappa obbligata, un quartiere in uno sfondo e una città intera in una successione di immagini da scorrere.

È il caso di Dinner in my city Palermo, il trend che racconta la città attraverso i suoi locali e le sue tavole. Il meccanismo è semplice: una cena, qualche piatto, l’ambiente, l’atmosfera, Palermo sullo sfondo. Tutto molto bello, tutto molto invitante. Ed è da qui che inizieremo la nostra riflessione. Quando un contenuto ci dice che un posto è "autentico", "di qualità", "imperdibile" o che offre una “vera esperienza siciliana”, può essere interessante chiedersi che cosa contribuisca a costruire questa impressione.

Chi realizza questi video non deve essere per forza un critico specializzato. Il creator svolge piuttosto il ruolo di mediatore: sceglie un luogo, un piatto, un’atmosfera e li presenta come frammenti capaci di raccontare la città. E così, tramite il social, il creator contribuisce a costruirne un’immagine, un’immagine turistica.

Un fenomeno italiano

Un fenomeno che non riguarda soltanto Palermo. Lo studio recente dedicato a Napoli (Recano, L. (2026). Fast Tours and Short Videos. TikTok Napoli, Popular Mediatization of the City and Tourist Consumer Cultures) ha osservato proprio come TikTok trasformi elementi dello spazio urbano, dell’identità locale e della vita quotidiana in segni facilmente riconoscibili e riproducibili nei contenuti. Strade, attività, prodotti e pratiche locali diventano così parte dell’immagine della città destinata al consumo turistico.

E Palermo, in questo senso, offre materiale praticamente inesauribile. Un piatto, un’insegna, un mercato, un vicolo, una ceramica, un modo di apparecchiare o di presentare un locale possono diventare altrettanti segnali capaci di dire, in pochi secondi: questa è Sicilia, questa è Palermo. Non siamo qui per dire che queste immagini ci restituiscano una Palermo falsa; piuttosto una Palermo selezionata. Ed è qui che il discorso diventa interessante. Una città non può essere ridotta a ciò che riesce a rappresentarsi meglio sui social.

La vera Palermo

Qualunque cosa significhi “vera”, non potrebbe essere raccontata neanche con cento reel. Non esiste un video capace di restituire tutte le sue contraddizioni, i suoi quartieri, i suoi ritmi, le sue persone, i suoi sapori e persino i suoi errori. Il rischio è allora quello di confondere la rappresentazione con l’esperienza. Palermo viene trasformata in una sequenza di luoghi da consumare: qui si mangia questo, qui bisogna andare, questo è imperdibile. La città diventa una lista di esperienze già ordinate da qualcun altro.

Il turista

E il turista, invece di arrivare e scegliere, arriva avendo già scelto. Ma c’è un altro aspetto curioso. Chi guarda questi video non rimane necessariamente uno spettatore: diventa parte dello stesso meccanismo. Vede un posto andato virale sui social, decide di andarci, vive l’esperienza e la filma a sua volta. Il contenuto torna online e raggiunge altre persone, alimentando la macchina. Uno studio recente sul food tourism ad Amsterdam ha osservato proprio questo meccanismo, arrivando a parlare di partecipazione performativa: il turista non si limita a consumare l’esperienza, ma tende anche a riprodurre e condividere ciò che ha visto sullo schermo e, in alcuni casi, persino la coda davanti a un locale diventa parte dell’esperienza turistica instagrammabile (Fischbacher P., Richards G. (2026) From TikTok feeds to food queues: Social-media-induced food tourism and tourist behaviour in Amsterdam).

Un cambiamento piccolo solo all’apparenza. I social hanno certamente il merito di portare attenzione sui territori, indirizzando visitatori verso luoghi che altrimenti potrebbero rimanere fuori dai percorsi più battuti. Sarebbe assurdo negarlo. Il problema nasce quando la promozione finisce per diventare una forma di semplificazione: per essere raccontata, la città deve diventare immediatamente comprensibile; per essere condivisa, deve essere immediatamente desiderabile.

Il diritto di scegliere (e di sbagliare)

E l’immagine che ci viene restituita dai social è inevitabilmente una cartolina, delle più colorate e saporite che esistano. Ma un visitatore, forse, dovrebbe concedersi anche il diritto di scegliere, di sbagliare addirittura. Perdersi per una strada senza averla vista prima sul telefono. Entrare in un ristorante perché qualcosa ha attirato la nostra attenzione. Fermarsi davanti a un banco del mercato e chiedere cosa sia quel prodotto che non conosciamo. Fidarsi del venditore. Ordinare qualcosa senza sapere se ci piacerà. Scoprire un posto che non compare in nessuna classifica e che magari non merita nemmeno cinque stelle.

Perché c’è una parte del viaggio che comincia quando smettiamo di limitarci a vedere ciò che ci viene proposto e lasciamo spazio a un’esperienza davvero nostra, scegliendo cosa fare senza seguire una lista.

Forse il problema di Dinner in my city Palermo non è allora che ci mostra una Palermo sbagliata. È che rischia di mostrarcene una già pronta, già selezionata, già giudicata. E se arriviamo in una città sapendo già dove mangiare, cosa fotografare e cosa definire imperdibile, quanto spazio abbiamo lasciato alla città per sorprenderci davvero?
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