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Viaggio nel Museo del Costume di Ragusa: c'è anche uno degli abiti che ha ispirato "Il Gattopardo"

La storica Collezione Gabriele Arezzo di Trifiletti raccontata dal direttore del Museo, Giuseppe Nuccio Iacono, ci svela il senso degli splendidi abiti esposti e l'allestimento

  • 19 aprile 2021

Allestimento del Mu.De.Co, ottobre 2020 (foto di Giuseppe Nuccio Iacono)

Non ho mai pensato che la moda sia personalità acquistabile. Ognuno di noi indossa ciò che è.

Con questa affermazione non voglio certamente negare l’impatto che il proprio tempo e la propria cultura hanno sulle scelte e sui gusti personali, ma è innegabile, a detta anche di Filippo de Pisis, aristocratico e pasoliniano dandy col pallino della pittura, che sono l’eleganza e la grazia a definirci e distinguerci: “Un uomo pare sempre quello che è. Le style c’est l’homme. L’habit c’est l’homme. […] La vera eleganza non si può ottenere se non attraverso la personalità”.

Al lungimirante e brillante architetto Giuseppe Nuccio Iacono, e alla sua valida équipe formata da Giuseppe Cosentini, Simona Occhipinti, Antonio Sortino Trono e Giancarlo Tribuni Silvestri, si deve l’istituzione, nei bassi del Castello di Donnafugata a Ragusa, del Museo del Costume [Mu.De.Co], che ospita la ricca Collezione di abiti e accessori antichi Gabriele Arezzo di Trifiletti, acquisita dal Comune di Ragusa nel 2015.



Si tratta, sottolinea Nuccio Iacono, della «più vasta e ricca Collezione nazionale ed europea, per rarità, unicità, varietà e qualità», in grado di offrire al pubblico una significativa e rara panoramica su “estetica, vanità e mutamento” di ben tre secoli di moda, dai primi del Settecento alla metà del Novecento.

Nuccio Iacono, oggi direttore del Mu.De.Co inaugurato nell’ottobre del 2020, ribadisce infatti che si tratta di un prezioso patrimonio per studiosi e addetti ai lavori, ma anche di un nuovo polo d’attrazione turistica per la sua «eccezionale valenza storica, antropologica e culturale», che si fa testimone della moda siciliana dell’epoca e dell’identità territoriale, collettiva e individuale.

«Pensate», racconta Nuccio Iacono, «che il prof. Antonio Paolucci [storico dell’arte, ex sovrintendente del Polo Museale Fiorentino ed ex direttore dei Musei Vaticani | N.d.R.], nel 2000, aveva invitato il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali ad acquistare la Collezione per la Galleria del Costume di Palazzo Pitti, ritenendone i pezzi “assolutamente unici e testimonianza della società aristocratica siciliana nel momento del suo massimo fulgore”. Fortunatamente la Regione Sicilia bloccò la vendita, vincolando la Collezione».

Quasi tremila i reperti del museo, esposti nelle sale o custoditi nei depositi con un moderno sistema di climatizzazione che ne garantisce l’ottimale conservazione in termini di umidità relativa, temperatura, filtraggio dalle polveri e illuminazione.

Alcuni di essi sono appartenuti a personaggi noti e illustri come «gli storici Michele Amari di Sant’Adriano e Emerico Amari, i compositori Pietro Floridia e Vincenzo Bellini, il padrone di casa Barone Corrado Arezzo de Spuches di Donnafugata e Donna Franca Florio».

Tra di essi c’è pure l’abito (1859) che ha ispirato il costume di scena indossato da Claudia Cardinale nel ruolo di Angelica Sedara ne Il Gattopardo di Luchino Visconti.

«Il delicato compito del museologo-storico», continua Nuccio Iacono, «è quello di armonizzare tecnica scientifica e risonanza emotiva, materia ed essenza di ogni pezzo, che deve essere esposto scegliendo con accortezza e strategia comunicativa il luogo adatto, affinché possa generarsi nello spettatore quel riuscito percorso di sensazioni ed emozioni, che lo aiuti a pensare e ricercare oltre ciò che è stato visto: da qui l’esperienza di un personale arricchimento culturale.

