Anche se ci scappa il morto si finisce a parlare di dolci: la Sicilia di "Delitti e cannoli"
Il noir siciliano trova posto in un libro: si parla di morti ammazzati con la stessa calma con cui si discute se il cannolo vada con la granella di pistacchio o no
Un'immagine dalla copertina di "Delitti e cannoli" (realizzata con AI)
Il libro è stato presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino lo scorso 16 maggio, dove ogni anno succede una cosa particolare: la gente entra dicendo “prendo solo un libro” ed esce con abbastanza testi da aprire una biblioteca comunale. In mezzo a questo caos controllato, il noir siciliano ha trovato il suo habitat naturale: quello dove si parla di morti ammazzati con la stessa calma con cui si discute se il cannolo vada con la granella di pistacchio o senza.
Il titolo, diciamolo, è già un programma televisivo pronto: Delitti e Cannoli. Sembra quasi una serie Netflix, tipo American Horror Story, ma con più sole, più storia e un pizzico di diabete che non guasta mai. Dentro ci sono venti autori per venti storie (una è scritta a quattro mani), e già questo è il primo segnale che qualcuno ha deciso di non rendere la vita facile al lettore. Una quantità di voci diverse, non tutte prettamente siciliane, ma perfettamente integrate, che raccontano la Sicilia come se fosse un unico grande corpus, con più personalità, eventi, crisi esistenziali e risvolti rocamboleschi di un romanzo di Tolstoj.
La Sicilia, qui, non è una cartolina. È più una riunione condominiale dove tutti parlano, nessuno ascolta davvero, ma alla fine qualcosa di interessante succede sempre. E il bello è che il noir non viene trattato con il sopracciglio alzato, ma con una certa “intellegentia” e sensibilità, che da sempre ha contraddistinto la sicilianità. Perché in Sicilia il delitto non è mai solo delitto: è anche teatro, malinteso, fato, passione, è Cavalleria Rusticana, è Turiddu contro compare Alfio.
Tutto questo in "Delitti e Cannoli" è arricchito da un ventaglio temporale che racconta La Sicilia da Himera del 550 a.C. fino all’odierna Pantelleria, passando dall’arrivo di Garibaldi a Termini Imerese, il Ventennio fascista, gli anni ‘60 di Ragusa, gli ‘80 dei paninari a Palermo, e via dicendo. Il lavoro di Mistretta tiene insieme tutto questo senza fare il “maestro di scuola severo”. Lascia respirare le storie, che è già una forma di saggezza editoriale.
Il risultato è un’antologia che non cammina dritta: trotta, cambia ritmo, riparte, ti sorprende, ogni tanto ti strappa una risata, qualche volta ti tira una lacrima di nostalgia. Il cannolo, a volte fumante, è il crocevia concettuale di questa antologia. È simbologia perfetta della Sicilia imperfetta e stratificata: croccante fuori, colorata, con un ripieno mai davvero innocente. Le città, pertanto, non sono luoghi, ma veri e propri personaggi, a volta buoni altre cattivi. E poi c’è il cibo, a carrettate, il disincanto, i tramonti e le albe, il ridere per non piangere. E alla fine resta sempre quella sensazione un po’ storta, tipicamente siciliana: che il delitto, qui, non sia mai davvero la fine della storia, ma solo un altro modo per cominciarla.
Magari tra i dedali stretti di città o sulla riva di una spiaggia sabbiosa di provincia. Magari mentre qualcuno giura di essere innocente, e qualcun altro, con molta più convinzione, sta già pensando al prossimo cannolo.
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