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Il Vicerè, il Pretore e un esaltato: quando a Palermo "comandavano" le Maestranze

Tutto ebbe inizio il 28 aprile del 1708 quando in città sbarcarono i militari francesi e irlandesi per difendere la città dalla truppe austriache. Qualcosa però andò storto

Gianluca Pipitò
Ricercatore storico e dell'Arte
  • 7 aprile 2021

Un'antica stampa che raffigura il Castello a Mare di Palermo intatto

Sicuramente tutti conosciamo o abbiamo letto qualcosa su “Vespro Siciliano” del 1282 e il nostro attaccamento “morboso” ai carissimi “francesi” residenti in città; sembra che questo amore da quell’evento non sia mai stato dimenticato o abbia avuto un benché minimo attimo di flessione.

Insomma un amore è per sempre! C’è da dire che questa passione per i “cugini” d’oltralpe, i siciliani lo hanno sempre fatto notare e si è ripetuta nei secoli con diverse “situazioni” ed uno di questi episodi è il tema del presente articolo.

Devo precisare che la storia, tratta dal libro sulle Maestranze del professore Francesco Luigi Oddo, ha una bella trama ambientata durante la guerra di successione spagnola e che ha come protagonisti con tre personaggi simpatici: il Viceré, Il Pretore (una specie di sindaco della città), che era messinese, ed un esaltato vestito da San Giuseppe che faceva “discorsi di cafè” alla Kalsa.



Tutto ebbe inizio il 28 aprile del 1708 quando in città sbarcarono guarnigioni (un raggruppamento di unità militari) francesi e irlandesi (proprio i più amati dai palermitani) per difendere la città dalle truppe austriache attestatesi nel meridione.

Ovviamente questi militari erano destinati al controllo dei baluardi e qui già si “rompono i telefoni” con le Maestranze che da secoli avevano il privilegio di difendere la città.

Nel frattempo i mascoli (maschi) palermitani si allattariavano (si lamentavano) con il Viceré perché le mogli e le figlie di chi viveva sotto i baluardi erano in pericolo di essere “compromesse”, sacrosanta lamentale dei padri, mariti, fratelli e ziti, con la risposta del Procuratore Fiscale, Don Giuseppe d’Agati, che consigliava «eventualmente le donne si chiudono a casa per sicurezza», e chi ci rissi…

La sera del 25 maggio 1708 le Maestranze si riuniscono nella Chiesa della Vittoria della Compagnia dei Bianchi (quindi con la compiacenza dell'aristocrazia) decidendo di occupare i baluardi, cosa che fecero ovviamente mandando con amore "a quel paese" il Pretore che era intervenuto.

Il Viceré vedendosi surclassato dalle Maestranze aveva intenzione di reagire punendoli, cosa sconsigliata da qualcuno saggio per evitare una strage.

Così il Pretore cercò di stabilire un compromesso molto diplomatico: le maestranze lasciano i baluardi per poi essere riammessi con le autorizzazioni dovute; ma qualcosa andò storto probabilmente perché la proposta partì dal Pretore di Cesarò, di origine messinese, che aveva portato la città sull’orlo della bancarotta (ma si chiamava Orlando di Cesarò per caso?) e quindi non lo “poteva vedere” nessuno tanto che poco dopo “scipparu” pure la lapide da lui fatta per i suoi meriti da Pretore.

Il 28 maggio dello stesso anno, durante la perlustrazione dei baluardi da parte di una Maestranza, si ritrovarono vettovaglie e materiali occultati per una eventuale occupazione a sorpresa, e chi ci fu?

Scesero in piazza le Maestranze contro le truppe Francesi e Irlandesi (avutru ca’ “ciciri”) e pure contro il Pretore (a che c’erano), tutto spinto da un altro personaggio che solo a Palermo possiamo trovare e degno di essere protagonista dei film di Ciprì e Maresco.

Il soggetto porta il nome di Prospero Fialdi, cioè un “lapardeo che, come scrive il Mongitore, vestito da San Giuseppe aizzava la popolazione contro francesi e irlandesi (e contro il pretore), insomma dal 29 maggio succede un parapiglia generale e una caccia allo straniero spietata che, alla fine, per fortuna, fece poche vittime accertate.

In una testimonianza comunque un francese salvato dai monaci dichiarò che effettivamente i suoi connazionali volevano saccheggiare la città ed in particolar modo l’Albergheria.

Il Viceré preoccupato decise di puntare i cannoni di Palazzo Reale contro la popolazione, ma siccome le Maestranze avevano le “corna dure” risposero puntando i cannoni dei bastioni della Balata e di Montalto contro il Palazzo del Viceré che, oltretutto, aveva fatto da riparo a dei soldati francesi.

Ebbene, in questa situazione di grande pericolo il Viceré fece la cosa più saggia ed intelligente in quel momento: chiese alle truppe francesi e irlandesi di andare via dalla città, cosa che avvenne il 1° giugno del 1708.

In quel momento, a poco a poco, le Maestranze si avvicinarono al governante e al nuovo Pretore di Palermo, il Principe di Gravina, il quale ottenne dalle stesse la promessa di riportare l’ordine in Città, cosa che avvenne. Nella Chiesa di Santa Maria la nova con la partecipazione dell’Arcivescovo Gasch si discusse sul ritorno dell’ordine pubblico ed ovviamente alcuni facinorosi pagarono con la vita la sollecitazione alla rivolta.

Furono sacrificati, inoltre, due personaggi strani: un romito con l’arteriosclerosi che andava sparando fesserie ed il nostro amico vestito da San Giuseppe, strangolato il 20 agosto 1708 nel Castello a Mare di notte.

Insomma miei cari lettori, questa era la Palermo del '700, gente fedele ai suoi Governanti, gelosi dei propri privilegi e che se i delegati del Re non piacevano non gliele mandavano a dire, anzi non erano fissa!
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