Le sezioni che scandiscono il percorso sono le tappe di una storia dove la moda è “dea dell’apparenza” e al contempo “specchio di una società”.

Ogni capo esposto, sebbene non più indossato, continua a essere guardato e a esistere ancora. Questo il soffio vitale che anima l’allestimento. E persino il dettaglio accoglie e conserva l’illusione della moda, ovvero di una promessa che ambisce a sfiorare il futuro eternandosi nel presente.

Ciò che passa di moda entra infatti nella storia del costume: è questo passaggio di alchimia estetica che bisogna condividere con il visitatore. L’abito fa il museo e non viceversa: esso “stabilisce” il punto in cui essere posizionato.

Dopodiché accade qualcosa di meraviglioso: dietro ogni piega, accanto a ogni linea e intorno a ogni ornamento si possono ritrovare il delicato fruscio della seta o le mille cromie dei tessuti traslucidi in movimento. Tutto fa rivivere le musiche, le danze, gli sguardi e le chiacchiere del tempo passato, quella fitta trama sociale di un mondo lontano».

Altro obiettivo espositivo fondamentale è ricreare il più possibile «la fedeltà e la complicità tra il corpo ed il suo abito. Un manichino non deve simulare un corpo generico ma interpretare il corpo che indossava quell’abito: un’operazione inversa a quella del sarto perché se nel passato l’abito fu cucito su misura della persona oggi è il manichino che è plasmato a misura del vestito».

Per restituire la bellezza e la morbidezza del corpo umano e per non stressare le storiche fibre tessili, questi manichini sono stati ricoperti con uno speciale materiale idoneo.

All’ingresso del museo campeggia un pannello con la definizione di moda proposta di Paolo Mantegazza, antropologo vissuto a cavallo tra Otto e Novecento e grande amico del Visconte Gäetan Combes de Lestrade, il dodicesimo Barone di Donnafugata, membro dell’Institut de France, esteta, sociologo, nonché autore della traduzione in lingua francese della Fisiologia del Piacere dello stesso Mantegazza: “La moda è una vera insalata psicologica, perché per farla, invece del sale, dell’olio e dell’aceto, occorre estetica, vanità e mutamento”.

Nuccio Iacono ha scelto non a caso questo assioma, dal momento che la triade, “estetica, vanità e mutamento” «ben definisce l’essenza della moda, intesa come energia creativa e mutevole di un canone di bellezza che vive nell’immagine reale e mentale del presente. Quando osservo un abito desidero viaggiare oltre nel tempo. Sono consapevole che allestire un museo sul costume significa trasferire l’abito su un manichino e quindi bloccarlo in una “tridimensionalità statica”.

L’abito è destinato così a perdere la sua essenza e a diventare “scultura tessile”. Per certi versi si toglie l’anima al pezzo esposto. Al museologo rimane una sola consolazione: togliendo la vita all’abito, gli si dona comunque un futuro consegnandolo alla storia.

Si avvera, in altre parole, un desiderio che vibra nello stesso concetto di moda: la moda si spoglia, supera il presente, il contemporaneo, e raggiunge il futuro, ripresentandosi come Costume che appartiene a un tempo che si è concluso col suo determinato tipo di “estetica, vanità e mutamento”».

Carattere predominante della moda è proprio la sua condizione effimera, passeggera, conclude Nuccio Iacono, «a lei appartiene il mistero del tempo che domina il contrasto tra la sua ampia diffusione e la sua rapida caducità».

Il Mu.De.Co, temporaneamente chiuso per l’ultimo DPCM, è di norma visitabile tutti i giorni tranne il sabato e la domenica: per informazioni sugli orari e per prenotare la visita è possibile visitare il sito web o contattare il numero 0923 2676500.
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