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Le porte del rifugio antiaereo di Palermo: un viaggio nel passato per non dimenticare

Varchi verso il ricovero che si trovano tra i leoni di piazza Pretoria, perché non riaprirli? Gli ingressi sarebbero monumentali e smetteremmo di passare da dentro il Comune

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 5 febbraio 2019

Una delle porte del rifugio antiaereo sotto piazza Pretoria a Palermo (Photographie Inconnu / ECPAD / Fond Allemand)

Facciamo pace con la storia e senza ipocrisie, facciamo in modo che le porte del rifugio antiaereo prospicienti via Maqueda, siano riaperte per esser “porte sulla storia”.

L'apertura straordinaria del rifugio antiaereo sottostante piazza Pretoria della settimana finale di gennaio 2019 ha registrato 800 ingressi nelle ore in cui è rimasto aperto (leggi il racconto dell'esperienza della visita).

Cittadini e turisti che per provare l'esperienza diretta di un luogo testimone degli eventi di quei drammatici giorni, sono stati in fila per ore, entrando da un buco sul muro, riscoperto nel recentissimo passato grazie alla passione di due giovani e testardi studiosi, Samuel Romeo e Wil Rothier, quest'ultimo cittafino francese come francese fu il primo bombardamento su Palermo nel giugno 1940.

Non è un mistero il fatto che il bunker, fortunatamente mai colpito (perché non avrebbe retto, come quello in piazza Sett'Angeli) forse per scrupolo dagli alleati, esista ancora e sia sotto la piazza ed è comprensibile il motivo per cui restò chiuso per oltre settant'anni, ma una volta appurata la natura attrattiva ed il significato culturale di un tale luogo nel cuore della città, perché non valorizzarlo davvero così come inoltre previsto dall’ottimo d.d.l. approvato lo scorso anno dalla Regione Siciliana e costruito in direzione di una reale salvaguardia che avvenga attraverso l'uso attivo di carattere culturale e didattico?

Come farlo nel caso specifico? Semplice, basterebbe ri-aprire le due porte di accesso sulla scalinata di via Maqueda ripristinando il disegno (come da immagine fotografica) e le scritte di allora "RICOVERO".

Ciò permetterebbe oltre ad una piena e sicura fruizione del sito a norma di legge, il potenziamento delle visite durante tutto l'anno, l'accesso ai diversamente abili, ma cosa più preziosa, consentirebbe la costruzione di quel museo diffuso della memoria collettiva in cui allenare l’empatia dei nostri studenti e dei tanti turisti incuriositi.

Tutto il fascino di un luogo ipogeo è qui, a 2 mt dalle sculture dei leoni posti sui rispettivi basamenti che guardano il San Giuseppe dei Teatini, proprio tra quelle discontinuità che tutti vediamo sugli scalini in marmo grigio che dalla strada portano alla quota della piazza dai corpi nudi, la piazza della Vergogna.

Forse però, dobbiamo dirci che la vera vergogna sia tenerle ancora chiuse queste porte sulla storia. Una vergogna lasciare che l'accesso resti quello scomodo e improprio buco nel muro nascosto da un tappo di legno.

Ma allora perché non realizzarla questa piccola trasformazione? Cosa lo vieta? Non vedo alcuna impossibilità se non la voglia di non farlo e non credo che la soprintendenza ad una richiesta simile, possa negare un dialogo di matrice progettuale volto alla valorizzazione di un luogo della memoria così trasversale e soprattutto in linea con i desiderata del nuovo d.d.l. regionale voluto a larga maggioranza dalla Assemblea Regionale.

Sarebbe inoltre l'incipit per accendere il dibattito teso a risolvere l’imbarazzante condizione di degrado totale in cui versano le facciate del palazzo Guggino-Bordonaro in cui felice fu l'intervento nel 1902 di Ernesto Basile .

Sui costi economici di tale operazione, non intravedo cifre astronomiche ma del tutto ragionevoli, specie se rapportate ad una analisi costi-benefici in cui una volta eseguita la spesa, il beneficio rimanga perenne con un moltiplicatore culturale che non devo di certo spiegare a nessuno.

Via Maqueda è piena di porte, ma queste porte aperte sulla storia dei nostri nonni, queste due porte sui gradini della piazza Pretoria, queste porte capaci di caricare di senso le nostre coscienze, possiedono il dono speciale d'esser ponti che attendono solo d'esser attraversati per arrivare in un passato che non possiamo né vogliamo proprio dimenticare.

Apriamole allora, ce lo chiede anche la Conferenza di Faro in quel delicato risveglio culturale che esiste tra il passaggio al diritto dei beni culturali, al diritto dei cittadini "ai" beni culturali.

«Capisco bene perché gli ingressi del Rifugio Antiaereo sotto piazza Pretoria sono stati chiusi - commenta Wil Rothier - Dopo la Seconda Guerra Mondiale si è voluto ritornare ad una vita normale cercando di non pensare più a quello che si era appena vissuto. Dimenticare era impossibile, ma almeno non vedere questi ingressi permetteva di non ricordare ogni giorno le sofferenze e le perdite di quei momenti tragici. Il bisogno di normalità era più forte del bisogno di ricordare».

«La situazione oggi è diversa - spiega lo storico - Non si tratta più del nostro presente ma di un passato che avrebbe bisogno di essere sotto gli occhi di tutti».

«Riaprire questi due ingressi permetterebbe, da un punto di vista puramente tecnico di rendere più facilmente fruibile le visite al Rifugio Antiaereo ma soprattutto di ridare voce alla memoria dei palermitani, ai nostri nonni e ai nostri genitori che hanno vissuto sotto le bombe».

«L’interesse sempre crescente dei visitatori dimostra la volontà di ricordare - conclude - perché dimenticando si rischia di ricominciare».

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