Quando la memoria è custode del tempo: il cuore segreto della Società Storica Catanese
La cultura in Sicilia non è solo memoria: è radice viva, è coscienza collettiva, è il filo invisibile che tiene insieme passato, presente e futuro. L'intervista
Tra i suoi soci fondatori figurano nomi illustri come Giuseppe Toscano Tedeschi, Gregorio La Spina, Antonino Bonaccorsi Lo Giudice e Michele D’Agata, quest’ultimo presidente per quasi cinquant’anni e figura cardine nella costruzione dell’identità dell’associazione.
Oggi la guida è affidata ad Alfio D’Agata, figura cresciuta all’interno della stessa Società, dove ha respirato fin da bambino il valore della memoria e della cultura. La sua formazione, maturata tra studi umanistici, frequentazioni intellettuali e un rapporto diretto con archivi e collezioni storiche, lo ha portato a sviluppare una visione concreta e appassionata della tutela culturale. Attorno a lui si muove oggi un gruppo di volontari - tra bibliotecari, architetti, storiografi e appassionati - impegnati nel recupero, nella catalogazione e nel restauro di un patrimonio che continua a crescere grazie alle donazioni. Ma quando nasce una vocazione così profonda? Quando la storia smette di essere materia di studio e diventa missione personale?
Alla domanda, il presidente risponde riportandoci in una scena quasi cinematografica: «La mia storia è particolare perché io sono cresciuto in quel luogo. Quindi, anche in maniera passiva, ho sentito negli anni questo desiderio, questa volontà di salvaguardare la storia di Catania. Immaginiamo un bambino che anziché andare a casa a fare i compiti si ritrova in mezzo a poeti, letterati, personaggi variopinti che discutono di memoria, cultura, poesia, dell’importanza dell’italiano. C’erano anche quelli che parlavano dell’esperanto come lingua universale. Poi da grande mi sono tornati alla mente tutti questi racconti, anche il peso di portare avanti la memoria dei soci fondatori».
Un’eredità che si manifesta soprattutto attraverso le collezioni: oggetti apparentemente minimi, ma capaci di raccontare intere epoche. «La parte più interessante sono le donazioni. I soci hanno lasciato la propria memoria: santini, cartoline, francobolli, timbri. Vederne uno non fa effetto, ma vederne mille cambia tutto. È lì che capisci il valore della raccolta. Oggi i ragazzi non conoscono più i timbri o le macchine da scrivere. Ci chiedono: dov’è lo schermo? E allora capisci quanto sia importante conservare».
È una memoria che si oppone all’oblio, soprattutto in una città che ha imparato a convivere con la distruzione. Il legame con l’Etna, con i terremoti e le ricostruzioni, ha plasmato anche il carattere dei catanesi. «Questo continuo distruggere e rinascere ci ha dato un rapporto particolare con la realtà. Ci ha resi ironici, capaci di esorcizzare tutto con una battuta. Però la memoria viene spesso tralasciata. Si vive il presente. E invece la grandezza di una città è nel suo passato». Eppure, quel passato è fatto anche di figure dimenticate. Alla richiesta di riportarne una alla luce, D’Agata non ha dubbi: «In primis Domenico Tempio, figura importante e complessa. Viene ricordato solo per l’erotismo, ma in realtà era un intellettuale che criticava profondamente la società e la Chiesa del suo tempo. Poi Alfio Taccia e Ianu Liotta, detto “il Lupo”: poeti autentici, diversi tra loro ma entrambi animati da una passione viscerale per la poesia». E se la Società Storica Catanese è casa, esiste anche un luogo della città dove il presidente torna per ritrovare se stesso.
«Mi piace molto Piazza Dante, con la sua geometria, la sua forma quasi teatrale. Al tramonto, con la chiesa di San Nicolò l’Arena, è un luogo spirituale. Forse perché ho studiato lì, ai Benedettini. È uno spazio che mi appartiene». Guardando al futuro, la missione resta la stessa: rendere la memoria viva, accessibile, condivisa. «Abbiamo celebrato i settant’anni con mostre, presentazioni, collaborazioni. Stiamo lavorando con artisti internazionali e anche con nuovi linguaggi, come quello degli influencer, per avvicinare i giovani.
Collaboriamo con l’università e con realtà come Etna Book. Credo molto nel fare rete». Tra i progetti più significativi, anche un libro in uscita con MTS Casa Editrice, con prefazione di Nino Frassica, che racconta la storia dell’associazione in forma romanzata, tra verità e aneddoti. Un modo per portare Catania anche al Salone del Libro, trasformando una memoria locale in racconto universale. La sede storica, in via Etnea 248, al piano nobile di Palazzo Nicotra Bertuccio, resta il cuore pulsante di tutto questo. Un luogo che oggi appare come una “mosca bianca” in una città sempre più votata al turismo veloce, ai B&B, alla fruizione immediata. Eppure, proprio lì, tra scaffali di libri e oggetti dimenticati, si compie un atto silenzioso e potentissimo: restituire valore al tempo.
Perché la memoria non è solo un archivio da consultare, ma una materia viva da attraversare. È nelle cartoline ingiallite, nei timbri consumati, nelle parole scritte a mano che si ritrova l’anima di una città. E la Società Storica Catanese, con la sua ostinata dedizione, ci ricorda che conservare non significa fermarsi, ma comprendere. Comprendere che ogni oggetto, anche il più semplice, è un frammento di identità.
Che ogni storia, anche la più piccola, è parte di un racconto più grande. E che la cultura - in Sicilia più che altrove - non è solo memoria: è radice viva, è coscienza collettiva, è il filo invisibile che tiene insieme passato, presente e futuro.
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