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I "Chioschetti" di Palermo: tre capolavori Liberty che ci guardano passeggiare distratti

I tre chioschi di Ernesto Basile a Palermo stanno silenziosamente a osservare il nostro "passio" in centro: tutti e tre abbandonati e in degrado mentre lo smog mangia i colori

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 26 dicembre 2017

Il chiosco di Ernesto Basile in piazza Verdi

Parallelamente allineati alla retta rutelliana delle sculture en plein air del talentuoso scultore palermitano, stanno silenziosamente a osservare il nostro disincantato "passio", i tre chioschi che l'architetto Ernesto Basile disegnò realizzandoli tra le piazze Verdi e Castelnuovo a corredo dello spazio pubblico di quel tempo assai felice che fu la città floreale, la belle èpoque.

Questa linea ideale noi, non la vediamo perché oggi occupata dalla cortina edilizia della via Ruggero Settimo, ciò che a noi resta da guardare è lo stato di austero degrado in cui questi "tesori" di proprietà comunale versano ormai da anni e senza l'organicitá dell'azione di recupero che nemmeno si paventa da lontano.

Due sono denominati Chioschi Ribaudo, quello di piazza Verdi è il primo e verrà realizzato nel 1894 ed è un armonizzato simposio di intarsi metallici e di contrati cromatici tra il rosso e il grigio al cui interno spicca un tetto ligneo finemente modanato.

Il secondo si trova in piazza Castelnuovo è in cemento armato decorato da maioliche floreali e mosaici brillanti nascosti dallo smog, è opera di passaggio stilistico tra l'adesione formale agli stilemi Art Nouveau e l'ultima fase di manierismo basiliano.

Rischiò la demolizione durante gli anni del regime fascista e fu salvato solo grazie alla intercessione dell'allievo Salvatore Caronia Roberti, giungendo a noi come un Primo Levi superstite di una età della barbarie.

Entrambi necessitano di una scientifica azione di restauro quasi a carattere umanitario che ne restituisca la brillantezza dei contrasti materici e cromatici in una sorta di tributo alla bellezza tipica delle capitali culturali europee, quelle reali, eppure il loro degrado anche fosse unito in uno, non è capace di restituire la condizione di estrema gravità delle condizioni in cui versa il terzo dei chioschi basiliani, il chiosco Vicari, quello che Gianni Pirrone ebbe a definire come il più cosmopolita tra le architetture eclettiche del capoluogo.

Basile lo realizza nel 1897 quando ha già definito la villa per il Barone Bordonaro alle Croci e il palazzo Majorca Francavilla anch'esso prospiciente piazza Verdi.

È ormai un affermato progettista dopo i successi dell'Expo palermitano del 1891 e dopo l'inaugurazione della prima stagione teatrale del Massimo per cui firma gli arredi e coordina le pitture di Enea, Cortegiani, De Maria Bergler ma non è ancora il Basile Liberty che sfocerá di li a poco nella costruzione del linguaggio floreale che ne segnerà il primato di caposcuola e protagonista degli stilemi Art Nouveau.

Ma il chiosco Vicari non è solo armonica architettura effimera di passaggio, ma sublima la straordinaria capacità del maestro di sintetizzare organismi formali strutturati attraverso la vasta gamma di conquiste stilistiche assolutamente personali e maturate in oltre ventanni di carriera artistica, tecnica ed umanistica in continua tensione verso l'ideale filosofico di bellezza sempre radicato nel proprio tempo.

Un gioiello che in qualsiasi città europea, verrebbe a esser continuamente oggetto di attenzioni e manutenzioni, all'alba dell'anno di capitale culturale 2018, versa in un imbarazzante stato di degrado in cui si innesta bucando pannelli decorati persino il brutto tubo corrugato del condizionatore schermato come si schermano i fastfood con filari di barre metalliche e finte rotelle ai piedi nel tentativo di simulare la possibilità di spostamento dello stesso.

Uno strato indegno per un paese che non sia in guerra, di fuligine-grasso-sporcizia e sudiciume avvolge i decori degli intarsi ligneime metallici palesemente mai oggetto di pulizie "ordinarie".

Il legno di cui è struttura e decoro del piccolo l'edificio è interamente aggredito nella patina che non c'è più e lentamente si va scheggiando e sfibrando, mancandone pezzi importanti in forma di merlature e in prossimità della grondaia superiore, dove il tetto viene ricoperto da uno strato bituminoso che non mortifica soltanto la nostra maniera contemporanea di intendere la valorizzazione della bellezza artistica, quanto la cultura stessa e la fisicità di una delle piazze più rappresentative della città nel mondo!

Può davvero permettersi Palermo Capitale della cultura italiana 2018, che difronte il teatro Massimo avvenga un simile scempio nella assoluta impotenza di soprintendenza e primo cittadino, e nella privazione palese di un qualsiasi slancio volto al recupero e alla valorizzazione del bene?

Muore così l'articolo 9 della costituzione italiana che sancisce la valorizzazione e la cura della nostra bellezza monumentale nell'ottica di salvaguardia e restituzione alle generazioni future.

Muore come muore l'istituto Pignatelli ai Colli, muore come muore tra il degrado di cartelloni e autolavaggio la promessa dell'uso scocio-culturale dell'area di villa Lanza-Deliella, muore come muore l'immagine tutta Sciasciana di Palermo come una capitale Liberty di primo Novecento.

Sono sicuro che dopo questo appello, cambierà qualcosa, prima che il chiosco Vicari sia distrutto dalla barbarie silenziosa di questo Alzheimer culturale che divora continuamente pezzi importanti di storia dell'arte italiana a Palermo.

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